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Hawkeye (2021): passata la festa, gabbato l’occhio di falco

Non mi stancherò mai di ripeterlo, anche perché giova ogni volta farlo: il fumetto nasce seriale, il trucco non è venderti il fumetto che hai in mano, quello lo hai già pagato, il gioco vero è convincerti a comprare il prossimo film. Proprio per questo il fumetto di super eroi americano è spesso un’infinita telenovela capace di andare avanti per decenni, il fatto che questo modello si sia propagato al cinema e sul piccolo schermo potrà piacere o meno, ma da questo non si scappa.

Il bulldozer della Marvel prosegue senza guardare in faccia nessuno, con la marcia inserita per portare avanti il suo programma in più fasi, il pubblico risponde in massa anche su Disney+, dove fino a questo momento la Marvel ha brillato a fasi alterne, inutile tornare sulla questione, abbiamo già parlato di WandaVision, The Falcon and the Winter Soldier e di Loki diffusamente. Sotto Natale, esattamente come facevano i vecchi telefilm americani, l’MCU si è giocato la carta di una miniserie a tema, tutta dedicata al più umano degli Avengers, occhio di falco.

«É una questione di riflessi» (cit.)

In sette episodi curati da Jonathan Igla, “Hawkeye” porta avanti la storia dell’arciere di casa Marvel, prendendosi in carico anche un paio di compitini assegnati dalla scuderia, più avanti ci torniamo. Bisogna dire che quando si tratta di prodotti MCU, non veniamo mai messi di fronte ad adattamenti pagina per pagina dei fumetti, una politica che da lettore mi piace molto, non sono uno di quei fan che piangono se quello che vedono sullo schermo non è perfettamente identico al loro fumetto del cuore, anche perché ammettiamolo, non avrebbe senso portare avanti una politica di questo tipo, non è mai sensato quando si passa da un media ad un altro, ancora meno per i fumetti, visto che là fuori sono tutti profondi conoscitori dell’universo MCU, ma beccami gallina (o falco) se poi qualcuno va anche a leggersi i fumetti da cui sono tratte le storie dei loro beniamini, i fumetti vanno come minimo sfogliati, quindi vale il vecchio adagio: «Si devono usare le mani? Allora è roba da bambini!» (cit.)

Ecco perché “Hawkeye” parte come adattamento per il piccolo schermo del bellissimo ciclo di storie Vita normale di Matt Fraction e David Aja, vincitore di alcuni Eisner Award (il massimo premio del fumetto americano, dedicato a sua Maestà Will Eisner, sempre sia lodato) per poi passare a svolgere tutti i compitini per cui questa serie è stata davvero messa in cantiere.

C’è chi guarda questo musetto facendo “Ohhhh” e chi mente.

Il vero regalo forse è l’ambientazione Natalizia, il più umano degli Avengers, l’unico che non è un Super Soldato, un Dio o un miliardario (come ci ha raccontato alla perfezione Joss Whedon) rientra perfettamente nell’archetipo che mi piace tanto, l’eroe stanco e ammaccato, che per di più si impone l’obbiettivo di dover tornare a casa in tempo per festeggiare il Natale, non pretendo proprio John McClane, però se sento echi di Richard Donner e Shane Black io sono sempre contento, anche se poi a ben guardare, tanti “Marvel Zombie” Black lo odiano per aver tradito le loro sacre aspettative, ma sto andando fuori tema, torniamo alla miniserie.

Il musical sugli eventi di New York del primo “Avengers” (2012) è una soluzione agrodolce per far riflettere Clint Barton (Jeremy Renner, che si sta progressivamente trasformando in Alessandro Cattelan, forse per quello ha l’aria stanca giusta per il ruolo) sugli anni passati, salvo poi diventare una trovata buona per una scena dopo di titoli di coda, che con i prodotti Marvel lo sappiamo, non può mancare mai. Da qui in poi SPOILER, anche se ormai l’avete già vista tutti questa serie.

Volano SPOILER come… Vabbè, avete capito.

I primi due episodi di “Hawkeye” malgrado qualche lungaggine di troppo, funzionano decentemente proprio perché basati su “Vita normale” di Matt Fraction e David Aja, dove bisogna dirlo però, trovate come Pizza Dog e i mafiosi in tuta funzionavano meglio in una dimensione fumettistica, anche perché Fraction sapeva gestire il tono in equilibro tra farsa e serietà molto meglio di quanto non abbiano fatto gli autori di questa serie. Nel passaggio da carta a paginone di Disney+, a farne le spese è la nuova arrivata Kate Bishop, una ragazza snob, figlia di genitori ricchissimi che le hanno permesso di fare tutto quello che desiderava, anche allenarsi tutta la vita con arco e frecce per seguire le orme del suo eroe occhio di falco.

Kate Bishop nel fumetto è molto più arrogante, nella versione televisiva assume quell’aurea da volenterosa pasticciona che la rende un minimo più umana (e in linea con il tono da commedia dei prodotti MCU), quello che rende il personaggio così efficace e ammettiamolo, più facile da accettare nel suo chiederci di sospendere l’incredulità è proprio averla affidata ad Hailee Steinfeld, una delle più talentuose attrici giovani in circolazione che anche solo dal punto di vista estetico, sembra uscita dritta dalle tavole di David Aja.

Hailee buca lo schermo (o le vignette) a colpi di freccia.

Ma se la Kate Bishop a fumetti conquistava il pubblico perché malgrado la pochissima esperienza sul campo, era già più abile del suo “mentore”, per sottostare al tono da commedia MCU le dinamiche di coppia in questa serie sono più canoniche, quindi tocca digerire una serie di scelte che sembrano tanto un “salto dello squalo”, Kate che si mette nei guai perché distrugge il campanile della scuola con una freccia (davvero!?), oppure il fatto che se hai un giovane protagonista e ti serve un’attrice per interpretare il ruolo di sua madre, l’agente di Vera Farmiga risponde sempre alle telefonate, anche se la sua assistita poi viene sprecata in un ruolo inferiore al suo talento, ma tanto la Marvel ha soldi per affidare il ruolo dello sgherro numero dodici a Scott Adkins, quindi perché non Vera “Mamma” Farmiga?

«Un brindisi a quel genio del mio agente»

Devo essere onesto, forse per via dell’aria Natalizia evocata con forza dalla serie, le modifiche a Kate Bishop funzionano malgrado più di un passaggio pigro e forzato nelle trame, come la ragazza che va alla festa vestita guarda caso proprio come i camerieri tra cui dovrà mimetizzarsi per motivi di trama? Sul serio!? Ma posso dire di aver visto molti più momenti da “Buddy Movie” qui che in tutto The Piccion and Winter Coso, anche se poi bisogna ammetterlo, gli echi dei Richard Donner e degli Shane Black che furono, si ritrovano solo nelle selezioni di canzoni Natalizie.

Quello che ho trovato ben poco riuscito in “Hawkeye” è stato il ritmo, ho l’impressione ormai che questa serie Marvel partano sempre alla grande, per poi impantanarsi, infatti la storia di “Hawkeye” è troppo cicciona per un film da 90 minuti, ma comunque troppo lunga per una miniserie da sette episodi, che come detto, non è interessata ad adattare pagina per pagina il fumetto da cui prende ispirazione, perché di colpo mette mano alla lista delle cose da fare e comincia a svolgere i compiti imposti dalla scuderia MCU.

«Ma che fai, li punti?», «No, qualcuno ogni tanto!» (cit.)

Ecco perché con l’entrata in scena dei giocatori di ruolo e della sotto trama del costume da Ronin, “Hawkeye” si inabissa nelle sabbie mobili della comicità a tutti i costi. Fa ridere vedere lo scazzato e allenatissimo Clint Barton costretto a prendere parte ad un gioco di ruolo medioevale, si fa ridere… Due minuti, portare avanti la gag per intere puntata fa più cadere parti in doppia copia del corpo, io ve lo dico. Anche perché “Hawkeye” con il suo tono generale da cartone animato del sabato mattina (per dirla come i nostri cugini Yankee) scalpita per depennare tutti i punti della lista.

L’episodio tre serve più che altro per far entrare in scena Maya Lopez, personaggio già destinato ad avere la sua serie regolare che lo ammetto, mi interessava prima di vedere come la Marvel ha deciso da adattare uno dei migliori comprimari di Daredevil per il piccolo schermo. Maya Lopez, nata sulle pagine della serie del diavolo rosso, nel corso del ciclo di storie intitolate “Parti di un buco”, sulle splendide tavole dipinte da David Mack, una delle tante “donne fatali” della vita di quel drittone di Matt Murdock, per certi versi una sua controparte femminile, nata sordomuta ma capace di imitare alla perfezione i movimenti di chiunque, che sia suonare il piano come un professionista oppure menare come una maestra di arti marziali.

Traduco io, vi sta dicendo: andate, andate a leggere “Daredevil”.

Interpretata da Alaqua Cox, oltre a rappresentare la minoranza dei nativi americani, la sua Maya ha una protesi alla gamba destra proprio come l’attrice che la interpreta, mettendo in chiaro che la ragazza potrò avere anche il doppio delle disabilità della sua controparte cartacea, ma proprio per questo risulterà ancora più tosta quando riuscirà a dare filo da torcere a tutti, ennesima conferma che i comprimari usciti dalle pagine di “Daredevil”, sono i più cazzuti di tutto l’universo Marvel.

Traendo (vaga) ispirazione da “Parti di un buco”, è inevitabile che se Maya Lopez è in circolazione, troppo distante da lei non possa che esserci anche il suo primo datore di lavoro, quindi state pur tranquilli che non è un caso se l’episodio numero sei di questa miniserie, sia andato in onda negli Stati Uniti lo stesso giorno dell’uscita in sala di Spider-Man: No way home, dove tornava in scena anche Matt Murdock. Se non altro abbiamo potuto goderci il ritorno di Vincent D’Onofrio nei panni di Wilson “Kingpin” Fisk, con una camicia hawaiana citazione diretta al ciclo di storie “Spider-Man: affari di famiglia”, una scelta perfetta visto che Kingpin qui sembra davvero in vacanza, molto più vicino ad alcune sue incarnazioni fumettistiche, piuttosto che al tono serio e drammatico della serie Netflix in cui ha esordito, vi ho già parlato dei cartoni animati del sabato mattina vero?

Non so se sono più impressionato dallo sforzo nelle citazioni o dal fatto che abbiano trovato una camicia hawaiana adatta alla mole di D’Onofrio.

Basta? No, perché “Hawkeye” nella sua lista di cose da fare ha anche il compito di portare avanti la trama di Yelena Belova, la Vedova Nera titolare interpretata da Florence Pugh che ha esordito nell’eternamente rimandato Black Widow. Letale, pericolosissima e dall’imbarazzante accento russo, anche meno Fiorenza, anche meno la prossima volta. La nuova Vedova dell’universo Marvel è talmente tosta che prima la vediamo in azione in una “rissa tra gatte” contro Hailee Steinfeld, coreografata così male che fa quasi tenerezza vedere due delle migliori attrici giovani in circolazione oggi ad Hollywood, far finta di menarsi una meno a suo agio dell’altra. Ma di cosa stiamo parlando esattamente poi? Yelena Belova viene “sconfitta” con un fischio (non sto scherzando) di Clint Barton che basta per rimetterla a cuccia, più che una Vedova Nera pare un labrador, ma questo passa il convento Marvel.

«Io ho fatto Borsch, vuoi assaggiare mio Borsch? Buono mio Borsch corretto con Vodka»

Ovviamente l’accumulo di personaggi (menzione speciale per lo spadaccino Jack Duquense, interpretato dai baffi da cattivo di Tony Dalton, che sono anche il massimo della sua caratterizzazione) culmina ovviamente nella fagiolata finale tutti contro tutti, il cui vero scopo è nell’ordine: chiudere la sotto trama su Ronin (parlando il meno possibile delle vittime del personaggio dall’identità condivisa dell’universo Marvel, bello spreco!), lanciare Maya Lopez, urlare al mondo che Vincent è ancora con noi, battezzare ufficialmente Yelena come nuova Vedova e introdurre Kate Bishop. Fiuu quanta roba!

Posso dirla fuori dai denti? Ho un blog intero per farlo quindi si, ormai mi sembra che metà dei prodotti Marvel servano ad introdurre trame future e a regalare scene dopo i titoli di coda, quello che ci sta nel mezzo, in molti casi sembra un già visto competente e a tratti divertente (come questa miniserie) ma nulla di più, in virtù del paragrafo con cui ho aperto il post mi viene da aggiungere: nulla di nuovo sul fronte Marvel.

Questa vale per la mia fissa per le scene in metropolitana.

Da vecchio lettore di fumetto, spudoratamente innamorato anche delle storie di super eroi, vi posso garantire che i fumetti che si vanno a rileggere sono una manciata rispetto a quelli che si acquistano per assecondare questa passione che è come fumare, o fare uso di droga, con la differenza che l’unico effetto collaterale non sono i danni ai polmoni, ma mensole e armadi piedi di fumetti che raramente verranno riletti, perché il trucco è quello che vi dicevo, vendervi il prossimo numero, non quello che avete in mano, quello lo avete già pagato.

“Hawkeye” è una cosina divertente che non inventa poi nulla di nuovo, si gioca bene l’ambientazione pre Natalizia, porta avanti tutti i personaggi e svolte il suo compito di lasciare la tavola apparecchiata per i prossimi titoli in arrivo, come la serie su Maya “Echo” Lopez e via dicendo, anche se forse una riflessione aggiuntiva è necessaria.

Cambiano impugnatura dell’arco a seconda dell’inquadratura più ricercata, più che occhio di falco questi due dovrebbero chiamarsi ambidestro.

Visto che li stanno introducendo uno alla volta, mi sembra chiaro che un giorno vedremo anche gli “Young Avengers”, ma quello che mi sta più a cuore sottolineare è il modo in cui la Marvel si stia avvicinando al suo pubblico. In sala a vedere Spider-Man: No way home era piano di ragazze e ragazzi che se non altro anche grazie a questi film stanno vivendo l’esperienza della sala cinematografica, finché dura, scusatemi sono più cinico di Clint. Anche i protagonisti delle storie stanno diventando sempre più giovani e quindi coetanei del pubblico, Tom Holland, Florence Pugh ed ora Hailee Steinfeld, che voi siate Martin Scorsese o meno è innegabile che tutti questi prodotti sono l’iconografia, i ricordi condivisi delle prossime generazioni, ma non venite a dirmi che la “nostra roba” era tutta di qualità più alta, non lasciatevi colpire in mezzo agli occhi dalla freccia della malinconia.

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