
Vi ho già raccontato questa storia, c’è stato un tempo in cui Gore Verbinski era la mia nemesi numero uno, poi ha sfornato Rango e ci siamo capiti, pace fatta, da allora però al mio ex nemico, sono iniziate le sfighe.
Da regista prediletto delle major che gli staccavano assegni in bianco per i suoi film, a disperato in cerca di fondi, insomma il destino di molti dei registi prediletti di questa Bara. Per questo, ci ho sperato in “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” e sono molto felice di averlo potuto vedere in un’anteprima, anche se organizzata a ridosso dall’uscita Italiana del film, il che mi permetto di lamentarmi di un’altra brutta moda tra chi scrive di cinema, che poi è un dettaglio che Verbinski in parte mette alla berlina nel suo film: l’omologazione di pensiero.
Sì è vero, vi concedo il beneficio del dubbio, ad un certo punto di “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” c’è una trovata tecnologica, gli spot pubblicitari dentro le persone per ridurre il costo di un determinato servizio, come facciamo noi quando sottoscriviamo l’iscrizione ad una piattaforma streaming a pagamento ma con pubblicità, una trovata che era già comparsa di una delle ultime puntate di Black Mirror, ma trovo abbastanza assurdo che la maggior parte delle recensioni in anteprima (quindi scritte dalla persone che erano in sala con me), abbiano paragonato solo e soltanto a quella serie il film di Verbinski, quindi è piuttosto chiaro che ci siano anche altri riferimenti, solo meno alla moda, meno recenti. Quindi come funziona? Bisogna tenere conto di roba che il grosso pubblico conosce? Bisogna citare solo titoli che arrivano dagli ultimi dieci anni? Queste dinamiche mi restano misteriose, preferisco giudicare i film per quello che sono e se in tanti hanno pensato ad una popolare serie – al momento – Netflix, è perché l’origine di questo film va cercato proprio lì.

Lo sceneggiatore, Matthew Robinson, stava ammucchiando idee per una serie, che non è difficile capire a chi volesse proporre, considerando il suo curriculum, non essendo riuscito a rendere la sua “Don’t Trust Anyone Under 30” una serie vera, ha riciclato qualche idee all’ansia da Intelligenza Artificiale che ci circonda, quando poi il produttore Erwin Stoff ha proposta il nuovo soggetto a Gore Verbinski, venti milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti (in pratica un lavoro a basso costo per il regista) e alcune riprese a Cape Town dopo, eccoci qui, buona fortuna, divertitevi, non morite.
In un Norms di Los Angeles, un ristorante piuttosto affollato, compare un tizio che sostiene di venire dal futuro, è fatto a forma di Sam Rockwell (esplosivo per tutta la durata del film), a ben guardarlo sembra una versione stracciona di Kyle Resee, cioè, ancora più stracciona considerando che il ribelle dal futuro rubava i pantaloni ad un senzatetto, per altro, quello di Ritorno al futuro, tanto per restare in tema.
Anzi, a dirla tutta, tra la cura per i dettagli con cui Gore Verbinski prova a riempire il film e l’impermeabile trasparente, il personaggio fa pensare vagamente a L’esercito delle 12 scimmie, perché il misterioso pazzoide sostiene di venire dal futuro, di essere qui per salvarci dalla cultura fascista dei Selfie, da quel tempo che si passa a letto, a controllare le notifiche sul telefono, che è progressivamente diventato sempre più lungo, tanto da portare la società al collasso.

Il viaggiatore del tempo dice di aver già fatto 117 tentativi precedenti, infatti conosce tutti in quel ristorante, cita “Animal House” e Ricomincio da capo, in un citazionismo che è anche modello della storia, perché il suo compito è quello di arruolare un gruppo di “Soldati” per la sua missione, e la bottiglia di ketchup che rotolando indica proprio Ingrid (Haley Lu Richardson) mi ha fatto pensare alla bottiglia di Ancora vivo, con cui a sua volta Walter Hill citava Kurosawa. Cioè, vi rendete conto perché la Bara Volante non diventerà mai un sito di cinema di successo? Io tiro fuori Kurosawa quando quasi tutti parlano di Black Mirror, minchia ma dove devo andare dai! Sono credibile in questo mondo come Rockwell con lo zainetto!
La banda messa su dall’uomo del futuro non ha tutti protagonisti, con tutto il rispetto per il divertente autista di Uber, Scott (Asim Chaudhry), è il linguaggio cinematografico a dirci che alcuni personaggi sono più personaggi degli altri, ecco quindi iniziare i flashback, la divisione in capitoli nominativi che spiega come mai, questo, il gruppo numero 117, potrebbe essere quello giusto per la missione.
Si inizia con gli insegnanti Mark e Janet (Michael Peña e Zazie Beetz), che cercano di insegnare a studenti con il naso perennemente incollato allo smartphone, che si muovono in branco come quelli che King in “Cell” avrebbe chiamato “Phoners” o “Cellulati”, non si sa cosa sia quel triangolo sui telefoni di tutti, sappiamo solo che il disturbatore costruito da uno dei prof, un’arma che somiglia a quella di Mars Attack (perché il film cita senza nascondersi, anzi) pare disturbare il segnale… Per un po’.

Va detto che questa porzione di storia marca e rimarca il concetto, se già non bastasse aver mandato indietro nel tempo un Kyle Reese straccione – come l’ho chiamato guardando il film, per altro, trovando conferma più avanti – per combattere lo strapotere della tecnologia, mostrare TUTTI i giovani (ad esclusione di Ingrid) con il naso nel telefono, non so se puzza di più di trovata da boomer o di scrittura facilona o peggio, di tentativo di satira scappato un po’ di mano e qui, arriviamo al flashback dedicato a Susan.
Ora, avevo dichiarato, in tempi non sospetti, che era molto felice del fatto, che dopo una vita da eterna dodicenne, finalmente a Juno Temple venisse chiesto di impersonare ruoli per una donna della sua età, qui impersona molto bene una madre che ha perso il figlio durante l’ennesima sparatoria in una scuola americana, porzione di film che coincide con il momento in cui Gore Verbinski cerca di stilizzare il film il più possibile, per tratteggiare un mondo dove… hai perso un figlio durante la millesima sparatoria in un liceo di questo mese? Poco male, te ne cloniamo uno quasi uguale. Un momento che, ribadisco, mi ha fatto seriamente pensare alla critica alla burocrazia di Brazil, ma realizzata in maniera molto più grossolana e meno affilata, non tanto per la regia, ma proprio per la scrittura, insomma è abbastanza chiaro che Gore Verbinski aveva capito che scendere dal lato Terry Gilliam del letto, per dirigere questa storia, era la soluzione giusta, di mezzo però ha una trama che, per quanto piena di battute e dialoghi anche frizzanti, risulta un METAFORONE, uno di quelli urlati.

Anche perché, quando tutti i pezzi vanno al loro posto, diventa chiaro che il protagonista è davvero una sorta di Kyle Reesee dei meno abbienti, perché tutto “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” diventa un grosso tentativo di satira nei confronti dell’intelligenza artificiale in particolare, e della tecnologia in generale, che somiglia un po’ troppo al lamento di un ‘enne sui Social-cosi: ‘sti giovani sempre attaccati a ‘sti telefoni, si stava meglio quando si stava peggio e via dicendo. Posso dirlo? Molto meglio come la questione è stata gestita in Toy Story 5, senza tutta questa retorica travestita da satira non proprio bilanciatissima.
Siccome non voglio che sembri che io e Gore siamo tornati vecchi nemici, devo dire che lato suo, il film è molto curato, pieno di dettagli, specialmente nella scena del ristorante e più si procede con la storia, più l’eliminazione fisica di vari membri della squadra, ha i tratti dell’umorismo nero di molto suo cinema, verso il finale poi, ho pensato ad una versione per tutti di The Zero Theorem, o almeno, un colpo sparato in quella direzione, anche se il bersaglio viene mancato, di un paio di chilometri.

Perché poi, ancora una volta il copione, che sembra aprire verso un finale nerissimo e cupo, all’ultimissimo secondo si gioca una soluzione un po’ facilona, per evitare di entrare in zona Brazil, mossa che sarebbe stata più coraggiosa, e quella sì, davvero satirica e critica, il tentativo di mescolare critica all’I.A. e di mettersi in scia all’ex Monty Python gli riesce in parte, diciamo che viene fuori una sorta di Terry G.i.l.l.I.A.m. Lo dico? Continuo a preferire la vecchia versione analogica di Terry.
Insomma, il cast fa un ottimo lavoro, al netto di una flessione nel secondo atto, “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” è abbastanza ritmato, visivamente curato e quando arriverà sulle piattaforme, acchiapperà molti click sul tastone “Play”, in sala negli Stati Uniti è stato l’ennesimo bagno di sangue al botteghino (solo nove milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti) conferma che ora anche Gore Verbinski rientra tra i registi della Bara: fatica a trovare i fondi, si lancia su progetti nuovi e va male al botteghino per poi essere rivalutato, se va bene dopo… Forse Verbinski preferiva i tempi in cui era la mia nemesi, ma incassava a manetta.


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing