Home » Recensioni » Green Book (2019): a spasso con Viggo

Green Book (2019): a spasso con Viggo

Ogni tanto al cinema arriva uno di quei film così carico di
buoni sentimenti, da ricordare a tutti come dovrebbero andare le cose, confermando come invece vanno davvero, il più delle volte molto male. Ne esistono centinaia di film così, molti sono
niente, qualcuno è buono, questo è uno di quelli molto buoni.

Gli anni ’60 negli Stati Uniti, non sono stati proprio il
decennio più facile per essere nati neri, oddio non credo sia ancora arrivato
il decennio in cui è stato facile farlo, da quella e da questa parte della
grande pozzanghera nota come oceano Atlantico, ma l’America degli anni ’60 è il
posto perfetto per raccontare questa storia, non solo perché serve a farla
risultare ancora così attuale, ma perché è qui che è andata in scena l’amicizia
tra Tony Vallelonga, detto Tony Lip, per via della sua parlantina svelta e il
pianista afroamericano Don Shirley.

Personaggino interessante il nostro Tony, magari lo ricordate
nei panni del boss Carmine Lupertazzi nella serie tv “I Soprano”, ma a
raccontare la sua decennale amicizia con il geniale pianista, si sono messi
insieme un trio ancora più colorito: il figlio di Tony, Nick Vallelonga, lo
sceneggiatore Brian Hayes Currie e il regista Peter Farrelly che non è un
omonimo, è proprio il 50% dei famigerati fratelli Farrelly che magari
ricorderete per roba geniale tipo “Kingpin” (1996). No scusate, pessimo
esempio, quello non lo ricorda mai nessuno, diciamo allora “Scemo & più
scemo” (che ora che ci penso era un “Road movie” proprio come questo), “Tutti
pazzi per Mary” (1998) o “Io, me & Irene” (2000) che, però, Peter qui ha
diretto da solo, lasciando a casa, forse chiuso nello sgabuzzino, il fratello
Bobby… Questo forse spiega perché non ci sono gag sullo sperma nel film.

“Ed è qui che mio fratello metterebbe un pene gigante”.

No, “Green Book” riesce ad essere divertente e a
far ridere senza bisogno del solito umorismo di grana grossa dei Farrelly,
riesce anche a risultare drammatico ed intimista e a regalare uno spaccato del
razzismo serpeggiante dell’America degli anni ’60. Tutte cose che di solito si
trovano anche nei tanti film con i cuoricini e i buoni sentimenti di cui
scrivevo in apertura, solo che qui sono così ben gestite, grazie ad un miracolo
di equilibrismo da parte di Peter Farrelly che il risultato finale è un film
davvero riuscito.

Tony Lip (Viggo Mortensen) fa il buttafuori al Copacabana a
New York, ha due grossi problemi (tre se contiamo un appetito apparentemente
infinito): il primo è economico, il secondo, non sopporta i neri, anzi diciamo
pure che gli fanno schifo, gli fanno così schifo che è meglio buttare via i
bicchieri da cui hanno bevuto i tecnici del condizionatore a cui la moglie Dolores
(Linda Cardellini) ha offerto da bere, sai mai che poi queste “Melanzane” siano
pure infettive.
Potete immaginare la gioia di Tony quando il pianista
leggerissimamente nero Don Shirley (Mahershala Ali) gli chiede di fargli da
autista e perché no, guardia del corpo, per il suo tour di otto settimane nel Sud più vero degli Stati Uniti, quello duro, puro e razzista in stile Mississippi Burning, una paga ottima e la prospettiva di essere a casa per Natale, giusto
in tempo per vedere una poltrona per due cenare con la famiglia.

“Una poltrona per due è quello con il tipo nero e il tizio bianco? Che spasso quel film!”.

Quello che segue è la classica situazione insieme per forza,
solo che a ben guardare più che che Roger Murtaugh e Martin Riggs, sembrano Hap e Leonard generando tutti i momenti comici e drammatici che possono
scaturirne da un bianco rozzo e sempre affamato e un nero colto e raffinato
che, ad esempio, non mangia il pollo fritto per non ricadere in uno stereotipo
raziale.

Ovviamente, questi due “Quasi amici” ricordano una versione a
colori invertiti dei protagonisti di “A spasso con Daisy” (1989) e non mancano
nemmeno i problemi di razzismo, perché se i due protagonisti dalla loro
convivenza imparano qualcosa l’uno dall’altro, l’America intorno a loro di
imparare non ha molta voglia… Ecco, forse l’unica critica che posso muovere alla
ricostruzione storia del film è una molto semplice: ad un certo punto un Maître
di sala poco propenso a servire commensali di colore, fa riferimento a quella
volta in cui i Boston Celtics sono andati a cenare nel ristorante e il loro “famoso
campione nero” (che non viene citato per nome) ha comunque mangiato da solo in
un altro ristorante, diciamo un po’ meno stellato. Ecco, capisco la concessione
fantastica per far arrivare al pubblico un concetto, ma con il caaaaa… voletto
che Bill Russell si è mai fatto cacciare da un locale, oppure ha ceduto di un
millimetro contro il razzismo con cui ha sempre fatto a capocciate, ci credo
che nei dialoghi non viene citato per nome: 85 anni, ma sarebbe ancora
capacissimo di venire già a litigare per una cosetta così!

“Va bene, ma se non ci fate entrare chiamo Bill Russell”, “No no, prego accomodatevi!”.

Peter Farrelly gestisce alla perfezione una trama che
potrebbe scadere nel melenso ogni due minuti, ma incredibilmente non lo fa mai,
anzi con il passare dei minuti ci si appassiona sempre più alla trama man mano
che l’amicizia tra i due diventa sempre più solida, fino a quel finale innevato
che sa di buoni sentimenti sì, ma se così ben raccontati nessuno si offenderà. Almeno credo, non si sa mai come vanno davvero queste cose.

Mahershala Ali (che ormai è lanciatissimo) ci regala un
personaggio più sfaccettato di quello che un film così lascerebbe pensare, non
si limita affatto a fare quello serio lasciando il palcoscenico a Viggo
Mortensen no, ma si carica sulle spalle un personaggio non facile, perché
anche qui, scadere nella macchietta, il Calimero della situazione che
piagnucola “Se la prendono tutti con me perché sono piccolo e nero” sarebbe fin
troppo facile, ma Ali non fa mai questo errore.

“Sette verticale, si apre in banca”, “Fuoco”.

Siccome la sceneggiatura è scritta dal figlio, il
personaggio di Tony Lip ha forse più spazio, ma Viggo risponde presente con un’altra
ottima prova, non mi impressionano tanto i venti chili di panza messi su per
il ruolo, quanto più che altro l’incredibile pronuncia, ascoltatelo in lingua
originale: Viggo si lancia in canzoni italiane, ma anche in intere frasi in
dialetto pronunciate come un vero italoamericano, sul serio, provate a sentire
come dice “Mulignane”, un vero spettacolo.

Inutile ribadire, o forse no, che il film doppiato perde
metà della sue efficacia, questo quasi sempre, ma in questo caso di sicuro,
onestamente non avrei nessun interesse a sentire Pino Insegno che fa l’italoamericano e non solo perché non apprezzo Pino Insegno, più che altro perché
in un film voglio vedere quanto è stato bravo l’attore protagonista, non il suo
doppiatore, di sicuro non Pino Insegno, che è lo stesso che ha trasformato una delle migliori prove di sempre di Viggo Mortensen in una brutta copia di Borat.

“Pino, ti do cinque dollari se la smetti di doppiarmi”.

La cosa davvero curiosa di “Green Book” è tutto quello che
gira attorno, per un film che potrebbe fare filotto agli Oscar, stanno girando
delle notizie che di sicuro non passeranno inosservate a quei signori di
larghissime vedute (seee proprio!) dell’Accademy.

Tipo sono misteriosamente riemersi dai meandri dei
Socia-Così dei commenti dello sceneggiatore Brian Hayes Currie, in cui pochi
giorni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, elogiava Trump per la
sua invettiva contro i Musulmani che esultavano per le morti, il tutto con un
attore come Mahershala Ali dichiaratamente Musulmano e a niente pare valso
aver dichiarato che si tratta di una notizia falsa.

E il remake americano di “Quasi amici”… MUTO!

Oppure, Viggo Mortensen che forse troppo calato nel ruolo,
durante la conferenza stampa, si lascia scappare la parola con la “N” (salvo
scusandosi subito dopo), oppure ancora peggio, quella vecchia notizia per cui Peter
Farrelly ai tempi, di “Tutti pazzi per Mary” così per goliardia, aveva mostrato
il ehm, popparuolo a Cameron Diaz, anche qui, non è valso il Mea Culpa pubblico
del regista.

Insomma, un film che fondamentalmente dice: “Siamo un po’ tutti
teste di cazzo, ma possiamo migliorare e se ci conoscessimo tutti un po’
meglio, sarebbe forse più facile andare d’accordo piuttosto che odiarsi per
partito presto”, esce in un periodo in cui la strada da fare non è tanta, ma proprio
tantissima, tanta, tanta, tanta.
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Trunk – Locked In (2024): bagagliaio che te ne vai lontano da qui chissà cosa vedrai

    Mille piattaforme di streaming e il risultato? Passi ore a sfogliare in cerca di qualcosa da guardare, oppure metti su un’altra volta il blu-ray di Grosso guaio a Chinatown e [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing