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Halloween – La notte delle streghe (1978): the Shape of things to come



Le radici,
ognuno di noi ha le proprie e spesso hanno origine in famiglia, la famiglia è
importante si sa, chiedetelo anche a Laurie Strode, lei ve lo potrà confermare…
Proprio di
radici si parla oggi, le radici del Cinema Horror, le origini di un classico
dello Slasher, ma anche le radici del male… Benvenuto ad una nuova puntata di
Giovanni Carpentiere’s – The Maestro!


Anche se John
Carpenter è nato a Carthage, nello stato di New York, le sue radici vanno
cercate nella cittadina di Bowling Green (Kentucky), un posto non tanto diverso
dalla Haddonfield di questo film, che Carpenter non ha mai amato moltissimo, ha
sempre dichiarato che tutto quello che c’era da sapere sul male, lo ha imparato
proprio a Bowling Green e da ragazzo di provincia trasferito in città non
posso che comprenderlo…
Quando i
Carpenter abbandonarono il maledetto Kentucky in favore della amata (da John)
Los Angeles, i genitori del piccolo Giovanni non erano propriamente tranquilli
e sereni, tanto che al calare della sera, impedivano sistematicamente al figlio
di uscire a giocare. Anni dopo in un’intervista, Carpenter riassunse tutta
questa situazione in una frase che rende alla grande tutto il suo modo di
fare Cinema:
“Io guardavo
fuori dalla finestra di casa e in quel buio non vedevo niente, i miei genitori
invece, dentro quel buio vedevano qualcosa e ne erano terrorizzati. Questo è
il tipo di paura che ho sempre cercato di mostrare nei miei film.” Basta questo per dire che stiamo parlando di un Classido?
 
Pochi mesi
dopo aver diretto il film per la tv Pericolo in agguato, Carpenter è ancora uno
sconosciuto, Distretto 13 è stato adorato in Europa, ma praticamente ignorato in
patria, come ha dichiarato Giovà “In Francia sono un autore, in Germania un
regista di Horror, in Inghilterra in filmaker e negli Stati Uniti un buono a
nulla”. Quando arriva di fronte al produttore Moustapha Akkad con un copione
intitolato “The Babysitter Murders”, Carpenter ha 29 anni, i baffi (mai
mancati), i capelli lunghi, i jeans e porta le Converse ai piedi, sembra il
29enne più vecchio del mondo bisogna dirlo, ma ha il piglio giusto che ti
aspetteresti da uno che in carriera ha diretto 20 film e le ha già viste tutte.
Del suo
spiegone Akkad capisce poco o nulla, anche perché non lo sta ascoltando, in
esclusiva per voi, vi riporto ciò che il produttore ha recepito del discorso di
Giovanni:
“Bla bla bla,
bla, bla, bla-bla-bla, posso girare il film in poco tempo, bla bla-bla, bla
bla, bla, con un budget bassissimo, bla-bla-bla, bla bla bla”
Akkad taglia
corto: “Ok ragazzo, in soldoni, di che parla il tuo film?”. Carpenter essenziale e
deciso come sempre risponde: “Babyistter ammazzate dall’Uomo nero”. Il resto è
storia del Cinema.
Carpenter
mantiene la parola, gira tutto in una ventina di giorni, restando all’interno
dello smilzo budget di 300.000 ex presidenti defunti stampati su carta verde.
Il film esce (ovviamente) il 31 Ottobre del 1978, di ex presidenti morti ne
porta a casa 60… Milioni! Il più grosso successo economico della carriera di
Carpenter, per anni un primato imbattuto, dopo questo film abbiamo due nuove
icone del Cinema: Giovanni e Mike Myers.


Per i titoli di testa, ho voluto abbondare… Qui non si bada a spese.
La
sceneggiatura è un lavoro a quattro mani tra Carpenter e la
leggendaria Debra Hill, storica collaboratrice del regista ed allora anche sua
fidanzata (per chi di voi fosse interessato ad un po’ di gossip). Va bene
tutto, Carpenter autore, Maestro del Cinema, ma parliamo anche di Debra Hill,
oltre a questo film, la Hill è responsabile di almeno altri due capolavori della
carriera di Carpenter, troppo spesso si pensa che il produttore sia un
cagnaccio miope che pretende tagli al film e tarpa le ali ai registi nella
speranza di spendere il meno possibile, Debra Hill non era nulla di tutto
questo, maniche tirate su e coltello tra i denti (o in mano come vedremo più avanti) e nessuna paura di sporcarsi le mani.


Le donne e gli uomini che fecero l’impresa (Voto dieci al look di Giovanni).
Per rendere il
contributo della Hill, basta dire che la bionda produttrice è nata ad Haddonfield
(si esiste e si trova nel New Jersey) e nella sua vita ha fatto anche la
babysitter, le idee sul personaggio di Mike Myers, invece, sono farina del sacco
del Giovanni.
Dico spesso
che l’inizio di un film ne determina tutto l’andamento, forse per gli Horror
questo discorso vale doppio e per “Halloween” in particolare vale mille volte
di più, il celebre piano sequenza di Carpenter, che con la sua Steady cam, ci
porta nel vivo dell’azione, mostrandoci letteralmente il punto di vista
dell’assassino. Per essere precisi la scena è composta da due piani sequenza,
uniti insieme nel momento in cui l’assassino indossa la maschera (appoggiata
direttamente sulla Steady cam), la scena in sè è tesissima, ipnotica e con un
finale a sorpresa che è un vero shock, sono sicuro che lo conoscete, ma per i
due che non avessero ancora visto il film (stolti!!) non lo rivelo, posso dirvi,
invece, che la manina che veniamo nella scena, allungarsi per afferrare il
coltello, è quella di Debra Hill, a proposito di buttarsi anima e corpo nella
produzione.


Come cambiare il concetto di soggettiva per sempre…
La trama di
“Halloween” come tutti sanno è minimale. C’è un killer che prima pedina e poi
uccide le sua vittime (preferibilmente giovani e babysitter), troviamo la
storia di Mike Myers, un ragazzino che ha troncato brutalmente le radici con la
sua famiglia una notte di Halloween, è cresciuto da solo in un manicomio e
dopo la sua evasione, si rimette alla ricerca della sue radici, tornando a casa
ad Haddonfield, proprio la notte di Halloween. Troviamo il Dr. Sam Loomis, lo
psicologo che lo ha avuto in cura tutta la vita e che pare l’unico in grado di
capirlo e fermarlo (… povero dottore), ma soprattutto troviamo una ragazzina
timida ed imbranata che dovrà affrontare l’Uomo nero (o l’ombra della strega
come lo chiamano nel “creativo” doppiaggio italiano).


“I bambini! Perchè nessuno pensa ai bambini” (Cit.)
“Halloween”
non è stato il primo slasher movie della storia e sicuramente non è stato
l’unico, ma è stato il primo a spostare l’attenzione dalla vittime
all’assassino, trasformandolo in un’icona. E’ impossibile non immedesimarsi nel
personaggio di Jamie Lee Curtis, ma “Halloween” sta tutto nel suo silente
assassino, uno che invece il significato della parola empatia proprio non la
conosce.
 
Carpenter
costruisce un nuovo archetipo del Male. Un “Boogeyman” che si
manifesta nel nostro mondo, proprio durante la notte in cui i fantasmi possono
girare a piede libero cercando la strada di casa, proprio come il Jack O’Lantern della leggenda Irlandese, ma oltre a trovare le sue origini nella
mitologia e nelle favole (le prime vere storie horror come dice Stephen King),
Mike Myers risulta agghiacciante per la totale mancanza di alcuna reazione
umana, un’inarrestabile macchina di morte che si rialza (SEMPRE) ogni volta che
viene colpito.

Michael Myers ci spiega come avere addominali scolpiti.
 

Mike Myers è la manifestazione del male che indossa vestiti
umani, non ha un volto, dietro a quella maschera e a quelle orbite vuote,
potrebbe tranquillamente esserci un enorme buco nero, o anche qualcosa di più
orribile, la maschera dà una parvenza di forma umana al corpo, ma ne annulla
anche l’identità e la riconoscibilità (dietro quella maschera potrebbe esserci
chiunque). Cosa c’è di più terrorizzante di guardare fuori da una finestra nel
buio (come facevano i genitori di Carpenter) e trovarci un volto senza vita che
ti fissa. La maschera, che altro non era il volto di William Shatner (il
capitano Kirk di Star Trek) scolorito con la candeggina, è andata persa alla
fine delle riprese.

Carpenter con
la sua regia crea una costante sensazione di minaccia, come aveva già fatto con
gli assalitori senza volto del Distretto 13, ma qui tutto è visto dal punto
di vista dell’assassino. Nella prima metà del film Giovanni opta per una serie
di carrellate basse che simulano alla perfezione lo sguardo dell’assassino,
intento a pedinare le sue vittime dalla sua macchina. Mike Myers compare,
scompare, lo vediamo in lontananza mentre fissa Laurie, per poi sparire dietro
una siepe, non riusciamo mai a vederlo bene, ma possiamo riconoscere sempre la
sua minacciosa silhouette, da qui il suo soprannome “The Shape”.

Non so voi, ma mi mette a disagio anche in fotografia.
 
Come succede
sempre nel Cinema di Carpenter, la minaccia, il senso di ansia e paura, sono
generati nello scontro tra visibile e invisibile, guardando “Halloween”, anche
dopo la visione numero mille mila, non si è mai tranquilli, da spettatori siamo
attanagliati dalla costante sensazione che Mike Myers potrebbe essere ovunque
(e non per forza solo sullo schermo…), per assurdo ci si sente più tranquilli
quando Myers è visibile, inquadrato nella scena, almeno così si può avere la
consapevolezza di dove si trova, anche se a quel punto per le sue vittime, di
solito è troppo tardi… Se devo dirla proprio tutta, io stesso che sono qui a
scrivere il commento, ascoltando il tema del film, non è che mi senta proprio
sicurissimo, se vedete che non completo la frase, è stato un piacere
conoscervi.

Ecco perché non mi piace mai ritirare le lenzuola stese…
 
Nella parte del
“ripieno” di Mike Myers, dentro la tuta e la maschera bianca, Carpenter ci
mette il suo amico di scuola Nick Castle, i due frequentavano insieme la University
of Southern California, condividendo tra le altre cose la passione per la musica
(insieme i due suonano nel loro gruppo, i Coupe de villes), un po’ come successo a Sam Raimi e Bruce Campbell, Nicola Castello era il classico
ragazzone che piaceva alle ragazze e che tutti quanti trovavano simpatico, eppure
Carpenter guardando il modo di muoversi e di camminare dell’amico, ci vedeva
qualcosa di oscuro… Al netto del risultato finale bisogna dire che Giovanni
aveva ragione anche questa volta.

Una Dr. Pepper con quel mattacchione di Nick Castle, il ripieno di Mike Myers.
Castle non
aveva alcuna esperienza come attore e cercando di essere più professionale
possibile chiedeva all’amico regista “Giovà come la devo fare la scena? Il mio
personaggio è scappato da un manicomio, devo mimare qualche tick, devo fare
qualcosa di particolare?”, risposta di Carpenter “Nick, just walk”. Ecco cosa
vuol dire essere diretti da John Carpenter!
Bisogna dire che
l’unica richiesta di Carpenter all’amico è la classica mossa in cui Mike Myers
inclina la testa di lato, come fa il mio cane quando mi guarda e non capisce
cosa gli sto dicendo (perché dei due l’essere inferiore sono sicuramente io…).
Michael inclina la testa di lato lentamente, come se stesse cercando un punto
di vista differente sulle sue vittime, come se cercasse di capirle mentre
invocano pietà. Gli intenti sono differenti, ma il movimento della testa è lo
stesso che Jeff Bridges farà in “Starman”, quindi è sicuro che è stata una
precisa richiesta di Carpenter.


“Ti affacci da qui con il coltello in mano, poi scendi e mi ammazzi tutti ok?”.
“Ok perfetto… Buona la prima!”.
Per creare
questo archetipo del male, Carpenter ha pescato tra le sue radici scegliendo il
suo amico Nick, ma in senso più ampio, Giovanni non si è dimenticato degli
amici, il nome Mike Myers è un omaggio al produttore inglese che distribuì
Distretto 13 in Gran Bretagna, per anni questo signore si è chiesto come mai
dare il suo nome ad un assassino di baby sitter è da considerarsi un omaggio,
ma bisogna fare i conti con il senso dell’umorismo di Carpenter, un pezzo di
pane, ma la parola più utilizzata tra quelli che lo conoscono è “Pazzo”, la
stessa Jamie Lee Curtis, ad anni di distanza continua a sostenere cose del tipo
“Gli voglio un sacco di bene, gli devo tutto, ma è un tipo strano (creepy) non
lo vorrei vederlo gironzolare vicino ai miei figli”. Pazzo, strambo o “Creepy” che
sia io a Giovanni gli voglio un sacco di bene!
Mike Myers è
stato un po’ lo stampo su cui sono stati ricalcati tutti i più celebri
assassini seriali della storia dell’Horror, a partire da Jason di Venerdì 13,
che dal terzo capitolo in poi della sua saga personale, inizia ad indossare una
maschera (bianca) da Hockey, la leggenda vuole che lo stesso Wes Craven avesse
pensato a Freddy Kruger come ad un assassino silenzioso ispirandosi ad “Halloween”,
poi per fortuna non è andata così, ci saremmo persi le freddure di Robert
Englund altrimenti.


“Qual è il tuo film Horror preferito?”
Quella che
secondo me è la differenza sostanziale tra Mike Myers e Jason sono gli intenti:
il ragazzone di Cystal Lake è un po’ il braccio armato (di Machete) della
censura americana, nei suoi film i giovani che si divertono, fanno sesso,
bevono e spipacchiano droghe leggere (insomma fanno gli adolescenti), vengono
brutalmente uccisi, un po’ come se Jason incarnasse una specie di forza
reazionaria.
Mike Myers funziona in senso opposto: apparentemente sembra un monito ai rischi della repressione sessuale, l’omicidio della sorella sembra un manifesto del pensiero di un ribelle come Carpenter, ma il suo personaggio assassino-bambino non è altro che il sottoprodotto di una società falsamente perbenista, argomento che Carpenter tornerà a trattare anche in “The Fog”.

When you see it… You’ll shit bricks.
La stessa
Laurie, che diventerà il bersaglio numero uno di Myers, viene presa a male parole
dalle amiche che le dicono: “Tu sei une repressa, per quello vedi maniaci
da tutte le parti”. Inoltre, ho sempre trovato geniale il fatto che nel
film non si capisca come mai l’assassino mascherato si accanisca in quel modo
contro la povera Laurie, nel secondo capitolo della saga (carino, ma moscetto), scritto
anche questo da Carpenter e Debra Hill, ma
diretto dal mestierante Rick Rosenthal, si
scoprirà che tra i due personaggi esiste un legame di parentela, che rende l’ossessione
di Mike ancora più malsana. Per approfondire questo punto, vi consiglio un saggio che è diventato un mio testo sacro, ovvero “Il Signore del Male. Il fantastico realistico nel cinema di John Carpenter” di Paolo Zelati. Testo sacro!


Lievissimi indizi sulle motivazioni del Killer…
Mi sembra
assurdo doverlo dire parlando di un classico di tale portata, ma troppe volte
nella mia vita ho sentito criticarlo (spesso da parte di spettatori
giovani), perchè reputato troppo lento o non abbastanza violento, lo so è una
cosa tediosa dover difende un film che non ne ha certo bisogno,
ma vorrei dire qualcosa riguardo a queste critiche (da poco).


Fun fact: Carpenter ha dichiarato che questa è la sua inquadratura preferita del film.
Carpenter con la sua regia fa qualcosa che supera il tempo e le mode, per tutta la durata del film crea un senso di costante minaccia, creando delle scene iconografiche (tipo l’assassino che spunta dai sedili posteriori dell’auto) che sono diventate la base per un’infinità di altri film dell’orrore. Criticare un film del genere valutandolo con canoni estetici moderni non ha senso, sarebbe come dire che: “Il gabinetto del Dottor Caligari” è un film da nulla solo perché non è in 3D, spero di aver reso l’idea… Rispettate i classici giovinastri!
Un indizio non
da poco ci fa capire le radici di “Halloween”, ovvero la quasi totale assenza di
sangue nella pellicola, giusto una spruzzata sul corpo della prima vittima di
Myers ad inizio film, il che ci riporta alla vera ispirazione di Carpenter, ovvero “Psycho” di Alfred Hitchcock. Molto spesso il Cinema di Carpenter
è stato influenzato da quello di Zio Hitch, ma qui l’ispirazione è palese, la
capacità di spaventare utilizzando il Cinema e non il sangue finto, accomuna fortemente
le due opere. Non a caso, la protagonista del film è Jamie Lee Curtis, figlia di
Tony Curtis e Janet Leigh, la Marion Crane di “Psycho”, mentre il Dottor Sam
Loomis deve il suo nome proprio ad uno dei personaggi di quel film.


“Secondo te quel cretino di Cassidy sta dicendo che sono raccomandata?” , “No, sta cercando di farti un complimento,  lascialo perdere è senza speranza…”.
Parliamo del
cast, come dicevo parlando di Distretto 13, Carpenter è celebre per i suoi antieroi, ma grazie soprattutto al lavoro di Debra Hill, le donne dei suoi film
sono tostissime e credibili, quello che bisogna riconoscere a Giovanni è un
occhio non da poco nello scegliere attrici brave, ma anche belle, per Laurie
Strode ha scelto Jamie Lee Curtis, che con questo film e con il successivo “The
Fog” inizia la sua scalata alla vetta, ancora oggi la possiamo considerare la
più famosa Scream Queens della storia del Cinema e, cosa tutt’altro che
secondaria, titolare di un micidiale senso dell’umorismo.
La sua prova è
maiuscola, perfetta quando deve schivare le martellanti domande del piccolo
Tommy, credibile nei panni di una ragazza secchiona, timida e un po’ impacciate
e risoluta quando è il momento di affrontare il male cercando di portare a casa
la pelle. Ah per altro, visto che l’ho citato, i film che Tommy guarda in tv
sono “Il pianeta proibito” e “La cosa da un altro mondo” entrambi
prodotti da Howard Hawks… Chissà perché!
Per la parte
del Dottor Sam Loomis, Carpenter ha dovuto incassare i “No” di Peter Cushing e
di Christopher Lee, per poi ricevere un poco convinto, ma professionalissimo “Sì”
da Donald Pleasence, meraviglioso attore britannico protagonista di un’infinità
di grandi titoli (ne scelgo uno mitico dal mazzo “Agente 007 – Si vive solo due
volte” dove interpretava il capo della Spectre), che sarà stato pure poco
convinto, ma è stato l’unico personaggio a comparire in tutti i sequel di “Halloween”
(sbalestrato remake escluso) e che ha lavorato con Carpenter in altri due film
(1997 Fuga da New York e Il Signore del Male). Il suo passato da attore di
teatro lo rende l’incarnazione del “Coro Greco”, l’unico capace di capire le
dimensioni del disastro imminente che si è scatenato su Haddonfield, attore di un’altra
razza, hanno gettato lo stampo dopo averlo fatto.


Freudiano? Junghiano? No, sono Loomisiano.
Le disinibite
amiche di Laurie invece sono P.J. Soles (vista in “Carrie – lo sguardo di
Satana” e “Rock ‘n Roll High School” detto “Il più grande film
della storia del Cinema.” Punto) e Nancy Loomis (nessuna parentela con il
Dottore…), al suo secondo film con Carpenter dopo il suo esordio
cinematografico in Distretto 13.


La vendetta del fantasma formaggino (Elio Docet).
La regia di
John Carpenter è una macchina da terrore ben oliata, dopo aver creato un così
riuscito rappresentante dell’incarnazione del male, attraverso la sua
inarrestabile spinta ad uccidere, i protagonisti del film e noi spettatori
insieme a loro, capiamo quello che il Dottor Loomis ha già capito da tempo:
Mike è il Male, che non può essere fermato. Il finale è solo uno dei
tanti finali azzeccati, fantastici e nerissimi della filmografia di John
Carpenter.
Non c’è fuga
dal male, gli puoi sparare, lo puoi buttare giù da una finestra, ma questo non
lo fermerà davvero, questo senso di inesorabile minaccia è la vera forza di “Halloween”,
un film che inchioda lo spettatore allo schermo e intrappola i personaggi all’interno
di spazi claustrofobici. Mike Myers si è liberato dalla sua piccola cella del
manicomio ed ora sono tutti gli altri ad essere chiusi da qualche parte (magari un armadio) insieme a lui.


“Mami c’è un mostro nell’armadio…”.
Che siano le
stradine autunnali simmetriche di Haddonfield (ricostruita in piena estate a
Los Angeles, portando le foglie da fuori città, per rendere credibile l’ambientazione
da fine Ottobre), il piano sequenza iniziale che ci costringe a vedere le cose
dal punto di vista dell’assassino, o la terrificante scena dell’armadio, così
agghiacciante da sembrare un terrore senza fine, siamo tutti alla mercé di Mike
Myers, lui è libero, noi no, nemmeno dopo la fine dei titoli di coda riuscirete
a non avere la sensazione di un ombra, che vi spia nell’estremità del vostro
campo visivo…


Come on baby (Don’t fear the reaper) Baby take my hand…
Ma le radici
del male si alimentano e il loro passo è ritmato dai tamburi di guerra della
colonna sonora del film, talmente iconica da essere ancora oggi uno dei temi
musicali principali quando si pensa ai film dell’orrore. Carpenter che ha
sempre dichiarato che la musica è un dono che gli è stato fatto da suo padre,
costretto a fornire una colonna sonora completa in soli tre giorni, proprio
alle sue radici si è rivolto. Il tema principale di “Halloween”, virato in
chiave orrorifica dalle tastiere di Giovanni, non è altro che un pezzo in cinque
quarti che il padre di Carpenter suonava con i bonghi, quando insegnava i
rudimenti della musica al figlio. Fate una prova, provate a togliere l’audio
durante la visione del film, le vostre coronarie tireranno un mezzo sospiro di sollievo, capirete da soli che è si tratta di una delle colonne sonore più funzionali
ed efficaci della storia del Cinema.
Ho parlato di
radici per cercare di spiegare l’enormità di questo classico del Cinema Horror,
“Halloween” resta uno dei migliori film di John Carpenter, che ancora
oggi chiunque voglia scrivere, dirigere, produrre, recitare e comporre per l’Horror
dovrebbe imparare a memoria, o anche solo guardare una volta l’anno, magari per
celebrare la festa di ognissanti, la notte in cui Mike Myers torna a casa… Abbiamo
bisogno di un armadio più grande.
“It was the
boogeyman…”

“As a matter of
fact, it was.”

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