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Green Room (2016): Nazi al rogo, Punk al pogo!

Non mi sono
mai definito Punk, a differenza di molti miei compagni di classe che
ascoltavano i Green Day e poi il sabato andavano a ballare nei posti fighetti.
Ho sempre ascoltato più che altro Metal e Grunge. Devo ringraziare il mio gruppo
preferito (i Pearl Jam, i più vecchia maniera di tutta l’area di Seattle) se ho
scoperto tutti i gruppi rock e punk dei decenni precedenti, dai Dead Boys ai
Ramones, passando per i Clash e i Dead Kennedys. No, non sono mai stato un
Punk, anche se, alla fine, ancora oggi lo ascolto con gran piacere.

Se siete
appassionati di musica, sono sicuro che anche voi vi siete spersi nei posti più
improbabili alla ricerca del locale dove suonavano dal vivo, quei
posti che quando (e se) ci arrivi ti viene da pensare: “Come minimo qua esce
Faccia di cuoio a farci tutti a pezzi”.
“Green Room”
era nel mio mirino da un pezzo, per una motivazione stupidissima: mi piaceva la
locandina (ve l’ho detto che era una ragione scema) e, a ben pensarci, avrei già
dovuto capirlo che il Punk in questo film aveva il suo peso, visto che il
poster è un’amorevole citazione alla copertina di “London Calling” dei
Clash.
Di Jeremy
Saulnier avevo già sentito parlare per il suo precedente “Blue Ruin” che, però,
non ho visto ed ora direi che mi tocca proprio recuperarlo. Si vede che “Green
Room” è un film fatto da uno che ha un rapporto viscerale con la musica, si
capisce degli ottimi dialoghi dei protagonisti, ma non aspettatevi un classico
film sul Punk, non come quelli che dirige Alex Cox giusto per non fare nomi, no
“Stanza Verde” non è (solo) un bel film sul Punk, è un bel film e basta, uno di
quelli che rischia seriamente di essere anche tra i migliori del 2016.



“I am a tu tu tu tu tu tu tu tu tough tough guy”.

“The
Ain’t Rights” è il nome di un gruppo Punk impegnato in un tour sul furgone
nei peggiori bar e bettole dell’Oregon, rimasti quasi senza soldi (e senza
benzina) accettano di suonare nell’ennesimo postaccio isolato, peggiore del
solito solo per via delle gente che lo frequenta, visto che si tratta del
ritrovo di una congrega di Skinhead. Non so a voi, ma a me viene di istinto di
citare una battuta di “The Blues Brothers”.

Cosa fa un
Punk degno di questo nome in una situazione del genere? Ingoia il rospo, suona
la sua cosa e ritira il malloppo? Ma va, prima cosa da fare è aprire con la
cover dei Dead Kennedys, “Nazi Punks Fuck Off” e qui tornano buoni i
Fratelli Blues di cui sopra visto che parte del pubblico fa partire il lancio
di bottiglie di birra (“Voi siete i good old boys”, la citazione al film di
Landis era nell’aria…).
Per fortuna, Jeremy
Saulnier è molto intelligente e non si limita a far degenerare la situazione
partendo da questa (piccolissima!) incomprensione musicale, no, anzi! Mette su
una trama più complicata, ci scappa un morto, i nostri Punk vedono quello che
non devono vedere e in un tempo incredibilmente breve passano da band
principale della serata a intrappolati costretti ad inventarsi un modo
per portare a casa la pelle. Saulnier passa da fare un film su una cosa che mi
piace (il Punk) ad un altro genere che mi piace: il film di assedio.

“Ok da qui in poi, i buoni sono quelli chiusi dentro mentre i cattivi stanno tutti fuori”.
Il buon
Geremia, anche sceneggiatore del film, di fatto manda a segno la sua personale
versione del classici Horror in cui un gruppo di omini di città (il più delle
volte giovani) sbagliano strada e finiscono nelle grinfie di un branco di
sadici. Un filone glorioso che parte da “Un tranquillo weekend di
paura” (Deliverance, 1972), passa per “Le colline hanno gli occhi” e “Non
aprite quella porta” e arriva fino ai vari “Wrong Turn” e compagnia cantante.
Lo schema è
piuttosto semplice, ma Saulnier lo suona alla sua maniera nel migliore dei modi
possibili: prima ci fa affezionare ai protagonisti, grazie a dialoghi scritti
come si deve (come quella sulla “desert-island band”) ci permette di
capire le dinamiche e i ruoli dei singoli personaggi, a quel punto quando il
gruppo si ritrova nella cacca fino al collo, come spettatori siamo già
coinvolti. Ma la stessa cura viene riservata anche ai Nazi, che pur essendo i
cattivi (ci credo sono Nazisti!) sfoggiano diverse sfumature di cattiveria. Si va da Macon
Blair che crede alla supremazia bianca, ma sembra il meno convinto di tutti dei
metodi e delle scelte violente, passando per Eric Edelstein, il fedelissimo che
ti aspetti che sul comodino abbia solo il “Mein kampf”, fino ad arrivare al
capo, Darcy (Patrick Stewart), quello che ricorda a tutti che sono un movimento
e non un’occasione per far casino e che vede i nostri protagonisti come un
intoppo da risolvere nel modo più pragmatico possibile, con la stessa enfasi
con cui si parla della spazzatura da buttare o di un’equazione da risolvere.



Locandine alternative in stile videogame, mica male no?
Vedere il capo degli X-Men in un ruolo da
Neo-Nazisti è strano lo ammetto, ma Patrick Stewart fa un ottimo lavoro, lui
stesso era il primo alla ricerca di un ruolo un po’ differente e pare che
abbia accettato la parte perché leggendo la sceneggiatura di “Green Room” a
casa sua in Inghilterra, per riuscire a terminare la lettura, abbia prima preferito chiudere le porte di casa, mettere l’allarme e versarsi uno Scotch
(storia vera!).



Cosa direbbe il tuo amico Magneto se ti vedesse con certa gente!?
Jeremy
Saulnier non esagera mai anche nella messa in scena della violenza, non
trasforma tutto in pura macelleria anche se il sangue non manca, motivo per cui
“Green Room” potrebbe piacere molto anche a chi non ama l’Horror, ma preferisce
i Thriller, Saulnier manda in scena un ottimo film di
assedio come John Carpenter comanda.
Geremia ha un
controllo completo degli spazi, la cura del dettaglio fa sì che in “Green Room”
non ci sia un solo proiettile sparato fuori posto e senza rovinare la visione
a nessuno, una delle scene più riuscite del film è basata sulla conta del
numero di colpi sparati (storia vera). Classica cosa che mi manda in brodo di
giuggiole in un film.
Saulnier
riesce a creare la suspence nell’attesa prima della battaglia, riesce persino a
tenere sul filo lo spettatore, anche solo grazie ad un pittbull che si
trascina la catena sull’asfalto (una delle immagini più potenti del film), in
tutto questo incastra alla perfezione dei dialoghi che motivano i personaggi: Napoleone Wilson e il tenente Bishop prima
dello scontro finale si avvicinavano grazie ad un motivetto fischiettato in
contemporanea. Qui i protagonisti prima di combattere con i denti e con gli
artigli parlano ancora di musica confessando la loro VERA band da isola deserta
prima di lanciarsi nello scontro.



The one who’s searchin’, searchin’ to destroy…
Impossibile
non tifare e farsi tirare dentro anche nel disperato assalto finale, che da
solo mi è bastato a far guadagnare punti a due attori che mi piaciucchiavano, ma
non mi avevano mai convinto per davvero: Imogen Poots, alle prese con un
personaggio più complicato di quello che possa sembrare, è bravissima e ha tutte
le battute migliori del film, non mi aveva convinto molto nel remake di “Fright
Night” (sempre con Yelchin) o in “Need for speed”, ma qui l’Inglesina con il
nome che sembra un incrocio tra la Mummia dei film della Universal e un
maghetto con gli occhiali tondi, mi ha convinto davvero, si vede che i
progetti a sfondo musicale (tipo la serie tv “Roadies”) le riescono
particolarmente bene.

“Ha chiamato MacGyver, vuole indietro il taglio di capelli e il bomber”.
Il compianto Anton
Yelchin, anche lui reduce da “Fright Night” e dalla parte da sfigato in Buryingthe Ex, qui è davvero bravissimo, non voglio rovinarvi nulla della storia, ma
nell’ottica del film di assedio, lui usa il Paintball come metafora
motivazionale (storia vera!), amarissimo il destino, che rende questa sua
ottima interpretazione già postuma.

Jeremy
Saulnier con “Green Room” manda a segno un film fantastico che in mani
differenti avrebbe potuto degenerare facilmente in una baggianata, perché un
film d’assedio bisogna saperlo fare, ma anche parlare di musica Punk ina
maniera realistica e lontana dai soliti clichè non è semplice, Geremia ha fatto
bene in entrambi i campi e non pago, cosa fa? Sui titoli di coda ti piazza
anche “Sinister Purpose” dei Creedence, che non sono Punk, ma sono sempre
fighissimi! No sul serio, cosa volete più di cosi? Filmone correte a vederlo!
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