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Harley Davidson & Marlboro Man (1991): Nomi, cose, città, marche di sigaretta, personaggi famosi

Cosa dico sempre dell’inizio di un film? Che ne determina
tutto l’andamento, quindi non perdo tempo e vi racconto subito un inizio di
film, uno di quelli fatti come si deve.

Una voce narrante che non sentiremo mai più per tutto il film (quindi
ancora più inutile) ci avverte di questa nuova droga che non si sniffa, non si
inietta, ma è molto diffusa e si chiama Crystal qualcosa, poco importa ci
interessa di più il tipo dall’aria sfatta che sembra portare il peso del mondo
sulle spalle. È Mickey Rourke quando era ancora Mickey Rourke, e non un
hamburger umano che ha reso reale la profezia di Walter Hill.

Attento alle affermazioni che fai, un giorno potrebbero risultare molto fuori luogo.

Una scena classica, la vestizione dell’eroe che si rimette i
vestiti addosso e lascia la stanza d’albergo, dove ha passato la notte con la
strappona ancora nel letto, che lo guarda come chi gradirebbe un altro giro, ma
si troverà molto probabilmente il conto della stanza da pagare, visto che Mickey Rourke, con
quella sua aria da Mickey Rourke se ne va in sella alla sua moto. Questa è l’America
del futuro, siamo nell’anno 1996. Boom! Un inizio così figo che mi rende sopportabile
anche “Wanted dead or alive” dell’odiato (da me) Bon Jovi in sottofondo, perché
alla fine è il pezzo giusto, una roba che ambisce ad essere western, proprio
come questo film.

Se la vestizione è un classico degli eroi d’azione
americani, sventare una rapina ad un minimarket lo è ancora di più, in questo
caso uno di quelli con pompa di benzina per altro gestita da Kaori, quella
della vecchia pubblicità del Philadelphia. No, non è uno stereotipo razzista,
come potrebbe essere che so, dire che uno degli ostaggi in pericolo sembra
Steve Urkell di “Otto sotto un tetto”, dico proprio che è una giovanissima Kelly Hu. Mickey Rourke non si scompone,
«Se avessi un nichelino per ogni volta che un pezzo di merda mi ha puntato una
pistola in faccia, sarei un uomo ricco», stende i rapinatori e fa per andarsene,
quando Kaori chiede il nome dello straniero che l’ha salvata si sente rispondere: «Harley. Harley
Davidson». BOOM! Secondo estratto. Ma vi lascio immaginare di che marca è la
moto su cui se ne va.

“Perché noi eroi d’azione non possiamo mai fare la spesa tranquilli?”

Vestizione, rapina sventata, cosa manca tra i classici?
Presentare il secondo titolare del nome in cartellone, che è un altro biondo
dall’aria rilassata, fatto a forma di Don Johnson con il cappello da Cowboy,
che sta insegnando ad usare la stecca (da biliardo, che avete capito?) all’Indiano
di “Renegade” qui nella sua versione senza Lorenzo Lamas nei paraggi. Stivali
da cowboy tenuti insieme con il nastro americano sono una gag ricorrente quasi quanto
la frase che usa sempre il secondo protagonista, «Mio padre diceva sempre,
prima di lasciare questo mondo di merda…» seguita da qualcosa a tema, in questo
caso cinque regole per quando si gioca a biliardo (ma notevole anche la variante: La donna sbagliata può distruggere un uomo, quella giusta lo costruisce). Come finisce? Con una rissa
ovviamente, come da manuale e il tipo che si presenta, che sembra
il cowboy della Marlboro, ovviamente è Marlboro Man.

Lezioni di stecca (e di vita)

I due sono vecchi amici, che vivono senza casa e senza meta,
come vagabondi nell’America contemporanea del futuro retrodatato del
1996, se ne fumano un paio davanti ad un enorme cartellone che pubblicizza Die
Hardest V – una dichiarazione d’intenti come vedremo a fine film – ben prima
che “Die Hard” arrivasse davvero al quinto capitolo. I due sono cresciuti in un vecchio bar per piloti, con un aereo
precipitato proprio sul tetto, un buon modo per fare del “World building” in un
film che dovrebbe essere anche di fantascienza (più o meno).

Il bar è in tutto e per tutto identico ad un saloon, Mickey
Rourke deve vedersela con il mitico Big John Studd, ironico visto che Rourke ha
candidamente ammesso negli anni, di aver accettato il film solo per soldi
(storia vera), prima di andare davvero a farsi spaccare la faccia da “quei
Cristoni” (cit.) con la sua carriera di pugile. Ma sono scaramucce tra fratelli,
perché per salvare il luogo dove sono cresciuti, Harley Davidson e Marlboro Man
a differenza di Jake ed Elwood non rimettono insieme una banda, ma in questo
film di fantascienza presunta, che in realtà è spudoratamente un western con le
moto al posto dei cavalli, organizzano una rapina al treno, qui interpretato
dal fugone porta valori della corrottissima banca.

“Una volta dovremmo fare qualcosa di davvero pericoloso”, “Più di non usare MAI il casco da moto?”

A dirigere questo classico dei palinsesti dei tempi che
furono (e della mia infanzia) uno che dai western arrivava davvero Simon Wincer,
fresco fresco di quella chicca di “Carabina Quigley” (1990) che prima o poi
dovrò trattare per forza. Il piano è quello di opporre due ribelli senza causa liberi come il vento, alla corruzione dei potenti, rappresentati dalla moderna
banca, che qui ricopre il ruolo che in un western sarebbe di qualche ricco e
corrotto proprietario di Ranch.

Per far proprio capire bene bene che la banca è brutta,
sporca e schifosa, prendiamo quell’enorme faccia da schiaffi di Tom Sizemore, e
gli facciamo interpretare il ruolo del mega direttore galattico Fantozziano,
che invece di un acquario pieno di dipendenti-triglia, gestisce gli affari
della banca e lo spaccio di droga durante la stessa riunione di metà mattina,
perché tanto sempre di affari si tratta. Per la nuda cronaca, sul set
mancherebbe la pianta di Ficus (simbolo del potere!) ma nel ruolo della segretaria
purtroppo non in topless, troviamo Tia Carrere, che non fa niente, ma essendo
la Tia Carrere dell’anno 1991, lo fa benissimo.

La poltrona ovviamente, è in pelle umana.

A proposito di soldoni che girano, sapete qual è la cosa
meravigliosa di un film con un protagonista che si chiama Harley Davidson e un
altro Marlboro Man, che in cartellone porta il titolo “Harley Davidson &
Marlboro Man”? Che la MGM che produce il film, è riuscita nell’impresa di pagarselo
tutto da sola! Una bella scritta iniziale mette in chiaro che malgrado l’evidente
riferimento ai marchi, non c’è stato alcun coinvolgimento (quindi nemmeno
economico) da parte della nota azienda di sigarette oppure dalla celebra fabbrica
di Milwaukee. Vi rendete conto? Pura è semplice pubblicità gratuita a due
aziende che non ne hanno davvero bisogno, e che anzi avevano bei soldi da
mettere sul tavolo. Non capisco se sia un atto di incredibile stupidità, oppure
di coerente ribellione contro il sistema, che il film vorrebbe vagamente
comunicare.

Il riassunto della compagna di approvvigionamento fondi di questo film.

Sta di fatto che per non saper ne leggere e ne scrivere (un
contratto di sponsorizzazione) attorno ai due protagonisti si muovono
personaggi che si chiamano Jimi, come Hendrix a cui Giancarlo Esposito prende in prestito il look per il suo
personaggio, si aggirano tipi come Jack Daniels (Big John Studd) oppure Virginia
Slim (un’altra marca di sigarette, che qui dà il nome alla bella poliziotta Chelsea Field), insomma questo film poteva
tirare su un budget miliardario, invece i 23 milioni di fogli verdi con sopra marche
di sigaretta
facce di ex presidenti defunti che è costato, li ha sborsati tutti
la MGM, che non ne ha visti tornare indietro nemmeno tanti, visto che il film
negli stati uniti non è andato benissimo, causa stella un po’ offuscata per
entrambi i divi protagonisti, però è andato forte all’estero, in Europa sul
mercato del video noleggio ad esempio, dove Mickey Rourke e Don Johnson avevano ancora il
loro zoccolo duro di appassionati (storia vera).

“Quindi stai dicendo che mi sono conciato da Jimi Hendrix completamente gratis?”

“Harley Davidson and the Marlboro Man” ha un inizio grintoso
e figo che ho voluto raccontarvi, e poi continua con scambi di battute
divertenti e rozzi il giusto («Più vecchio è il toro, più duro è il corno!»)
tra i due protagonisti, una delle gag ricorrenti nei loro battibecchi, é il fatto
che Harley, sparando con un pistola non centrerebbe l’acqua nemmeno se fosse su
una barca in mezzo all’Atlantico, un tormentone che qui diventa come un vecchio scherzo
tra amici per tutta la durata del film.

Sapevo che si abbattevano i cavalli per non farli soffrire, non le motociclette.

Il film non fa poi molto per nascondere la sua natura di
western, anzi i suoi modelli sono piuttosto chiari e anche piuttosto alti,
ovvero quel capolavoro di “Butch Cassidy” (1969) di George Roy Hill. A ben pensarci
è chiarissimo, Mickey Rourke e Don Johnson sono i due biondi celebri di fine
anni ’80 primi ’90 all’ultima curva della loro celebrità, una versione aggiornata di
Roberto Ford Rossa e Paolo Uomonuovo del film originale.

Ma il modello è rispettato a dovere, la posse che da la
caccia ai due biondi c’è anche qui, solo che è decisamente più pane e salame,
una banda di sicari capitanata da un mono espressivo Daniel Baldwin, tutti conciati con indosso dei sacchi della
monnezza si, però anti proiettile, che li rendono davvero difficili da abbattere,
anche a patto di riuscire a colpirli, cosa che Harley comunque non è in grado di fare.

Da quando i sacchi della monezza si portano fuori da soli e vanno in giro armati?

La celebre scena del salto dalla rupe di “Butch Cassidy and
the Sundance Kid” viene ripetuta identica anche qui, solo che i due
protagonisti saltano dall’ultimo piano di un grattacielo di Las Vegas, dritti
dentro una piscina come se fossero stati scritti da Shane Black («Questo si chiama culo Marlboro!») e prima del duello
finale, trovano anche il tempo per un’invocazione all’Onnipotente un po’ alla
Conan il Barbaro se proprio vogliamo («Mio Dio, se ci sei, se esisti e ci stai
guardando, dovunque sia il posto da cui guardi… guarda dall’altra parte!»).

“Harley Davidson & Marlboro Man” s’impantana un po’ nel
secondo atto, prima di ripartire per il suo finale ruspante ma sentito, la
rapina è diretta con il giusto piglio da Simon Wincer, anche se non si risolve come
sperato per i due protagonisti, che invece dei soldoni desiderati per salvare
il locale dove sono cresciuti, si trovano infelici proprietari di un mucchio
di quella nuova droga accennata dalla scomparsa voce narrante. Un MacGuffin a
tutti gli effetti, perché la nuova droga sintetica bluastra (ben prima di Breaking Bad, la presenza di Esposito nel cast é un indizio) serve solo ad opporre i due novelli pistoleri solitari e il corrotto rappresentante
della società (in)civile. Una faccenda che ovviamente diventa personale
molto presto.

Chissà perché quando si parla di droga, Tommaso Tagliainpiù non manca mai.

Quando nel secondo atto il numero di eventi diminuisce, dovrebbero
essere i due protagonisti a tenere alta l’attenzione, eppure per quanto
cesellati e assegnati all’attore giusto, Mickey Rourke e Don Johnson funzionano
ma non fanno scintille, pare che sul set i due s’ignorassero abbastanza (storia
vera). Nessun litigio come tra Bruce Willis e Damon Wayans sul set di L’ultimo boy scout, ma forse sarebbe
stato meglio, perché tutti si ricordano ancora di Joe Hallenbeck & Jimmy
Dix, mentre di Harley Davidson & Marlboro Man conservano memoria pochi matti
appassionati come voi e me.

Eppure malgrado qualche problema di ritmo, il MacGuffin
inutilmente fantascientifico della droga e il mancato finanziamento da parte
delle compagnia citate, “Harley Davidson & Marlboro Man” nel finale si
lascia ancora guardare, la mega sparatoria è stata girata nel deposito di aerei
dell’aeronautica militare di Davis-Monthan in Arizona, un posto dove
anche Michael Bay ha deciso di andare a girare almeno una scena del suo “Transformers
– La vendetta del caduto” (2009).

“Di a Michael Bay che questo posto l’abbiamo prenotato prima noi!”

Quando poi si arriva alla resa dei conti con il cattivo, Harley
e Marlboro si presentano da Tom Sizemore un po’ come Bud Spender e Terence Hill
in “…altrimenti ci arrabbiamo!” (1974), con tanto di frase anche piuttosto
simile: «Non siamo orgogliosi, siamo solo incazzati» e nel finale tutto torna,
le strizzate d’occhio a Trappola di cristallo, ma anche il perché Marlboro ha girato tutto il film con stivali
tenuti insieme dal nastro americano.

“C’è la giochiamo a birra e salsicce?” (Cit.)

Insomma “Harley Davidson & Marlboro Man” è a tratti naif
come decidere per un titolo del genere, e poi non fare una telefonata ai titolari dei marchi, ma è anche fuori dal tempo e dalle regole come i suoi due
protagonisti, figlio di un periodo in cui bastavano due attori famosi, un sacco
di “frasi maschie” e una colonna sonora solida su una base da film western a
farci contenti, ad esempio Marlboro che conta il costo di tutte le pallottole
sparate durante lo scontro a fuoco è ancora uno spasso…Ah i bei tempi andati!
Avete presente quelli che finivano con l’eroe che cavalca verso il tramonto?
Ecco quelli!

Come dovrebbero finire tutti i film.
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