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A 30 secondi dalla fine (1985): a cold day in hell

Non lo so neanche più da quanto tempo conosco Quinto Moro, a
ben pensarci davvero molto, ma quando uno si diverte il tempo passa in fretta. Scrittore,
enorme appassionato di cinema, le volte in cui non ci siamo trovati d’accordo su
una pellicola sono state una vera rarità, infatti per questo Guest Post ha
scelto un film che adoro. Oggi sarà lui a far filare questa Bara Volante dritta
come un treno, lascio a lui il proscenio e a voi auguro una buona lettura!

Mi sono sempre piaciuti i drammi carcerari. Forse perché nella mia
infanzia ce n’è stato uno che, se hai sei o sette anni, ti segna a vita. Ma che
di anni ne abbiate dieci, venti o quaranta, l’odissea dei due carcerati a bordo
di una locomotiva infernale non potrà che lasciarvi un segno.

Gioca a trovare l’intruso…
Il titolo nostrano “A 30 secondi dalla fine” non rende quanto l’originale
“Runaway train”, letteralmente “treno in corsa” o “treno della fuga”. Ma se
andate a 30 secondi dai titoli di coda, ci troverete l’inquadratura più iconica
del film. E vorrei cominciare proprio dalla fine, da quella frase in chiusura
presa dal Riccardo III di Shakespeare, personaggetto che non era proprio un
cuorcontento, esattamente come quelli di questo film:
“No
beast so fierce but know some touch of pity
but
i know none, and therefore am no beast”
“Non
vi è belva che non abbia un qualche senso di pietà.
Ma
io non ne ho alcuno, quindi non sono una belva”
 
Sembra una piccolezza ma usarla in chiusura (piuttosto che all’inizio)
è un tocco di classe. Parentesi aperta, ci torniamo…
“Runaway” ha una struttura semplice: due galeotti in fuga salgono sul
treno sbagliato. Il macchinista muore a caso, perché quel treno porta una sfiga
infame, e i due si ritrovano spediti a velocità folle nell’inverno-inferno
dell’Alaska. L’ambientazione è fondamentale: il carcere di Stonehaven
circondato dalla neve rappresenta da subito una sfida alla sopravvivenza.
Minuto 34:10 – “Sono Cassidy! Il macchinista è caduto dal treno!”. Cassidy, testimone oculare… (il tizio si chiama davvero così).
“Runaway” ha un’origine strana: film americano diretto da un russo e
scritto da un giapponese. La prima stesura del copione era di un certo Akira
Kurosawa, ed altri suoi fidati nippo. Mi piange il cuore se penso che doveva
dirigerlo Lui… Il progetto rischiò di deragliare ma riuscì a non finire sul
binario morto, passando in altre mani comunque non del tutto inesperte. Il
macchinista divenne il russo Andrey Konchalowsky fresco di migrazione negli U.S.A.
dopo i consensi in patria (avrebbe poi diretto un filmetto intitolato “Tango
& Cash”). Di Kurosawa rimase il soggetto mentre la sceneggiatura fu riscritta
a sei mani. Due di quelle mani appartenevano ad Edward Bunker: il galeotto più
famoso del cinema e della letteratura americana del Novecento non lo
immaginiamo certo a tessere la trama della sala di comando del sistema
ferroviario, ma è facile immaginarselo a scrivere le scene dei carcerati ed
ogni parola uscita dalla bocca di Jon Voight.
Eddy Bunker appare anche in un ruolo secondario ma d’impatto, e si è
trovato al crocevia di una di quelle storie di cinema nel cinema: Bunker era
stato a San Quintino con un mezzo messicano, tale Danny Trejo, campione dei
pesi welter in ambiente carcerario (storia vera). Trejo allenò il giovane Eric
Roberts per la scena dell’incontro di boxe, che i due finirono per girare
insieme.
“Guarda che il campione qui sono io. Lasciami prendere il machete e ti metto a posto io ragazzino.”
La carriera di Danny Trejo inizia qui, a 41 anni suonati e dopo una
gioventù dentro e fuori di galera. “Runaway” segnò la fine della sua vita
criminosa ed è forse l’unico brandello di redenzione che troverete in questo
film.
Eddy Bunker ha poche ma significative scene, specie quella in cui cede
alla rassegnazione del vecchio galeotto: “qui sto bene, qui so come mi devo
muovere”. A qualcuno farà venire in mente Morgan UomoLibero che non riesce ad
andare a pisciare senza chiedere il permesso dopo una vita a Shawshank, ma Eddy
Bunker che spezzato nel corpo e nello spirito rinuncia alla fuga, dopo dieci
minuti di film riesce ad avere un peso specifico identico, se non superiore.
“Come ti sembro Eddy?” – “Come uno che non vede il sole da tre anni” – “Cos’è il sole?”.
Il cinema è zeppo di storie d’amore, ma sono rare le storie d’odio assoluto
e viscerale come tra le due icone di questo film: il detenuto Manny – un Jon
Voight memorabile – e il direttore del carcere Rankem. Manny è un idolo per i
detenuti, con due fughe alle spalle è il bersaglio preferito del direttore che
lo schiaffa in isolamento per tre lunghi anni. L’ascendente di Manny sui
detenuti è cresciuto col protrarsi della battaglia legale contro l’isolamento
prolungato, il che rode di brutto al direttore.
C’è già tanto materiale per un film di due ore ma siamo solo ai primi
dieci minuti. L’ostilità tra carcerato e carceriere appare enorme prima ancora
di vederli faccia a faccia. Ed è la superbia del direttore ad introdurre il
vero cuore della pellicola: l’umanità, la bestialità, e il confine tra le due.
La disumanizzazione dei detenuti visti come bestie è affrontata
raramente ma è tutt’oggi al centro del sistema carcerario (date un’occhiata
“13th”, documentario Netflix sulle incarcerazioni negli USA).
Lei: “Se Manny è veramente un animale,
come mai gli altri detenuti gli vogliono tanto bene?”
Lui: “Perché sono tutti animali come lui”
L’altro: “Mio eroe del cazzo” applauso (Cit.)
Si sa che gli americani hanno la libertà al posto del cervello. Chissà
che quest’ossessione non venga dall’essere la nazione con più detenuti al
mondo. Un detenuto su quattro è americano (la metà dei quali neri, ma questa è
un’altra storia). Nel 1985, l’anno di “Runaway Train”, c’erano circa 200.000
detenuti negli Stati Uniti, oggi sono circa 1.400.000. Va anche detto che il
culto del fuorilegge come eroe romantico è parte della nazione, ma l’onestà di
questo film sta nel mantenere uno sguardo il più possibile imparziale e
autentico, senza assolvere né mitizzare i fuorilegge.
La leggenda di Manny si specchia nell’ammirazione del giovane Buck –
quella faccia da schiaffi di Eric Roberts – ma il film non cede alle
ruffianerie, e non assolve nessuno. Apro e chiudo parentesi sul ruolo di un Eric
Roberts convincente, ma la scrittura del suo personaggio è ridotta all’osso:
sta tutta nella parlantina sciolta e vive di riflesso all’ombra del compagno di
fuga.
America. Terra di Libertà. Ma non ditelo a Manny. Con quella faccia, la Libertà scappa appena ti vede.
Ed ora veniamo al grande protagonista del film: IL TRENO. Quattro
locomotive collegate una all’altra, senza vagoni né passeggeri… né macchinista!
L’entrata in scena della locomotiva sembra l’apparizione del mostro in
un film horror: emerge da una nuvola di fumo, con un suono lugubre che è più
d’un presagio. Non appena Manny la vede ne è ispirato: “Perchè
quella?” gli chiede il compare di fuga, “perchè sì” risponde
lui.
Una volta in carrozza inizia un’altra storia. Dopo una mezzora densa di
contenuti (persecuzione, rivalità, rivolta, fuga) e ottima nei tempi
dell’azione (salvo le dinamiche della fuga), si chiude il film carcerario e ne
inizia un altro: è “Speed” ragazzi, l’abbiamo visto negli anni ’90 e sembrava
tanta roba, ma non era niente di nuovo.
Quello di “Runaway” è un treno della morte, non meno demoniaco
dell’autocisterna assassina nel “Duel” di Spielberg. E non bastava l’aura
sinistra delle prime inquadrature: finisce per sembrare un vero demone su
binari, il muso di lamiere contorte come quello di un Graboid.
La locomotiva incarna il destino dei fuggitivi che porta nelle sue
fredde budella metalliche, un metaforone sull’impossibilità dei prigionieri di
sfuggire alla loro condizione, su un binario che minaccia di ricondurli tra le
braccia della legge o verso la morte, come non ci fossero altre alternative.
Il Manny di Jon Voight non assomiglia ai protagonisti di altri drammi
carcerari, in cui l’elemento empatico e l’ideale di libertà deve prendere il
sopravvento sulla colpevolezza per il crimine. Manny non è “l’eroe in fuga”,
non è l’idealista alla Clint Eastwood di Fuga da Alcatraz spogliato d’ogni colpa ed elemento criminoso, “venuto dal nulla
ad appianare i torti del direttore” (Cit. Cassidy). Manny è un uomo esasperato,
e pur nella sua incapacità di abbandonare l’ira e la violenza, vorrebbe da se
stesso (e dal fato) l’opportunità di una vita miserabile purché onesta. Al buon
Jon Voight tocca così un monologo incredibile sul sogno di sgobbare e chinare
la testa, sopprimere tutta la rabbia per mantenersi un posticino al mondo.
I dialoghi sono asciutti e la recitazione istintiva degli attori rende
i fuggiaschi autentici. Manny e Buck sono uno opposto dell’altro e le sottili
ostilità che nascono e si spengono rendono il rapporto tra i due mai banale. Jon
Voight con la sua faccia piena di cicatrici e gli sguardi spiritati sembra
costantemente in bilico tra lucidità e follia, “in guerra col mondo, nessuno
escluso”.
La locomotiva sembra quasi un’incarnazione dello spirito di Manny,
della sua stessa vita. E’ quasi felice d’essersi ritrovato a bordo, preferendo
quel pericolo alla prospettiva d’essere catturato ancora dagli sbirri, e
infatti Manny non maledice mai la locomotiva, che come lui va dritta per la sua
strada, si schianta, si ferisce e continua, correndo incontro al proprio
destino.
La Legge Locomotiva di Murphy: se un treno può andare fuori controllo, lo farà sicuramente.
Ma perché un film tanto valido sembra così dimenticato? Un po’ per il
destino avverso, un film con tanta sfiga nella storia un po’ se la tira
addosso… e poi i difetti non mancano. Qualche incongruenza e debolezza nella sceneggiatura,
sia nella fuga dal carcere troppo sbrigativa e poco tesa, quasi anticlimatica.
Anche l’alternanza tra le fasi tese sul treno e quelle “a terra” non è sempre
perfetta, le incognite sui possibili disastri della locomotiva impazzita visti
dal calduccio della sala comandi non coinvolge. I limiti stanno più che altro
nella regia: Konchalowsky non lavora sulle inquadrature né sui personaggi “a
terra”, perciò si ritrova con un girato a due velocità, e solo il montaggio
aggiusta il tiro. In alcune fasi le musiche scadono in motivetti da telefilm
poliziesco anni ’70, ma per fortuna la maggior parte della colonna sonora ha sonorità
potenti e drammatiche. L’accompagnamento nel finale è struggente, così come quella
carrellata sui volti dei prigionieri.
! ! ! ALLERTA SPOILER ! ! !
Il finale è memorabile, ma ha delle forzature e la dinamica con cui gli
sbirri partono alla carica quando poi si decide di far deragliare il treno
lascia un po’ perplessi. Non si capisce come faccia Manny a sapere che c’è
proprio Rankem sull’elicottero, e va bene la sua mania di persecuzione ma è un
po’ eccessiva. Né si capisce come Sara – sì, c’è anche una donna in questo film
– possa accorgersi che li hanno mandati su un binario morto, ma forse conosceva
a memoria tutte le mappe ferroviarie dell’Alaska… e l’abbordaggio del treno con
tanto di elicottero ha un che di surreale.
Ma ci sta che tutto sia votato alla resa dei contri. Le scene in cui
Manny perde una mano e sale sul tetto del treno lasciano il segno. Lì si chiude
il cerchio: il braccato ottiene più che una vendetta, sublima la persecuzione accompagnando
all’inferno la sua nemesi.
L’unico barlume di speranza è incarnato dalla sola controparte
femminile: la presenza di una donna sul treno è l’unico vero colpo di scena. Rebecca
De Mornay ha pochissime battute e a prima vista sembra un personaggio inutile
ma incarna “la ragione”: le frequenti inquadrature sul suo volto, senza che lei
dica nulla, sembrano indugiare su un’umanità diversa. I suoi occhi attoniti
sono un po’ i nostri, spettatori del mondo “normale”.
! ! ! FINE SPOILER ! ! !
“Salve, sono un personaggio femminile anni ’80 prima del #metoo. Non arresto i cattivi e non li prendo a calci in culo, ma non sono neppure una vittima e cerco soluzioni per salvare la pelle a tutti. Rappresento la ragione e l’umanità assistendo alle follie degli uomini. Qualche diva millennial riesce a farlo con così poco spazio e senza mostrare tette e culo?”
“Runaway” resta privo della fama di altri drammi carcerari ma sviluppa
fino in fondo il concetto chiave di quel sottogenere: l’autorità vista come
nemico. L’autorità ostile, arrogante, non meno deleteria del crimine stesso. E
di volta in volta riprende il tema dell’uomo e della bestia: senza rendere i
detenuti eroi, gli restituisce l’umanità delle loro azioni anche quando sono
violente, anzi proprio per la loro violenza.
“Sei una bestia!” / “No,
un essere umano, che è molto peggio!”
L’inseguimento finale di “Runaway Train” non è per celebrare la
giustizia o proteggere gli innocenti, non è per salvare vite. Perciò quella
frase di Shakespeare in chiusura ha tanto peso: non è l’assenza di pietà a fare
le bestie ma il contrario, e vale tanto per il criminale quanto per il
carceriere che si fa persecutore. Niente pietà gli uni per gli altri. Poiché
siamo uomini.
San Quentin, Stonehaven, what good
do you think you do?
Do you think I’ll be different when you’re through?
You bent my heart and mind and you may my soul,
And your stone walls turn my blood a little cold.
[San Quintino, Stonehaven, che
bene pensi di fare
Pensi che sarò diverso quando avrai finito con me?
Mi hai piegato il cuore e la mente e forse anche l’anima
E i tuoi muri di pietra mi fanno un po’ gelare il sangue.]
San
Quintin, Johnny Cash
P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film!
Vi
invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.
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