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[Guest post] Mediterraneo (1991): Sì, tutto chiaro ma ton italon cosa vuol dire?

Oggi lascio il proscenio ad un mio lettore, fate un gran
casino per Zio Portillo che oggi ci parlerà del bel film di Gabriele
Salvatores. Zio, la palla è nel tuo campo!

Continuo a rompere le palle qui sulla Bara e, corrompendo il
buon Cassidy con un paio di bionde medie belle fresche [con cui mi si compra
sempre, Nota Cassidiana], provo a raccontarvi il mio secondo Salvatores
preferito: MEDITERRANEO.
Ora, se Marrakech Express lo sento particolarmente vicino per mille motivi, questo film del
regista napoletano mi è vicino per… la Grecia! Quest’estate infatti me ne
scappo in un’isoletta per l’ennesima estate lontano dal bordello e dalla
routine quotidiana. Non vedo l’ora! Vabbè, per chi ha vissuto su Marte,
“Mediterraneo” è appunto ambientato in una sperduta isola greca
durante la Seconda Guerra Mondiale.
La pellicola è il terzo capitola della “tetralogia
della fuga” iniziata nel 1989 con Marrakech Express,
proseguita con l’anonimo (anche se di buon successo commerciale)
“Turnè” (1990) e che toccherà lo zenit con questa commedia agro-dolce
che avrà un clamoroso successo di pubblico e critica vincendo premi ovunque e
portandosi a casa un Oscar come miglior film straniero (1992), battendo niente
po’ po’ di meno che “Lanterne Rosse”, capolavoro di Zhang Yimou.

“Zhang Yimou sai chi ti saluta tantissimo? Sto Oscar!”

Anche in questo film la trama è alquanto banale ma questa
volta è farina del sacco di Salvatores e del suo fidato compagno di scrittura
Enzo Monteleone, già co-sceneggiatore delle pellicole precedenti. I due buttano
giù soggetto e sceneggiatura e utilizzano la scusa della guerra per mettere in
scena i temi a loro più cari: fuga, sogno, amicizia, libertà, voglia di
cambiamento e la solita, immancabile, delusione. In questo film siamo
nell’estate del 1941 e 8 soldati italiani vengono mandati a presidiare un
isolotto disperso e apparentemente disabitato nel mezzo dell’Egeo. In poco
tempo perderanno la radio per comunicare con l’Italia e pure la cognizione del
tempo visto che perderanno tutti l’orologio (a scuola di metafore Salvatores
sedeva al primo banco…). Così rimarranno isolati dal mondo per tre anni,
fraternizzeranno con gli abitanti del paese, si abitueranno ai ritmi lenti e
placidi dell’isola e finiranno per dimenticarsi della guerra finché verranno
inaspettatamente e improvvisamente riportati alla realtà.

Del gruppetto molti attori hanno già lavorato con Salvatores
(Abatantuono, Cederna, Alberti, Catania, Bisio e Conti) ma spicca più di tutti
l’assenza di Fabrizio Bentivoglio, attore feticcio del regista. Nessun litigio
o scazzo tra i due, solo che l’attore milanese non credeva di girare tre
pellicole in tre anni con Salvatores e dovette rinunciare alla parte del
Tenente Montini (andata a Claudio Bigagli) per onorare impegni già presi con
altri registi. Per questo la parte di Montini venne notevolmente ridimensionata
dando maggior risalto e minutaggio al Sergente Nicola Lorusso interpretato da
Abatantuono. E il buon Diego ringrazierà il regista della fiducia sfornando
un’interpretazione maiuscola e caricandosi spesso sulle spalle l’intera
pellicola. Molto curioso il fatto che Salvatores si identificò proprio nella
figura di Montini tanto che chiese a Bigagli di indossare gli occhialini tondi
come lui e di rimanere rigorosamente all’ombra per mantenere un colorito
pallido proprio come avrebbe fatto lui se si fosse trovato nella stessa
situazione. D’estate. In Grecia. Non aggiungo altro che è meglio…

Da fiero possessore di colorito cadaverico, farò finta di non aver letto… torniamo al film!

La produzione, sempre guidata da Minervini come in Marrakech Express, impacchetta cast e troupe e li lascia un mese
intero in vacanza nell’isola scelta come location per le riprese (Kastellorizo
nel Dodecaneso. Ad un tiro di schioppo dalla Turchia. E se me lo chiedete la
risposta è “No”. Non ci sono mai stato… finora!). L’idea, che
effettivamente ha funzionato benone, ha permesso agli attori e ai tecnici di
affiatarsi e fare gruppo così da rendere poi più spontanee e improvvisate le
reazioni alle riprese visto che l’immedesimazione tra personaggi e attori era
totale. Tutto il gruppo veniva animato e trascinato da un Abatantuono
letteralmente scatenato. Bigagli, in un’intervista a La Nazione del 2016
racconta come il clima sul set era fantastico: «…La realtà era uguale alla
finzione. Eravamo un’allegra brigata al seguito di Abatantuono, che ci ha
accolto sul molo quando siamo arrivati con il traghetto da Rodi. […] Sono
nate amicizie e complicità indimenticabili. Unica pecca: il pensare che quello
che ci stava accadendo fosse normale… se avessi saputo quanto era eccezionale
me lo sarei goduto di più». Il ruolo di Abatantuono è quindi quello di perno
attorno a cui ruotano le vicende dentro e fuori dal set. Se il Sergente Lorusso
diventa il “capo” degli otto militari visto che il Tenente rimane
sempre da solo a restaurare la chiesetta, il buon Diego è l’anima e il cuore
pulsante del cast. Serate in discoteca post riprese (con presenza
obbligatoria!), cene pantagrueliche al ristorante greco e boicottaggio delle
lezioni di yoga. Yoga?!?! Eh sì. Nel cast c’era Memo Dini (uno dei due fratelli
Munaron) che ogni mattina impartiva lezioni di yoga nella piazzetta del paese
cui tutti più o meno volentieri partecipavano. Peccato che Abatantuono non ne
voleva proprio sapere tanto che, come ha raccontato Giuseppe Cederna (Paolino):
«Come se non bastasse lui aveva affittato un motorino e mentre noi eravamo nel
pieno degli esercizi di respirazione, arrivava smanettando a tutto gas!» (da
Marie Claire di Maggio 1992).

“Vedo un qualchecosa sul giubbotto, poi c’è scritto… che c’è scritto? S.G… che vor dì, che è, Sandro Giacobbe?” (Cit.)

Anche Salvatores a “Io Donna” sempre nel 2016, ha
raccontato riferendosi alla realizzazione: «…I film sono faticosi comunque.
Questo invece non lo è stato, l’abbiamo scritto in fretta, girato subito, in
una specie di stato di grazia. È proprio vero che i film hanno una loro vita
indipendente dalla nostra volontà. Più che un film, Mediterraneo è stato un
viaggio.». E Salvatores non fa nulla per giocare a carte coperte visto che già
sui titoli di testa compare una citazione di Henri Laborit: «In tempi come
questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare».
Fuga, viaggio, amicizia e sogno. I cavalli di battaglia del regista messi
subito nero su bianco. L’intervista continua poi con il nostro che dice che la
mancanza di Bentivoglio lo ha spiazzato e che la sceneggiatura avrebbe dovuto
vedere un maggior coinvolgimento del Tenente Montini nelle dinamiche del gruppo
(compresa un’avventura con Vassilissa). Invece il seppur bravo Bigagli non lo
convinceva in pieno e così il duo alla scrittura (Salvatores e Monteleone) lo
hanno defilato e relegato a fare l’artista per buona parte del film,
mantenendogli però lo status di “saggio” del gruppo. Il minutaggio
mancante è stato preso, come detto, da Diego Abatantuono che si mangia la scena
ad ogni apparizione. Compresi i due momenti migliori della pellicola. Il primo
è il suo monologo sul tempo che passa, sul senso della vita e sul suo giramento
di cogl… scatole.

L’altro momento chiave è la chiusa del film. Quando da
vecchi, i commilitoni si ritrovano nel ristorante del “piccolo”
Farina e si mettono a pelare le verdure, l’ex Sergente si lascia sfuggire la
frase amarissima e colma di delusione: “Non si viveva così bene in Italia,
non ci hanno lasciato cambiare niente… E allora gli ho detto: avete vinto voi,
ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice. Così gli ho detto! E
sono tornato qui…”. Ironico che il più deluso questa volta è proprio il
personaggio di Abatantuono che solo un anno prima in Marrakech Express chiudeva la pellicola come il più entusiasta di
tutti.

Come al campetto quando l’incaricato dimentica le maglie da partita.

Ricapitolando: la fuga c’è, la voglia di cambiamento c’è,
l’amicizia c’è, la delusione c’è, cosa manca? Il sogno! E il sogno qual è nel
film? Potrebbe essere l’isola stessa. Uno sputo di terra in mezzo ad acque
cristalline, lontana dagli orrori della guerra ma vicina a casa tanto che un
disperato Noventa (Claudio Bisio) proverà a raggiungere a remi. Bella,
ammaliante, placida. Un vero paradiso in terra. Oppure, leggendo tra le righe,
il sogno è la parentesi che stanno vivendo i nostri 8 in questi tre anni. Come
se avessero vissuto fino al ’41, si fossero addormentati per tre lunghi anni
lasciando le loro vite in sospeso e poi gli inglesi li avessero svegliati
sbarcando sull’isola per riportarli a casa. O infine il sogno è quello che ha
il Sergente Lorusso. La voglia, il desiderio di cambiare l’Italia. Hanno l’età
giusta e l’occasione è propizia e irripetibile. Con l’ambizione e le migliori motivazioni
possono realizzare il sogno di creare un’Italia migliore, salvo poi venire smentiti
dai fatti. Qualunque sia l’idea che avete di sogno, in tutti i casi il film si
chiude con l’ennesima delusione. Anzi, con una triplice doccia gelata. Il primo
è l’isola paradisiaca e fuori dal tempo che ai giorni nostri è preda di orde di
turisti cafoni e con la musica a palla tanto che il Tenete Montini faticherà a
riconoscere i luoghi cui soggiornò 50 anni prima. Il secondo è la nave inglese
che nel ’44 riportò a casa i nostri e li svegliò dal torpore riportandoli alla
vita vera. E come se non bastasse ha pure riportato a casa i legittimi abitanti
dell’isola. E infine, come detto, la terza delusione è la voglia di cambiamento
di Lorusso che cozzerà con i politici italiani del dopoguerra.

Il fiero alleaten Galeazzo Musolesi Diego Abatantuono.

Ma quindi il film è di un pessimismo allucinante? No, questo
no. Ci sono anche dei segnali di speranza come la pastorella incinta di uno dei
fratelli Munaron (Vasco Miranadola e Memo Dini), oppure il fatto che nonostante
la guerra e le differenze di lingua e di cultura, il buon Farina (Giuseppe
Cederna) corona il suo sogno d’amore sposando la bella Vassilissa (Vana Barba)
e rimando a vivere nell’isola. O infine che il lavoro svolto da Montini nel
restaurare la cappella del Pope (Gigi Montini) abbia resistito allo scorrere
del tempo e che i nostri otto in fondo in fondo sono ancora presenti nell’isola
anche se sotto forma di affresco.

Cose da NON fare dopo aver fatto il pieno di Ouzo.

Salvatores ci credeva fortissimo nella pellicola. Sapeva di
aver girato il suo capolavoro e cosa fece per alleviare la tensione in attesa
dei risultati? Fece fagotto e partì per il Messico per girare “Puerto
Escondido”. Là scelse volutamente di girare nei posti più isolati
possibile e seppe della monination solo rientrando in hotel una sera e
ritrovandosi la stanza invasa di fiori, bottiglie ed omaggi ognuna con un
biglietto con su scritto “Congratulazione per la nomination”.

Essere nominati non significava aver vinto ma la produzione
costrinse il regista ad interrompere le riprese e volare in America per una
settimana a fare promozione a “Mediterraneo”. In tutta onestà,
Salvatores non era molto felice di tutto il clamore e di avere i riflettori di
Hollywood addosso… il suo ideale era Marlon Brando che mandava la pellerossa
a ritiragli l’Oscar spernacchiando di fatto l’Academy.
Com’è, come non è, alla fine “Lanterne Rosse” se
l’è presa in saccoccia e i nostri si sono portati a casa la statuetta ma come
in un film di Salvatores che si rispetti c’è pure qua la delusione visto che
non c’è stata nessuna festa per il gruppo. Chi era in Messico (il regista,
Abatantuono e Bisio), chi era sul set di “Gangster” a Genova (Bigagli
e Cederna), chi era a teatro in giro per l’Italia. Si trovarono tutti solo
settimane dopo quando ormai il clamore e l’adrenalina per la vittoria era già
scesa. Peccato ma anche in questo caso realtà e finzione cinematografica si
sono fuse perfettamente.
P.S.
Mille grazie a Zio Portillo per aver recensito il film! Sei
sempre il benvenuto qui sulla Bara Volante!
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