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Hard Boiled (1992): Tequila & Proiettili

“Nodo alla gola” (1948), “Arca russa” (2002), la maestria di Brian De Palma, il prologo di Halloween, ma gli esempi sarebbero tanti, il grande cinema passa attraverso i piani sequenza quindi benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Who’s better, Woo’s best!

Ormai era nell’aria già da diverso tempo, si era capito che tra tutti i registi della “new wave” del cinema di Hong Kong, John Woo era quello più talentuoso ma anche quello con lo sguardo rivolto ad occidente, anche in termini di riferimenti cinematografici oltre che di formazione, infatti è stata la sua ultima regia firmata nel porto dei fiori ad aver fatto scattare le sirene degli allarmi anche oltre oceano. Vero, The Killer e Bullet in the head son stati amati più fuori da Hong Kong che in patria, ma il botto vero, quello grosso è arrivato con “Lashou Shentanp” (nel dubbio: ‘a soreta!) letteralmente un titolo all’insegna della modestia che si potrebbe tradurre “La mano rovente del dio dei poliziotti”, anche se la mano veramente rovente va detto, era quella dietro alla macchina da presa, quella di John Woo.

Trovo del tutto comprensibile ma allo stesso tempo incredibile il modo in cui gli americani siano andati giù di testa per questo film, lo capisco perché oh, che gli vuoi dire? Ogni volta che vado a rivederlo penso che dai, questa volta dovrà succedere, lo troverò meno spettacolare invece beccami gallina non succede mai! Ogni volta mi esalto subito con la prima sparatoria, che per altri film potrebbe essere la scena madre, ma qui per John Woo è riscaldamento, poi mi lascio cullare dalla storia, fino all’altra sparatoria clamorosa, quella del magazzino e a quel punto il film sarebbe già clamoroso ma solo allora, “Hard Boiled” decide di fare la storia del Cinema con la scena dell’ospedale.

La malasanità, il tema mai citato del cinema di John Woo.

Ve lo avevo già raccontato, ormai non accadrà più quindi posso ripetervelo, è colpa di “Hard Boiled” se ho sempre sognato un ultimo capitolo di Die Hard ambientato in un ospedale (storia vera), perché andare giù di testa per questo film è semplicissimo, quasi doveroso, ma come dicevo anche incredibile, perché da un certo punto di vista, fin dal titolo scelto per i mercati occidentali, che strizza l’occhio alle basi del poliziesco, a livello di trama non è poi questa rivoluzione, ma è il “come” a risultare esaltante, non il “cosa”, che comunque insieme mandano a segno un Classido!

Ormai con Bullet in the head gli ideali dell’Heroic Bloodshed sono definitivamente tramontati, gli anti-eroi Wooviani hanno gli stessi valori sfoggiati dal loro regista, quelli che rimpolpano da sempre la sua poetica, ma permettono a Woo di muoversi in territori un po’ diversi, ad esempio ho sempre amato di “Hard Boiled” il suo essere di fondo un film di Strambi Sbirri, una coppia male assortita di piedi piatti, uno dai modi ben poco convenzionali e l’altro sotto copertura. Niente di particolarmente innovativo va detto, perché di fatto “Hard Boiled” sembra la risposta di John Woo a Miami Vice e come già vi dicevo, i gradi di separazione tra il genietto di Hong Kong e il regista di Chicago, sono molti meno dei canonici sei.

Proprio come in “Miami Vice” si da la caccia alla droga, ma lo si fa alle condizioni di John Woo, quindi la sua poetica domina e l’inizio presenta i personaggi subito in movimento, utilizzando l’azione. Il sergente della polizia di Hong Kong, Yuen, ribattezzato Tequila non proprio per via del suo essere astemio, è l’ennesimo personaggio clamorosamente figo impersonato da quella sorta di Fonzie orientale che era Chow Yun-Fat, che qui aggiunge ancora una sfumatura alla tipologia di personaggi che lo hanno reso mitico. Tequila non ha il fiammifero in bocca come Mark Gor, ma lo sostituisce con uno stuzzicadenti (segnale universale cinematografico di gagliarda ignoranza al cinema, prima o poi dovrò farci su un post sulla questione), nel cuore le stesse motivazioni a muoverlo che erano proprie anche di Jeffrey, ma un approccio alla Dirty Harry che lo rende subito mitico. Parliamo di uno che da del sacco di merda al suo capo e gli indica anche dove sta il gabinetto per andare a scaricarsi, essù che gli dici ad uno così? La quinta essenza dello sbirro tosto al cinema.

Mi chiamo Tequila mettetevi in fila (così vi sparo meglio)

Il dramma Wooviano per lui si consuma subito, nel tentativo di arrestare un gruppo di trafficanti di armi in una sala da tè, per via di un suo errore il suo amico e collega Benny viene ucciso, in una scena dove giù volano protagonisti che saltano e sparano e la tragedia si consuma in nuvole di DROCA che svolazzano e riempiono l’aria.

L’unico a consolarlo è il barista (ed ex poliziotto) impersonato dallo stesso John Woo, nella particina che per lui ormai è una tradizione dei suoi film, per altro il bar e le storielle sulla musica Jazz rientrano perfettamente nell’atmosfera, infatti Tequila compone un brano per ogni collega che viene ucciso, il che vuol dire, tenendo conto solo di questo film, passerà una ricca pensione campando sui diritti della SIAE. Il tutto mentre il tema musicale di Michael Gibbs ci da dentro con sassofoni a buttare (lo strumento simbolo del poliziesco) e una colonna sonora che a me ha sempre ricordato alcuni lavori di James Horner, sempre per restare in zona sbirri al cinema.

Un classico, il cameo del regista John Woo.

Tequila ha anche un bizzarro rapporto con la fidanzata, che riceve fiori da un misterioso ammiratore, un particolare che serve per costruite il contesto e farci riprendere fiato tra una sparatoria clamorosa e l’altra, infatti l’altra “Pallottola eroica” del film è Alan, interpretato alla grande da Tony Leung Chiu Wai, come da tradizione del “Crime drama” di Hong Kong, un poliziotto sotto copertura costretto anche a gesti terribili per portare avanti la sua missione. Infatti Alan ogni volta che deve uccidere qualcuno che non se lo merita, usa la carta per fare l’origami di una gru, il che vuol dire che sempre tenendo conto solo di questo film, sui titoli di coda abbiamo un magazzino pieno di origami e brani Jazz per i prossimi nove decenni.

A proposito di magazzini, John Woo ci racconta anche cosa sta accadendo tra le fila dei cattivoni, con il solito nipote rampante che uccide lo zio (ovviamente a rallentatore) e subentra come nuovo e violentissimo capo della gang criminale, ed è qui che la seconda enorme scena d’azione eleva “Hard Boiled” di un’altra tacca. L’irruzione guidata da Tequila è un altro di quei momenti che finisco per guardare in piedi davanti alla tv di casa, di norma applaudendo, perché sul serio, che gli vuoi dire? Uno spettacolo che culmina in uno stallo alla messicana tra Alan e Tequila, forse uno dei più intensi mai diretti da Woo, che in linea di massima, in questa specialità qualche volta si sarebbe anche esibito. Uno dei due protagonisti non ha più proiettili ma si gioca il bluff puntando in faccia all’altro un’arma scarica, il secondo invece potrebbe sparare ma non lo fa, ed è qui che il film svolta.

Sarà anche alla messicana questo stallo, ma ad Hong Kong andava fortissimo.

Trovo significativo che l’incontro (sempre ad armi puntate), quello che mette in chiaro l’alleanza tra due che hanno lo stesso obbiettivo, avvenga sulla barca a vela o sul catamarano o su quel cavolo che è, insomma l’imbarcazione di Alan, dove facevano conoscenza per la prima volta Sonny e Rico? A bordo della barca del primo, qui manca il coccodrillo e la Ferrari bianca, ma di fatto siamo in piena zona “Hong Kong Vice”, il che sarebbe già tutto bellissimo, se poi il film non si mettesse in testa di migliorare ulteriormente.

Ve lo ripeterò fino allo sfinimento, tutto questo qui alla Bara si chiama arte.

Quando entra in scena l’ospedale, io che il film lo stavo già (ri)guardando in piedi davanti alla tv, ormai lo seguo saltellato su un piede e l’altro facendo la danza della gioia, perché lentamente Woo sistema i pezzi sulla scacchiera per creare due dinamiche cinematografiche che già prese singolarmente adoro: l’assedio e la situazione alla Die Hard, con Alan e Tequila nei panni dei John McClane della situazione.

I momenti «Dammi il bambino!» in “Hard Boiled” si sprecano, perché non c’è niente di più eroico del buono che esce da una situazione di cacca, tenendo un pupo in pericolo sotto un braccio e la sua arma nell’altra. John Woo ha già alzato l’asticella a livello “Classico istantaneo” ma non pago pensa che potrebbe fare ancora qualcosina, tipo un piano sequenza per entrare a pieno titolo nella storia del Cinema dalla porta principale.

Ma soprattutto, lo fa con questa attitudine, brutto?

Il piano sequenza di “Hard Boiled” è quello con cui Woo ha conquistato l’America, che non a caso gli ha steso i tappeti rossi, il bello sta nel fatto che gli Yankee si sono stracciati le vesti, lanciandosi in reazioni da groupie per una roba che ad Hong Kong era una normale giornata in ufficio, quello che per gli americani era il nuovo Messia del cinema d’azione, per gli orientali era mercoledì mattina, prima della pausa caffè. Per darvi il polso della situazione, l’unico altro caso paragonabile nella storia del Cinema è stata l’uscita di The Raid, a cui idealmente John Woo ha spianato la strada sfornando il classico istantaneo dello sparare, che in realtà era “solo” (virgolette obbligatorie) frutto dell’esperienza del regista e della macchina ben oliata alle sue spalle, una squadra di cascatori, attrezzisti e tecnici dall’esperienza decennale in grado di trasformare due minuti e quarantanove secondi in puro Cinema al suo meglio.

Voi Ferzan Özpetek, noi questa meraviglia.

Non riesco nemmeno ad immaginare il quantitativo di lavoro dietro alla coreografia articolata che prevede i due protagonisti intenti a ripararsi e a sparare da dietro questa o quella parete, mentre i vari cascatori entrano in scena (spesso volando attraverso le finestre), il tutto mentre le cariche esplosive necessarie per simulare i colpi sparati, dovevano essere posizionate in modo scientifico per rendere al meglio durante l’inquadratura (macchina da presa in mano) e soprattutto, doveva esplodere al momento giusto. Se già così non fosse un lavoro enorme, John Woo cosa fa? Ci piazza il momento del dramma, Alan si volta e spara, il rallenti sottolinea il drammatico errore fatto e mentre i due protagonisti si infilano nell’ascensore, a noi pubblico viene concesso qualche secondo per assimilare la botta, il dramma in movimento, mentre il vero dramma, si stava consumando dietro alle porte dell’ascensore.

Già perché in reale le due porte scorrevoli, non erano quelle di un vero ascensore, ma di un set costruito apposta per far momentaneamente uscire di scena Chow Yun-Fat e Tony Leung Chiu Wai, creando l’illusione che i due poliziotti, siano passati da un piano dell’ospedale all’altro, in realtà dietro a quelle porte chiuse, la squadra di tecnici di John Woo, operosi come formiche e veloci come Ninja, hanno risistemato il set sullo stesso piano, ripulendo al volo i detriti (se guardate bene e mettete in pausa, in basso a destra quando si riaprono le porte, qualche detrito a terra si vede ancora), spostando sedie ed elementi di scena per dare l’idea che quello da attraversare sparando, fosse un altro piano dell’ospedale, e non proprio lo stesso identico set attraversato, macchina da presa alla mano, prima in una direzione e poi tornando indietro. Oggi, dove a tutti scappa un piano sequenza, reso più semplice dal digitale, due minuti e quarantanove secondi di piani sequenza (anzi, finto piano sequenza, contando l’interruzione a metà, quindi proprio come quello di Halloween) vi sembrano pochi, ricordatevi che è stato realizzato TUTTO interamente buona la prima, sotto l’occhio implacabile delle macchina da presa. Una meraviglia resa possibile solo grazie all’esperienza del regista e della sua squadra, l’industria cinematografica di Hong Kong al suo meglio, il mercoledì mattina, prima della pausa pranzo.

Pling plong prossimo piano: massacro!

A questo punto, se nel finale spuntasse che so, Godizilla, un UFO, oppure entrasse in scena completamente a caso Alessandro Barbero a raccontarci della colonia di Hong Kong, “Hard Boiled” sarebbe già un capolavoro, nel finale invece John Woo trova ancora il tempo di punire il cattivo, passando attraverso un altro momento classico della sua filmografia, l’amico che cade in disgrazia e si rialza per combattere. Tutto questo succede in una scena di stallo, con il cattivone che chiede a Tequila di mettersi in ginocchio e di prendersi a schiaffi, insomma il (melo)dramma tipico di Hong Kong. Ma siccome dopo Frank di Bullet in the head non si può fare davvero niente di più in termini di dramma, la scena si risolve al meglio con John Woo che strizza l’occhio ai classici del poliziesco americani, insomma la sua personale interpretazione della scena finale di 48 Ore.

Nick Nolte in versione Hong Kong.

Risultato finale? A parte io che ormai sto davanti allo schermo tipo sottopalco al concerto di Bruce Springsteen, incapace di realizzare che sì, anche questa volta rivedere “Hard Boiled” è stato un’esperienza esaltante? Di colpo gli americani hanno trovato uno che faceva il loro cinema meglio di loro, infatti è iniziato un lungo inseguimento tra gli Yankee da quella parte dell’oceano e John Woo, che prima ha spiegato loro come si fa mandandoli giù di testa e poi, una volta trasferito in America, non gli hanno concetto totale e assoluta carta bianca come avrebbe meritato, perché da solo Woo, avrebbe rappresentato una rivoluzione copernicana per la loro industria. Ma di questo parleremo diffusamente nel resto della rubrica, per ora limitiamoci a questo, ovvero ad un classico istantaneo come “Hard Boiled”, roba da stracciarsi le vesti per chiunque, tranne che ad Hong Kong, dove tutta questa meraviglia era normale amministrazione.

Dal prossimo capitolo però, comincia la seconda fase di questa rubrica e della carriera di John Woo, che come Fievel sbarca in America per un altro titolo fondamentale, preparate le vostre armi, tra sette giorni si giocherà una pericolosa partita.

Sepolto in precedenza venerdì 30 giugno 2023

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