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Guida galattica per autostoppisti (2005): non dimenticate mai il vostro asciugamano

Il 25 maggio si festeggia il “Towel Day”, il giorno dell’asciugamano perché come sanno tutti i lettori della Guida galattica per autostoppisti, non bisogna mai partire per un viaggio senza portarsi dietro l’asciugamano!

Nel 1977 il geniale scrittore Douglas Adams era uno sceneggiatore venticinquenne che si barcamenava con fortune alterne scrivendo episodi (diventanti anche mitici) per la serie Doctor Who, fu proprio alla BBC che Douglas propose la strampalata idea di uno sceneggiato radiofonico, una storia spaziale di ampio respiro, che con il suo tono leggero e umoristico, potesse divulgare in modo semplice e diretto la fantascienza.

Lo spunto di questa idea geniale, come spesso accade in questi casi, arrivò quando due idee separate trovano il modo di fare “Click” nella testa di qualcuno, per Adams lo spunto arrivò durante una notte insonne, passata a sfogliare per caso una copia della guida turistica dello scrittore australiano Ken Welsh del 1972, denominata “Hitch-hiker’s Guide to Europe”. Perché non farne qualcosa di più grande, che strizzasse magari l’occhio alle varie “enciclopedie galattiche”, che si diffusero dopo la pubblicazione del Ciclo della fondazione di Isaac Asimov?

Fu così che nacque lo sceneggiato radiofonico “The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy” su cui lo stesso Douglas Adams nutriva però parecchi dubbi: trasmetterlo in seconda serata sarà la scelta giusta? Raggiungerà abbastanza persone? Dopo aver interamente trasmesso tutti i primi episodi, la BBC fu costretta a riproporre lo sceneggiato in replica integrale, perché nel frattempo gli uffici del celebre canale Inglese vennero subissati di lettere di persone entusiaste (storia vera)

Adams (il primo in alto) chiede un passaggio insieme al resto delle voci dello spettacolo radiofonico della BBC.

Nel 1979 Douglas Adams adattò su carta le prime quattro puntate dello spettacolo, mandando alle stampe il primo capitolo di quella che ancora oggi viene definita come “La trilogia in cinque parti” (più un capitolo postumo, per la precisione). Una manciata di libri che ho letto e riletto sempre con estrema gioia nella mia vita di lettore, ve li elenco qui in ordine di uscita: “Ristorante al termine dell’Universo (1980), “La vita, l’universo e tutto quanto” (1982), “Addio, e grazie per tutto il pesce” (1984) e “Praticamente innocuo (1992).

Una delle prime edizioni Italiane, per la collana Urania.

La guida galattica nel tempo ha sperimentato vari formati, ad esempio nel 1980 è diventata una serie televisiva ovviamente prodotta dalla BBC, ma è sulla carta che l’idea di Douglas Adams ha sempre sprigionato tutta la sua forza.

La trama comincia con Arthur Dent, un ordinario trentenne Inglese che un giovedì mattina («Odio i giovedì!») si ritrova delle ruspe davanti a casa, intenzionate a demolire la sua abitazione per fare posto al passaggio di una tangenziale. Lo stesso destino che toccherà anche al pianeta Terra, perché in orbita attorno alla nostra casa, le navicelle dei Vogon, una razza di disgustosi burocrati spaziali, sono pronte a spazzarci via perché siamo sulle mappe galattiche ed ostruiamo il passaggio per beh… Una super strada intergalattica. Vi sembra tutto molto assurdo? Niente panico! Siamo solo all’inizio.

A salvare Arthur ci pensa il suo migliore amico Ford Prefect, che con alcune pinte di birra, un asciugamano e un passaggio richiesto con il pollice, si rivelerà essere in realtà un alieno proveniente da Betelgeuse, colui che illustrerà ad Arthur i segreti dell’unico strumento in grado di aiutarlo nella sua nuova grottesca situazione: la Guida galattica per autostoppisti, il libro più venduto della galassia (molto più della grande Enciclopedia galattica), un oggettino che sta a metà tra una guida Lonely Planet e un tablet ante litteram e che reca la scritta, “DON’T PANIC”, niente panico, in grandi e rassicuranti caratteri sulla copertina.

Si legge bene la scritta? Il concetto deve arrivare forte e chiaro!

Lo stile di scrittura di Douglas Adams è semplicemente inimitabile, anche se ancora oggi resta fonte d’ispirazione per tanti (il più scalcagnato? Il vostro amichevole Cassidy di quartiere). La capacità di Adams di saltare apparentemente di palo in frasca, continuando a rivolgersi idealmente al suo pubblico, come se ti stesse parlando direttamente è irripetibile. Le influenze poi sono manifeste, Adams paga un debito intellettuale nei confronti di Thomas Pynchon, da cui pesca un’idea presente nel romanzo “L’incanto del lotto 49” (1966) dove lo scrittore raccontava di un complotto per sostituire l’umanità con i delfini, che Adams adatta nel suo modo geniale e irriverente che ricorda, non a caso, lo stile dei Monty Python, di cui lo scrittore era molto amico, fidato collaboratore (ha scritto per loro alcuni sketch) e se volete la mia di teoria complottista, secondo me era proprio Adams il famigerato “settimo Python” di cui vociferano le leggende.

La “Guida galattica per autostoppisti” va oltre quella che viene definita cultura Nerd, ma sicuro non è solamente una lettura divertente, cioè lo è, anche moltissimo, però riesce a trattare temi universali con una leggerezza disarmante, nella guida trovate temi chiave come il rispetto della vita e dell’ambiente, la tutela delle diversità, l’eguaglianza, i problemi dell’emarginazione, la capacità di Paul McCartney di comporre motivetti macina soldi capaci di piantasi in testa a chiunque insomma, trovate la vita, l’universo e tutto quanto, raccontate in modo serio ma divertente, perché per fare dell’umorismo per prima cosa devi avere delle gran materia grigia nel cranio, Douglas Adams per nostra fortuna ne era portatore sano.

«Sono arrivate le ruspe di Salvini!», «Vieni con noi nello spazio, in fondo dopo quello i Vogon non sono così male»

La filosofia progressista di Adams traspare dalle pagine, basta dire che nel corso dei romanzi, il suo conflittuale rapporto con i neonati (allora) computer, cambia in modo sostanziale, tanto che alla sua morte, nella casa di Adams sono stati ritrovati dischi rigidi strapieni di materiale inedito, ma anche storie scritte per formati nuovi e più interattivi, quasi un modo di giocare con la tecnologia esplorandone le possibilità offerte.

Il contenuto dei suoi romanzi poi è stato sviscerato in ogni modo, basta dire che Neil Gaiman ha scritto un saggio per tentare di spiegare la Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto (42), ma la verità è che Douglas Adams è stato l’unico ad apprendere a pieno la lezione dei Monty Python, provare a fornire un significato a qualcosa che nasce senza logica come il senso della vita è impossibile, tanto vale godersi il viaggio, portarsi dietro un asciugamano e seguire alla lettera le parole sulla copertina della guida: DON’T PANIC!

Pollice in alto e tenetevi forte!

Nel suo modo di pensare fuori dagli schemi, libero dai vincoli del formato, Douglas Adams ha tentato di portare la sua guida anche fuori dalla carta stampata, la sua prima sceneggiatura per un ipotetico film risale ai primi anni ’80 e venne opzionata per il grande schermo da Ivan Reitman, fomentato dal suo amico nerd Dan Aykroyd che avrebbe voluto moltissimo interpretare Ford Prefect (storia vera). Ma per un problema di diritti legati alla precedente incarnazione della “Guida galattica” (lo sceneggiato radiofonico della BBC), Aykroyd dovette mollare il colpo finendo per proporre a Reitman un idea diversa ma altrettanto folle: la storia di alcuni tizi che correvano dietro ai fantasmi per acchiapparli, potreste averne sentito parlare come di uno dei più grandi film della storia del Cinema.

La sceneggiatura rimase nel limbo per decenni, prima di venire ripescata a risistemata dal secondo sceneggiatore del film, Karey Kirkpatrick. Per la regia il più lanciato e promettente pareva essere Spike Jonze, che però impegnato su altri fronti pare abbia spinto per uno dei suoi collaboratori più fidati, Garth Jennings, all’esordio al lungometraggio dopo essersi fatto le ossa con i videoclip musicali.

Garth, passato dai gruppi musicali a quella rockstar di Zaphod Beeblebrox.

Ironicamente (e con una punta di malinconia) Douglas Adams non è mai riuscito a vedere il film terminato, perché ha deciso di ritornare su Betelgeuse nel 2001, anche se resta la dedica alla sua memoria su questa pellicola uscita nei cinema nel 2005. Nei cinema di tutto il mondo intendo dire, qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, da sempre periferico al resto della galassia, il film sarà stato in sala se va bene una settimana, probabilmente lo abbiamo visto in beh, 42.

Il che è un po’ un peccato, perché la versione di Garth Jennings della “Guida galattica” è un film diligente, con il cuore dal lato giusto, che azzecca un numero impressionante di soluzioni, anche solo per sbagliarne altrettante, insomma il risultato finale posso dirlo? Praticamente innocuo.

Gli attori sono veramente azzeccati, a partire dal protagonista Arthur Dent assegnato all’unico inglese del cast ovvero Martin Freeman. Non credo che nessuno più di Martino Uomolibero possa incarnare alla perfezione l’Inglese medio, inoltre sono convito che se nel 2012 lo abbiamo ritrovato (anche lì, perfetto) nei panni di Bilbo Baggins in Lo Hobbit, sia anche perché era già stato in carriera anche Arthur Dent, un altro personaggio che come Bilbo, avrebbe solo voluto restare a casa sua, ma si è trovato a diventare il protagonista di un viaggio incredibile.

«Io volevo solo stare a casa!»

Ford Prefect ha il volto di un Mos Def strampalato il giusto, Trillian invece rappresenta la prova che il film è del 2005, infatti ha gli occhioni dell’insopportabile Zooey Deschanel che se non altro riesce a dare un contributo non negativo, non come in altri titoli della sua filmografia che non vorrei nemmeno nominare, figuriamoci riguardare, piuttosto preferirei cospargermi di miele e lanciarmi tra le fauci dell’orribile bestia bug blatta.

«Sei carina ma quanto ti vedo nei film, mi sento così depressooooooo»

A proposito di personaggi fastidiosi, ma fastidiosi in un modo funzionale alla storia, Sam Rockwell ha sbaragliato la concorrenza di nome blasonati (si vociferava di Johnny Depp… Insieme alla Deschanel!? Non avrei mai potuto reggere!) prendendosi il ruolo di Zaphod Beeblebrox, l’esagitato ed egomaniaco presidente del Governo Galattico Imperiale che qui buca letteralmente lo schermo. Per altro, nel film sono riusciti a rendere in maniera efficace ed originale, il piccolissimo dettaglio della seconda testa di Zaphod, la tipica idea che non mostrata ma solo immaginata dal pubblico (leggendo il libro oppure ascoltando lo sceneggiato radiofonico), può funzionare alla grande, ma risulta parecchio complicata da realizzare sul grande schermo. Ah! Se solo il film avesse mostrato questo tipo di capacità di adattamento per tutta la sua durata!

«Pensi che la seconda testa sia un problema? Immagina cosa vuol dire avere tre braccia»

Completano il lotto dei nomi, il leggendario Alan Rickman a doppiare il perennemente depresso robot Marvin, l’androide paranoide. Proprio per questo vi consiglio il film in lingua originale, perché il doppiaggio passa come pialla sulle prove di nomi come il narratore Stephen Fry, ma anche il super computer Pensiero Infinito, che in originale risponde «42» con la voce di Helen Mirren.

«Quante strade deve percorrere un uomo, prima di essere chiamato uomo?», «Ehm… 42?»

Qual è il problema di “Guida galattica per autostoppisti” di Garth Jennings? Ad una prima occhiata nessuno, dentro ci troverete omaggi alla serie tv della BBC (i protagonisti superano in fila anche il Marvin del programma tv, non potete mancarlo, accade quando Martin Freeman dice «Sono Inglese, so come si sta in fila»), ma anche capodogli che precipitano, il motore ad improbabilità della nave spaziale Cuore d’oro e il viaggio a Magrathea.

Il vecchio Marvin della serie tv, superato senza pietà.

Quello che troverete in più è una porzione centrale di film inedita rispetto ai libri, che ha come protagonista il predicatore galattico Humma Kavula (un robotico John Malkovich), ma anche una visita al mondo natale dei Vogon, passaggi che espandono la storia sacrificando un po’ il ritmo che però bisogna dirlo, resta piuttosto frenetico.

Essere il robot di John Malkovich.

Si perché il problema del film di Garth Jennings è l’abbondanza, avendo così tante delle idee geniali (e super divertenti) di Douglas Adams da portare in scena, la pellicola rischia di stordire il pubblico a digiuno dei romanzi dello scrittore. Non sempre il film riesce a gestire bene lo spazio e i tempi comici necessari, alcune battute arrivano troppo presto, altre vengono reiterate fino a perdere di forza, mentre molte delle idee migliori (come il pesce Babele ad esempio) finiscono nel mucchio con il rischio di perdersi, non riuscendo ad emergere nella loro vera genialità.

Roba da mordersi le nocche perché ci sono trovate assolutamente brillanti realizzate alla grande, come ad esempio i disgustosi Vogon, realizzati dai Jim Henson’s creature shop utilizzando effetti speciali orgogliosamente vecchia scuola, che rendono i viscidi burocrati spaziali più realistici (malgrado il loro fisico grottesco e volutamente ridicolo), per certi versi sembrano gli alieni di “Explorers” (1985) invecchiati e resi grigi da un logorante lavoro da passa carte.

«Posso leggerti una poesia?», «Ehm no guardi purtroppo sono allergico, come se avessi accettato»

L’inizio poi è meraviglioso, in grado di convincere chiunque a voler approfondire questo strambo film dal titolo chilometrico. Garth Jennings azzecca in pieno l’attacco del suo film con il musical dei delfini, sulle note della geniale “So long and thanks for all the fish”, decisamente il momento più Phythonesco di tutto il film.

Gli umani sarebbero i più intelligenti del pianeta? Tzè!

Non so se imputarlo ad una mancanza di personalità registica, oppure semplicemente ad un peccato di troppo amore nei confronti del materiale originale, ma Garth Jennings malgrado un budget più che adatto, un cast in forma e alcune soluzione davvero azzeccate, non riesce quasi mai ad adattare la folle prosa di Adams per il grande schermo. Anche se si tratta di chiedere l’impossibile, perché la forza di Douglas Adams era quella di portarti a zonzo per la galassia, anche nei posti più assurdi (come un ristorante al termine dell’universo) con uno stile per cui, il modo in cui la trama ci viene raccontato, tante volte è più importante di cosa ci viene davvero raccontato, perché il bello della storia, sta nel godersi le deviazioni.

Per assurdo guardando i Vogon, che sembrano una deriva spaziale dei burocrati di Brazil, forse quello di cui avrebbe avuto bisogno questo film era proprio di un Monty Python come Terry Gilliam, anche se in mano sua il film sarebbe costato cento volte di più e Zaphod Beeblebrox, sarebbe stato il secondo più eccentrico presente sul set.

Il braccio (di Marvin) violento della legge.

Insomma “Guida galattica per autostoppisti” è un omaggio fatto con il cuore ad un’opera magnifica, che andrebbe goduta nella sua forma originale per essere apprezzata pienamente, ed ora che si penso, può esserci qualcosa di più anti climatico che scrivere un intero commento ad un film, solo per consigliare a tutti di leggersi il libro? Beh forse Douglas Adams, campione del mondo di finali anti climatici, avrebbe apprezzato.

Quindi ricordate che oggi più che mai, durante il “Towel Day” è importante non dimenticare l’asciugamano e ricordate, MAI permettere ad un Vogon di leggervi una delle sue poesie, sono burocrati, non sanno leggere né pensare loro amministrano e basta. Quindi oggi e sempre… Niente panico!

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