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Heart of the sea (2015): Moby without Dick

Confesso che
ero moderatamente fomentato per questo film, per una semplice ragione: è la
prima pellicola a tema “Baleniere” che mi capita di vedere dopo aver finito di
leggere (a fatica) “Moby Dick”.

Inutile che
cerchi di dirvi qualcosa sul capolavoro di Herman Melville che viene
giustamente considerato il primo grande romanzo americano, posso solo
confermarvi quello che si dice del tomo: è davvero difficile da finire. I
mille-mila riferimenti biblici sono sicuro di averli mancati quasi tutti, se
non quelli più ovvi, le infinite descrizioni sulle tecniche marinaresche o la
distinzione tra balene e capodogli sono solo alcune delle insidie di un libro
bellissimo, che di base resta un’avventura, un racconto di follie e ossessioni,
un archetipo narrativo grosso come il cetaceo bianco del titolo.
Una cosa che
ho sempre apprezzato del Cinema di Ron Howard è la sua semplicità, per questo
pensavo che il buon vecchio Richie Cunningham fosse l’uomo giusto per questa
missione, riportare “Moby Dick” alla sua ossatura, ovvero: avventura, machismo
in uno scontro ambientato in mezzo all’oceano. Il risultato è un film
confezionato alla grande, ma che perde un po’ di vista
l’obbiettivo. Non si può criticare un film per quello che non è (o per cosa
avremmo voluto vedere), resta il fatto che “Heart of the Sea – Le origini di
Moby Dick” (complimenti per il sottotitolo “for Dummies”) si lascia guardare,
ma in vari momenti sbraga…



“Devo chiudere l’occhio con cui guardo oppure l’altro, non ricordo mai…”.
Le premesse
sono buone, non fare l’ennesimo adattamento di “Moby Dick”, per quello Howard
avrebbe dovuto chiamare Russell Crowe (tenetemi l’icona aperta sul Kiwi che
ripasso…), ma adattare per il grande schermo un altro romanzo, “In the Heart of
the Sea: The tragedy of the whaleship Essex”, scritto da Nathaniel Philbrick.
Non l’ho letto quindi non vi so dire quando Howard sia stato accurato, ma si sa
che la tragedia della baleniera Essex, è stata una delle ispirazioni di Herman
Melville per il suo romanzo. Riassumendo: “Heart of the Sea” è tratto da un
libro, non quello… L’altro. Tutto chiaro? Bene parliamo del film (era ora!).

Mi sarei
aspettato dalla pellicola molte più strizzate d’occhio, roba del tipo: “Una
balena bianca” (Occhilino! Occhiolino!). Bisogna dire che qualcuna sparsa qua è
la nel film c’è, ma niente di particolarmente fastidioso, Howard trova la
quadratura del cerchio inserendo lo stesso Herman Melville (interpretato da Ben
Whishaw) nel film, lo scrittore si reca da Brendan Gleeson (uno che mi fa
sempre piacere rivedere in un film) per scoprire qualcosa del naufragio della
Essex e raccogliere materiale per il suo romanzo. Questo è l’incipit della
trama, i due personaggi coprono i ruoli di narratore (quindi del regista) e di noi
spettatori, il fatto che Melville paghi per sentire il racconto dovrebbe
aiutarci tutti ad immedesimarci con lui…



“Veramente quella sedia la tengo per appoggiarci la giacca…”.
Quando inizia
il racconto vero e proprio, tutto è abbastanza schematico, mi è
sembrato di assistere ad un racconto che procede per conflitti, quello tra Owen
Chase (Chris “Thor” Hemsworth) e il capitano George Pollard (Beniamino
Camminatore). Il primo di umili origini e di tanta esperienza, il secondo di
famiglia ricca, ma esperto di navigazione come il sottoscritto di particelle
nucleari, le motivazioni di Chase sono quasi tutte rivolte ad un futuro
migliore, diventare capitano a suo volta sarebbe il raggiungimento di un
obbiettivo per sè e per la sua famiglia, ma anche per Thor vale la regola aurea
che vale in qualunque posto del mondo: se sai lavorare non ti promuoveranno mai
capo.
Chris
Hemsworth fa un buon lavoro, ha il “fisico di ruolo” per interpretare
tutti questi ruoli da eroe, se continua così gli si prospetta una carriera
lunga a prolifera, il problema è che la storia sembra un po’ “La canzone
mononota” e batte sempre sullo stesso tasto: Chase è un testardo propenso all’incazzamento
facile, capisco anche perché sia stata fatta questa scelta, ossia per
enfatizzare la scelta finale del personaggio, il suo clamoroso non-lancio dell’arpione,
però mi è sembrato tutto piuttosto scontato.



“Per un perfetto tiro con la fiocina da caccia, prendere la mira, traguardando il bersaglio…”.
Di solito non
parlo mai dei doppiatori, ma una cosa devo dirla: Massimiliano Manfredi, non mi
sembra molto adatto ad Hemsworth, almeno in questo film, va bene quel modo di
doppiare le battute un po’ enfatico, molto adatto ad un Dio Scandinavo che
risulta un po’ fuori tempo (e fuori luogo) sulla Terra, un po’ meno adatto per
Chase, malgrado il fatto che la storia sia ambientata nel 1820, non credo sia
obbligatorio pronunciare le battute in quel modo altisonante, parere mio,
Manfredi lo apprezzo spesso quando mi capita sentirlo doppiare altri personaggi.
Per concludere sulla prova di Hemsworth, il suo tanto pubblicizzato
dimagrimento, mi è sembrato davvero esagerato, capisco che sia la classica cosa
che piace all’Accademy, ma con un po’ di trucco si poteva ottenere lo stesso
risultato senza alterare la dieta, anche perché le scene di Secco-Chris sono
quasi tutte primi piani…
Visto che ho
aperto il capitolo attori, Tom Holland inizia ad annusare l’aria che si respira
nei film ad alto budget, preparandosi ad entrare nella calzamaglia dell’uomo
ragno (e già che c’è fa amicizia con Thor), mentre non so quale torto abbia
fatto Cillian Murphy per lavorare così poco. Personalmente lo trovo molto
bravo, probabilmente è andato a letto con la moglie di qualche produttore,
oppure ha fatto manovra parcheggiando sulle scarpe nuove di qualche regista
potente, altrimenti non mi spiego come mai si veda così poco e in ruoli sempre
minuscoli laggiù nel Bosco di Holly.



“Hey ma quella laggiù non è la fidanzata sexy di Harvey Weinstein?”.
Ron Howard fa
un ottimo lavoro, il problema è che ad un certo punto perde di vista
la natura della storia che sta raccontando, in alcuni momenti sembra tentato
dall’occasione di rifare lo Squalo di Spielberg, ma non avendo una pinna da
mostrare (e non potendone incollare una sulla groppa di un capodoglio… Anche se
sarebbe stato uno spasso!), sottolinea in modo quasi ossessivo le parti più
riconoscibili dell’animale, la grossa coda posteriore e l’occhio pallato con
cui fissa il protagonista… Forse pensando: “Hey! Ti ho visto in Avengers!”.

In alcuni
momenti, poi, cerca un’epica che davvero non è necessaria, come se con il passare
dei minuti si fosse reso conto di avere una balena bianca e si fosse sentito
costretto a rifare a tutti i costi un film su Moby Dick. Come dicevo, non si
possono giudicare negativamente i film soltanto perché non sono qualcosa che ci
aspettavamo, ma Ron Howard per me sa sempre andare al nocciolo di una storia. Prendendo come esempio solo “Rush”, quel film funzionava alla grande perché è
stato diretto da un regista a cui non importava una mazza della Formula Uno (e si
vede) e ha saputo concentrarsi solo sul duello tra i due protagonisti. Inoltre,
sempre parlando di “Rush” era un film piuttosto crudo per i suoi standard, ora,
non mi aspetto che Ron Howard porti in scena atti di cannibalismo (tema che quest’anno al cinema va forte), ma
nemmeno che sorvoli come ha fatto qui, quasi con la stessa volontà censoria
dei sopravvissuti dell’Essex.

Poi ditemi che Roy Scheider non ha sempre ragione…
Nei momenti in
cui Ron Howard si ricorda di parlarci solo dei protagonisti, manda a segno
scene molto riuscite come l’abbandono della nave distrutta, forse la migliore
di tutto il film, per il resto mi ha dato la sensazione di stare tenendo i
piedi in troppe scarpe. La decisione finale di Owen di non scagliare il suo
arpione, a mio avviso, è un tentativo di cercare lirismo a tutti i costi, non ci
ho visto grossi messaggi, ma quasi una rappresentazione del Karma, infatti
poco dopo i naufraghi vengono salvati… Ma magari non ho capito un arpione io,
eh!

In soldoni: “Heart
of the Sea” è un buon film, non credo che mi lascerà moltissimo a distanza di
tempo, probabilmente avrei preferito vedere qualcosa di più diretto, una sfida
uomo contro natura che di solito è sempre nelle mie corde, non pretendevo
nemmeno la versione cinematografica di Iron Tusk dei Mastodon, ma dopo “Rush”
ero pronto ad aspettarmi qualcosa di più sanguigno, però cavolo! È sempre di Richie
Cunningham che stiamo parlando!
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