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Headshot (2017): Piccoli “The Raid” crescono

Se io vi sparo a
bruciapelo il titolo “The Raid” e voi con lo stesso slancio, vi alzate in
piedi esultando, vuol dire che siete personcine per bene. Per tutti gli altri,
correte a vedere “The Raid” e poi mi ringrazierete dopo.

Sapete qual’è stata
la prima cosa che ho fatto dopo aver visto “The Raid” ad un Torino Film
Festival di ormai qualche anno fa? Intendo dire dopo essermi ripreso dallo
shock, dalla crisi isterica di gioia, dopo essermi dato diversi schiaffi in
faccia ed essermi lanciato contro una balaustra dalla felicità? Ho realizzato che
l’Indonesia era la nuova frontiera dei film di menare fatti con tanto amore per
il genere e pochissimo rispetto per le regola di sicurezza su un set, ho
sperato fortissimo che il capolavoro di Gareth Evans facesse scuola e
diventasse un modello per tutti.
Di sicuro,
chiunque lo ha citato come esempio, come nuovo record del mondo di cui tenere
conto, persino i tipi di Netflix mentre erano alle prese con la prima stagione
di Daredevil, lo citavano come
ispirazione. Ecco, non è andata proprio così, non è andata sicuramente così per
quanto riguarda Iron Fist, dove le botte erano per tutti e per quanto io abbia
apprezzato, mi è tornata voglia di rivedermi “The Raid” tanto ho sempre il
disco del raggio-blu a portata di mano (storia vera!).



“Non mi provocare quando si parla di The Raid, hai capito? Non mi provocare!”.

Ma prima di
lanciarmi nella visione numero BOH del film di Gareth Evans, ho scoperto che il
suo profeta Iko Uwais, per nostra fortuna, è piuttosto attivo in patria e il suo
nuovo lavoro è proprio questo “Headshot” che, però, è diretto dai Mo Brother,
chi sono i Mo Brothers? E ‘Mo ve lo spiego.

Essendo composta
da un fottio di isole, incontrarsi in Indonesia non deve essere mica un affare
semplice, non è tipo noi che ci si dà appuntamento alle tre in piazza e tutto
sommato ci si trova, quindi nella popolatissima Giacarta con il suo traffico
selvaggio, può capitare di non incrociarsi mai, anche perché è meglio, da quello
che mi ha detto un ragazzo che lavora con me, il traffico di Giacarta è un delirio
di lamiere, di gente che si lancia rombando incuranti dei semafori e della
vita, una roba delirante che forse solamente George Miller sotto acido potrebbe dirigere.



“Piuttosto che guidare in quel casino, faccio a botte tutta la vita”.

Iko Uwais che
oggi è soltanto il divo marziale più corteggiato da tutti (tanto che gli Americani gli offrono comparsate a caso nei loro film più in vista), ma un tempo per mestiere guidava furgoni
(storia vera) quando lo ha scoperto Gareth Evans e gli ha detto “Hai voglia di
venir giù a fare la storia dei film d’azione moderni?”, stunt al limite della
morte, turni di lavoro rigorosi e un sacco di botte prese e date, per qualcuno
potrebbe non essere il lavoro dei sogni, ma se per campare, guidate nel
traffico di Giacarta, dove il mio collega mi ha raccontato di essere stato
superato a destra da uno su un muletto con tanto di pale sollevate (sì, ma in
autostrada! Storia vera), potete capire che scaraventarsi contro una balaustra
è un netto miglioramento.

E i Mo Brothers
direte voi? ‘Mo ci arrivo un attimo! Timo Tjahjanto e Kimo Stamboel, sono altre
due scoperte di Gareth Evans, basta dire che Timo, ha diretto insieme a lui il
segmento di “V/H/S 2” intitolato “Safe Heaven”, magari lo ricordate come il più
bello, non di quel film, ma di tutta la trilogia di “V/H/S”, anche qui se non lo
avete visto, correte a farlo subito!
Di loro i Mo
Brothers hanno all’attivo la regia di un paio di film grondanti sangue come “macabre”
(2009) e “Killers (2014) che, però, mi mancano, quindi non vi so dire di più, ma
ho capito una cosa: se in Indonesia cercate qualcuno, è meglio chiedere a Gareth
Evans anche se è Gallese.



“C-Come mi hai trovato?” , “Ho chiesto a Gareth, lui conosce tutti”.

Il giochino dei
gradi di separazione diventa facile, a unire Iko Uwais e i Mo Brothers è
sicuramente stato Gareth “Amico di tutti” Evans, il risultato è questo “Headshot”
che non è bello come “The Raid” e nemmeno come “The Raid 2”, ma solo perché quelli
sono delle bombe atomiche imprendibili.

La trama
accreditata a Timo, sarà stata scritta su un fazzoletto, appoggiato ad una
parete del set, intingendo un dito nel sangue finto disponibile sul set, perché
tanto è la cosa più pretestuosa possibile, ci vuole una scusa per dare degli
avversari a Iko Uwais, lui e la sua squadra di stuntmen che porta il suo nome
(la Uwais Team) fanno il resto.
Il pretesto è nel
titolo “Headshot”, il nostro Iko interpreta Ishmael, ragazzo che viene
ritrovato con una grossa ferita alla capoccia, privo di sensi e memoria sulla
spiaggia, quindi il “Colpo alla testa” del titolo è giustificato e il nome
biblico del protagonista vi fa capire che non si sono sbattuti più di tanto con
la costruzione dei personaggi.



Ecco, diciamo si sono impegnati un po’ di più con QUESTO tipo di scene.

Lo soccorre e lo
cura una giovane dottoressa di nome Ailin (Chelsea Islan) che diventa in parti
uguali la spalla che lo aiuterà a risolvere il mistero del suo passato e la
damigella in pericolo, perché Ishmael non ha memoria, ma il suo sistema
nervoso, se stimolato, si ricorda benissimo come picchiare i bulletti. Ora, io
non so come si dica “Una trama tipo film di Jason Bourne, ma con le botte al posto delle corse sui tetti” in Indonesiano, ma “Headshot”
è proprio questo.

Nei suoi 118
minuti, “Headshot” si prende il tempo di mostrarci un cattivo veramente
cattivo che, come avrete intuito, ha un ruolo non da poco nel passato dello
smemorato protagonista. Non aggiungo altro perché già la trama è risicata,
quindi inutile che vi racconti anche l’unico (non) colpo di scena.



Gli manca solo di fare una bella maniacal laugh.

Imbastita la
trama, assunto Iko Uwais e superati i primi 30 minuti di film, “Headshot”
diventa quello che tutti vogliamo vedere, ovvero il nostro Indonesiano
preferito, impegnato in lunghi combattimenti contro un’infilata di sgherri da
sconfiggere, uno più forte e caratteristico del precedente, in una scalata in
pieno stile videogioco fino al boss di fine livello, vi assicuro che quando
arriva il primo combattimento, il film cambia passo.

Ecco, il primo
combattimento è quello che ho battezzato “Se un uomo con un tavolo, incontra un
uomo con un Machete, quello con il tavolo è un uomo morto giusto?”, ecco, l’uomo
con il tavolo è appunto Uwais ed io non so se esista la versione indonesiana
dell’Ikea, ma se esiste e ha sponsorizzato questo film, di sicuro si è fatta un
gran pubblicità per i suoi tavoli, perché Iko ne utilizza uno per difendersi e
menare l’aggressore prima e per uscire (quasi) indenne dall’esplosione
ravvicinata di una granata (!). Chiavi a brugola vendute separatamente.



“Per fare il tavolo ci vuole il legno, per farti il culo basto io”.

Il secondo combattimento prende il nome di “Se un uomo disarmato, incontra un uomo con un fucile
a pompa, quello disarmato è un uomo morto giusto?”, mi sa che avete capito chi
è l’uomo disarmato, ma non come si svolge il combattimento, perché vi assicuro
è anche migliore del precedente, più frenetico, più lungo e con una coreografia
molto, ma molto più complicata. A fine film sono tornato indietro a rivedermi
tutta la scena perché ‘sti Indonesiani sono pazzi, non so quante volte hanno
girato la scena del fucile che casca nel buco sul tavolo, ma immagino non poche!

Mica finita, perché
tra una lotta uno contro tutti in un bus che mi ha ricordato quando cerco di
tornare a casa nell’ora di punta, c’è anche una rissa nel bosco, con un tizio
armato di sfollagente, ma soprattutto un combattimento in spiaggia con una
signorina niente male con più lame di un coltello Svizzero.



L’Avete riconoscita? No? Leggete qui sotto allora…

Anche qui, vecchie
conoscenze provenienti da “The Raid” il secondo per la precisione, uno altri
non è che Very Tri Yulisman, mentre la caruccia è Julie Estelle, ovvero il
Baseball Bat Man e la Hammer Girl del secondo filmone di Gareth Evans, cosa vi
dicevo? Se in Indonesia cercate qualcuno, è al gallese che dovete chiedere!

Stop… Hammer time (Cit.)

I Mo Brothers in
tutto questo come s’incastrano? ‘Mo ve lo dico e vi dico anche abbastanza
bene, fatto salvo che no, non hanno lo straordinario talento di Gareth Evans,
anche perché quel rigore e quell’assoluto controllo degli spazi al cinema, nell’anno
di grazia 2017, lo possiede solo lui.

I due fratelli
sono due bei matti, è chiaro che lo spettacolo lo facciano tutte le coreografie
folli pensate dal Uwais Team, ma i due registi le pensano tutte per cercare le inquadrature
più ardite, ad esempio, sembrano andare pazzi per movimento circolari della
macchina da presa attorno ai combattenti, senza mai staccare, in alternativa,
sono alla costante ricerca dell’angolo d’inquadratura più spericolato e matto
possibile per accentuare gli effetti di un colpo… Insomma: due gioiosi folli a
cui si vuole subito bene.



‘Mo i Mo ci fanno una bella inquadratura tutta matta delle loro.

Poi non potevo
trovare nulla di meglio per riprendermi dalla “Botte per tutti” di Iron Fist, perché comunque questa non è
Hollywood, ma è l’Indonesia delle persone trafitte, delle gole sgozzate, delle
fratture esposte mostrare in primo piano e dei taglia carta da ufficio sradicati
e utilizzati come valida alternativa al machete (!). Mentre
aspettiamo il nuovo lavoro di Gareth Evans ora sapete
cosa fare.

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