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[Guest post] Marrakech Express (1989): Ragazzi, vamos… rapidamiente!

Sono molto felice di poter ospitare il primo Guest Post
della storia della Bara Volante, quindi lascio il proscenio ad un mio lettore,
fate un gran casino per Zio Portillo che oggi ci parlerà del bel film di Gabriele
Salvatores. Zio, la palla è nel tuo campo!

Questo post
mi è stato ispirato dalla recensione di Incontri ravvicinati del terzo tipo fatta da Cassidy. Nel rispondere ad un commento
il nostro dice testualmente «…mi sembra il classico film, che rivisto in
diverse fasi della vita, ti regala emozioni che prima non potevi capire per il
semplice fatto che dovevi ancora viverle…». Sono certo che ognuno di noi ne
ha uno o più di uno di film così. Il mio senza ombra di dubbio è MARRAKECH
EXPRESS.
Il film di
Salvatores del 1989 fa parte della sua “Tetralogia della Fuga” e
assieme a “Turné”, “Puerto Escondido” e
“Mediterraneo” racchiude l’apice della carriera del regista nonché i
suoi temi principe quali l’amicizia, i sogni, i ricordi, la malinconia,
l’illusione, la voglia di un cambiamento o di evadere dalla routine e infine la
delusione. Ma, per dirla alla Cassidy: Tenetemi l’icona aperta sulla delusione
che poi ci ripasso.
La trama è
molto semplice, quasi banale e pure nemmeno tanto originale se vogliamo proprio
dirla tutta… Un gruppo di amici dai tempi dell’università, dopo dieci anni di
lontananza e di contatti minimi si riuniscono e viaggiano in auto da Milano al
Marocco per salvare uno del gruppo detenuto in prigione per una storia di
droga. Una volta giunti a destinazione dovranno pagare trenta milioni di Lire
per corrompere un giudice e farlo uscire di galera. A far da tramite tra gli
amici e il detenuto sarà la fidanzata di quest’ultimo.


“Alt! Vietato l’ingresso agli Italiani, fate troppo casino”, “Sarai bello tu, sembri l’ispettore Clouseau”.
La
sceneggiatura non è di Salvatores che anzi, a dirigere il film ci arriva quasi
per caso. Il film è farina del sacco di un gruppo di scrittori (Umberto
Contarello, Enzo Monteleone assieme al giovane regista Carlo Mazzacurati) che
ispirati dalle visioni de “Il Grande Freddo” (1983) e
“Fandango” (1985) buttarono giù la loro versione dei film di Kasdan e
Reynolds. Il manoscritto partecipò al Premio Solinas nel 1987 ma non vinse. La
sceneggiatura di MARRAKECH EXPRESS però venne adocchiata da Gianni Minervini,
un produttore napoletano con l’occhio lungo nello scovare giovani talenti da
lanciare nel panorama cinematografico (qualcuno ha detto Benigni? No? Mi pareva
di aver sentito qualcuno là in fondo che urlava “Berlinguer ti voglio
bene”). I quattro si mettono d’accordo e Carlo Mazzacurati oltre a mettere
la firma come sceneggiatore si assume la responsabilità di dirigere la
pellicola. Tempo zero regista e produttore litigano pesante e il progetto passa
nelle mani di Luciano Manuzzi (David di Donatello nel 1982 quale “miglior
regista esordiente”). Ecco, contate fino a tre e arriva il nuovo scazzo
tra produttore e regista con quest’ultimo che sbatte la porta e se ne va. La
patata bollente arriva quindi a Gabriele Salvatores, un regista teatrale che ha
all’attivo un paio di film e una manciata di videoclip. Il nome di Salvatores
fu fatto da Abatantuono che, esasperato, disse che i suoi amici del
“Derby” di Milano (Paolo Rossi, Claudio Bisio e Antonio Catania) si
erano trovati bene a lavorare con lui in “Kamikazen” (1987). E così
Gabriele Salvatore da Napoli sale a bordo del progetto. Il film casualmente ha
trovato il timoniere perfetto visto che la sensibilità, le idee e i temi
trattati dalla pellicola coincidono perfettamente con le idee di Salvatore. La
sintonia tra attori e regista è palese ma così palese che il cast in blocco
quasi totale continuerà a lavorare con Salvatores anche in seguito.

Salvatores mi ricorda sempre un mio vecchio professore (Storia vera).
La prima
volta che vidi il film fu al cinema. Ero giovanissimo e mi ricordo solo che mi
annoiai a morte. Non mi faceva ridere, non mi esaltava, non c’era azione, non
c’era nulla che potesse interessarmi e non mi entusiasmava per nulla. Non
vedevo solo l’ora che finisse ‘sta tortura! L’unica cosa che ricordo bene è la
partita di calcio con De Gregori in sottofondo. Stop. Semplicemente non ero
pronto per MARRACHECK EXPRESS, ero troppo giovane. Dimenticai il film e solo a
distanza di anni lo ribeccai in tv sul finire degli anni ’90. Ero agli ultimi
anni delle superiori dove guardavo film in seconda o anche terza serata. Alle 7
era la sveglia per la scuola, poi avevo allenamenti, partite, serate fuori, le
ragazze, e infine le notti in semi bianco a guardare film su film. Non dormivo
mai! Beata gioventù… comunque una di quelle mitiche notti casualmente
incappai nel film di Salvatores (nemmeno dall’inizio) e mi tenne incollato alla
tv: ora ero pronto. Le amicizie, il viaggio tutti assieme stretti in una
macchina, la tappa a Barcellona o nel vecchio set degli spaghetti western di
Sergio Leone, la partita a calcio in mezzo al nulla, le musiche di De Gregori e
di Lucio Dalla, l’amore fugace, i tradimenti… tutto era perfetto. Il film mi
entrò dentro come una scossa tanto che il giorno dopo andai in videoteca a
ordinarmi la videocassetta originale. Un onore toccato veramente a pochi titoli
in periodo di VHS e videonoleggi. Settimane dopo (altro che Amazon Prime!) il
film era di nuovo davanti ai miei occhi e me lo godetti tutto in religioso
silenzio apprezzando ogni singola battuta, ogni inquadratura, ogni sfumatura.
Tutto per me era perfetto in questo viaggio on the road tra vecchi amici
ritrovati.

We skipped the light, fandango.
Maurizio
Ponchia (Diego Abatantuono ancora in bilico tra comico e drammatico ma ormai
più orientato verso il “lato serio”), cinico, pungente,
rompicoglioni, caustico e decisamente il meno accondiscendete e il meno
convinto di intraprendere questo viaggio è quello che ruba l’occhio. Veste
bene, ha soldi, la parlantina sciolta, la sicurezza di chi sa quello che vuole
e che si è lasciato il passato alle spalle. Sembra il più superficiale e il più
distaccato del gruppo ma sarà quello che alla fine, in Marocco, resterà con più
“voglia di passato”. Vorrebbe rimettere su la compagnia come un
tempo, ritrovarsi per il calcetto e non lasciarsi più. La sua nemesi è Marco
(Fabrizio Bentivoglio), un giovane ingegnere di Milano che ai bei vecchi tempi
era il collante del gruppo. Infatti è a lui che si rivolge Teresa (Cristina
Marsillach), la fidanzata di Rudy (Massimo Venturiello), per chiedere aiuto e
il denaro per far uscire l’amico di prigione. Marco inizialmente è il più entusiasta,
sa dove sono finiti gli altri e come rintracciarli, sa usare le parole e
toccare le corde giuste per smuovere gli amici e farli partire. Ma alla fine è
proprio Marco quello deluso dal viaggio. L’ingannato, il beffato dall’illusione
del passato che non tornerà più e quello che col suo silenzio finale sa che
questo viaggio Milano-Marrakech è solo una parentesi perché lui e gli altri
sono cambiati e non sono quelli di dieci anni prima. Nel mezzo ci sono Cedro
(Gigio Alberti) e Paolino (Giuseppe Cederna) ex migliori amici che hanno
interrotto ogni rapporto quando Paolino ha sposato l’ex fidanzata di Cedro.
Dopo le scaramucce iniziali i due ritorneranno amici riallacciando il rapporto
bruscamente (e inutilmente) interrotto per un’assurda gelosia.


“Sento anche un’interferenza da Bisceglie, Gulash gulash!!!” (cit.)
Il viaggio,
dolce e amaro, con destinazione Marocco è scandito dalle regole che Ponchia
tenta di imporre agli altri e si conclude con Cedro che vuole scendere e con la
celeberrima battuta «Fumo ne abbiamo?». Della serie, saremmo anche diventati
uomini ma sotto sotto siamo ancora quelli di dieci anni fa! Esilarante. Comunque,
tornando al viaggio, questo viene inframmezzato da tappe più o meno forzate che
cementano ulteriormente l’amicizia dei quattro. Si fa tappa a Barcellona in un
maldestro tentativo di furto in un minimarket, in un vecchio set
cinematografico in Almeria, la mitica partita di pallone Italia-Marocco per
recupera il palo (accrocchiato sotto l’auto) dove sono nascosti i soldi per
evitare la dogana. Infine a Marrakech dove i nostri recuperano quattro
sgangherate biciclette per compiere l’ultimo tratto di strada.

La pista ciclabile più grande del mondo.
Proprio là, in
mezzo alle dune con i nostri intabarrati e vestiti da berberi alla bell’e
meglio danno vita alla scena migliore del film. Probabilmente persi, la poesia
del deserto in un panorama da cartolina che i nostri guardano ammirati e
inebetiti da cotanta bellezza. Solo il vento che soffia. Ma è proprio il vento
quello che sibila? Purtroppo no… la realtà, amara, è ben diversa e molto meno
poetica. E così come la ruota sgonfia riporta tutti con i piedi per terra, anche
la scoperta di Rudy e cosa ha combinato in Marocco è una doccia gelata.
Ponchia, Paolino e Cedro (il più esaltato che si mette a saltare come un pazzo
sulla trivella) chi per un motivo chi per l’altro sono ugualmente felici. Marco
invece è quello che ha assaporato il ritornare al passato, sperava in un
cambiamento magari assieme a Teresa ma la delusione della sorpresa e dell’amore
“impossibile” lo riportano bruscamente coi piedi per terra e alla
vita di tutti i giorni che lo aspetta a Milano. Se qui è tutto accennato e
bisogna leggere tra le righe o tra le espressioni, è in
“Mediterraneo” che Salvatores farà esplodere questa
illusione/delusione del cambiamento e ironicamente sarà Abatantuono (che in
“Marrakech Express” è il più entusiasta) a pronunciare la frase di
chiusa della pellicola premio Oscar.

“Ragà, ma quello laggiù è Lawrence d’Arabia?”.
Il film mi
entrò così tanto sotto pelle che per anni mi ero messo in testa di ricalcare le
orme dei nostri in un viaggio tra amici su gomma. Nel 2004, finalmente, coronai
il mio sogno con tanto di soste più o meno forzate e il tatuaggio finale
celebrativo. Altri anni, altro me. Ma devo aggiungere anche altro Salvatores,
purtroppo.

P.S.
Mille grazie a Zio Portillo per aver recensito il film!
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