Home » Recensioni » Heat – La sfida (1995): lo sbirro, il boss e la bionda

Heat – La sfida (1995): lo sbirro, il boss e la bionda

Il vecchio Quinto Moro mi ricordo che diceva: se vuoi fare
il blogger non devi avere affetti o fare entrare nella tua vita niente da cui
non possa sganciarti in 30 secondi netti se senti puzza di sbirri dietro
l’angolo. Oggi questa Bara è tutta per lui e per un capolavoro di Michael Mann.

Tutti i cinefili hanno un rapporto speciale con qualche film. Sono come i chiodi di una bara ed oggi, cari fratelli e sorelle, siamo qui riuniti per celebrare uno dei più robusti chiodi piantati sulla mia bara personale che – più che volare – va alla deriva nel buio, “con le luci che vanno e che vengono” e non perché la città sia vergognosamente a corto di energia (Cit.), ma perché siamo nella Los Angeles notturna di Michael Mann.
I protagonisti di Heat sono dei veri animali notturni, non dormono mai, “tipi zelanti, mai una pausa”.

“Che sto facendo? Parlo al telefono da solo, perché c’è un uomo morto dall’altra parte di questo schermo del cazzo” (Bob nel suo momento badass)
A Los Angeles Crime Saga

Più che una tagline pubblicitaria, una dichiarazione d’intenti: il film è una saga del crimine, ci racconta tutto un mondo. Le tre ore di durata non pesano, con la prima ora e venti che scorre liscia presentando i personaggi, vero fulcro del film. Neil e la sua banda sono rapinatori professionisti, e li conosciamo mascherati da giocatori di hockey più spaventosi di un Jason Voorhees qualunque, coi mitra al posto di mazze e machete, all’assalto di un furgone portavalori. Tra le fila della banda c’è un uomo nuovo, il barbuto Waingro, che va ad innescare l’intera vicenda, e a più riprese torna nel racconto come elemento negativo, una maledizione che aleggia su tutti i personaggi e vera nemesi di Neil, professionista misurato e impassibile. Al contrario, lo sbirro Vincent sembra una sorta di alter ego dello stesso Neil, ma all’estremità opposta della curva.
Heat è un’epopea del poliziesco e del gangsterismo che non inventa niente, ma usa tanti cliché del genere e una tecnica solida per mettere in scena un intreccio di storie umane. I personaggi sono la storia, invischiati nel groviglio delle loro vite, senza rifiniture idealistiche ma presentati con un realismo amorevole e crudo. È per il poliziesco quel che C’era una volta il west è per il western e non sto esagerando.

Al in una tipica posa da “Miami Vice”. Bob in una tipica posa da “Ma dici a me?”
Un po’ di storia: da “L.A. Takedown” a “Heat”

Mann aveva buttato giù una prima bozza del copione alla fine degli anni ’70, riscrivendola e affinandola nel corso degli anni. Andò anche ad offrirlo a un certo Walter Hill, ma non se ne fece nulla.
La storia si nutriva di tanti episodi e aneddoti di vita vera, presa tanto dai poliziotti quanto dai criminali. Nel corso degli anni le ricerche di Mann contribuirono ad arricchire il progetto, che avrebbe dovuto portare ad una nuova serie criminogena, dopo l’esperienza da produttore di “Miami Vice” e “Crime story” al fianco di Chuck Adamson, ex sbirro datosi alla sceneggiatura. La celeberrima chiacchierata tra Al Pacino e De Niro nella caffetteria è uno degli episodi realmente occorsi ad Adamson mentre dava la caccia al “vero” Neil McCauley.
La NBC doveva produrre la serie ma voleva sostituire Scott Plank, protagonista nel ruolo di Vincent Hanna. Plank e Mann avevano già lavorato insieme a Miami Vice, e se volete la mia Plank rientrava nel physique du rôle per un personaggio del genere. Mann rifiutò di sostituirlo, la NBC rifiutò la serie e il girato del potenziale episodio pilota divenne il film tv “L.A. Takedown – Sei solo agente Vincent” (1989).
“L.A.” è una sorta di bozza di Heat, realizzata con meno fondi, meno attori di talento e meno tempo per girare. Parte della storyline c’era già, ma mancava tutto l’intreccio dei personaggi secondari. Il dualismo tra Vincent e Neil c’era già, e al di là della confezione da serial anni ’80, “L.A. Takedown” è una solida espressione del crime-drama. Ma non corrispondeva ancora all’idea di Heat che Mann aveva. Dovette aspettare il successo commerciale e di critica arrivato con “L’Ultimo dei Mohicani” per avere i punti credibilità da spendere nel grande progetto. All’epoca pare che Mann avesse in cantiere un biopic su James Dean, mai realizzato per dare finalmente sfogo al progetto della vita, covato per più di dieci anni.

1989: lo sceriffo Mann e i suoi vice sul set di L.A. Takedown
Il film in una parola

Mi sono chiesto a lungo il vero significato del titolo, anche perché l’italico “La sfida” non c’entra una ceppa. Ok, si può intendere come una sfida tra i due protagonisti, ma nessuno dei due sfida apertamente l’altro, è più uno scontro. Solo che “Heat – Lo scontro” non suona ugualmente figo, né lo sarebbero state traduzioni letterali tipo Heat – la calura, il bollore, la ribollita. Avrebbe generato incomprensioni meteo, pruriginose e culinarie.
In gergo “the heat is on” significa che un fuoco è stato acceso, è scattata una scintilla, e si può anche intendere come stare sul filo del rasoio. Il che spiega tutto lo sviluppo del film. La trama in sé è piuttosto tipica, con Neil e la sua banda pronti a fare il colpo della vita. È l’intreccio di storie a funzionare, con eventi che si muovono lentamente, destinati ad avere conseguenze prolungate. Il fuoco è appiccato dalla rapina iniziale che finirà per influenzare tutti gli eventi successivi, sino all’ultimo minuto. La prima rapina è l’opposto del MacGuffin, è il punto di deviazione ed incrocio per storie che erano già in movimento, lì si scontrano e da lì non torneranno più indietro. Se scoppia un incendio, c’è chi si salva e chi si brucia. The heat is on.

Heat – La sfiga. Mai fare rapine di venerdì 13!

Il cast è una vera Manna, un coacervo di facce giuste per ogni ruolo. De Niro è il capobanda quieto e pericoloso, come tenesse al guinzaglio la bestia dentro, scatenandola ad ogni grilletto premuto senza enfasi né rimorso. Ma non vuol dire che sia un personaggio freddo, è solo plasmato dalla vita criminale, e si dimostra profondamente umano nel corso del film.
Al Pacino, più che uno sbirro, è un cacciatore di criminali, affamato di nuove prede da inseguire. Sempre teso, pronto a scattare come una molla, tanto che Al si fece l’idea che il “suo” agente Vincent pippasse cocaina. Nel film non ce n’è la minima traccia o riferimento, è l’idea che Pacino aveva coltivato per far esplodere Vincent alla sua maniera.

Al descrive la cosa che più lo manda su di giri. Forse.
Storie di uomini e donne

Nel titolo ho scherzato con “lo sbirro, il boss e la bionda” per la chioma fluente di Val Kilmer. La storyline del suo personaggio è la terza per importanza, è una specie di fratello minore per Neil che fa di tutto per proteggerlo. Donnaiolo spendaccione sposato ad una Ashley Judd (pure lei stranamente bionda) che incarna bene la compagna del criminale, volitiva e consapevole. Proprio le donne sono il contrappeso ad ogni personaggio maschile, e rappresentano ciascuna un aspetto diverso. Il fatto che Neil si leghi ad una ragazza normale e solitaria è lo specchio del suo personaggio e delle sue speranze, un desiderio di normalità che il mestiere non gli consente. Ad Amy Brenneman, che interpreta la nuova fiamma di Neil, non piaceva lo script per la troppa violenza e il modo di agire spietato dei personaggi. E Mann la volle proprio per questo! Come il suo personaggio non apparteneva a quel mondo ed aggiungeva una minima nota di normalità e distacco per quel mondo. Però ho sempre trovato che il suo seguire Neil sia forzato, e serva solo mostrare la scelta finale di Neil. È forse l’unico difetto della sceneggiatura.
Molto più significativo il rapporto tra Vincent e la sua terza moglie ben interpretata da Diane Venora, emblema del tentare e fallire la convivenza con uno sbirro consumato dal mestiere. La figlia problematica (Natalie Portman al suo secondo ruolo dopo Léon) dà un ulteriore rifinitura per quella confusione che si muove intorno alla vita di Vincent, ed aggiunge un tassello importante nel finale.

Charlene, Justine, Eady, Lilian: donne, tu-du-dù, vittime di sempre

[SPOILER] Se da un lato le donne di Heat sono il contrappeso alle vite disordinate dei loro uomini, finiscono travolte da quel disordine. Sono i veri personaggi tragici, molto più degli uomini che seguono le proprie scelte e inclinazioni personali, facendone ricadere le conseguenze sulle compagne. Vale per tutta la banda di Neil, dal primo all’ultimo membro.
Quando non finiscono abbandonate (come le compagne dei protagonisti), restano vedove (le mogli dei personaggi secondari). Oppure sono vittime dirette (le prostituite di Waingro e la madre di una di loro, la moglie di Trejo, la figliastra di Vincent abbandonata del padre biologico). [FINE SPOILER] Eppure hanno ciascuna diversi livelli di indipendenza, volontà, fedeltà. Ciascuna si pone diversamente all’interno delle relazioni di coppia. Charlene è il personaggio più complesso, quella che vive una relazione paritaria e difatti in pieno contrasto, è quella più consapevole delle debolezze del marito. Justine è quella costantemente esclusa ma resiste nella speranza di trovare un equilibrio con Vincent, rendendosi conto di scena in scena che non è possibile. Eady è l’ignara ragazza per bene, autonoma e solitaria. Lilian incoraggia il compagno a tenere duro dopo l’uscita di galera, ed esprime un forte calore umano.
[Per altre riflessioni sulle donne in Heat vi rimando a questo articolo]

Per anni ho considerato superfluo il personaggio dell’autista e della sua compagna, comparse in un disegno più grande. Ma rientra nell’idea di voler aggiungere un tassello al campionario di storie criminose, di vite che si incrociano anche in modo del tutto casuale. Un’altra pagliuzza bruciata.
La visione di Mann è che “tutti quanti hanno una vita”, tanto i criminali quanto gli sbirri, e non sono scatole chiuse. Le storie di sbirri e criminali si incrociano, e non si schiera da una parte né dall’altra.

Due leggende a bere caffè, così, come se niente fosse.

L’incontro tra De Niro e Pacino è un momento meta-cinematografico. Vero che i due attori avevano lavorato insieme a “Il Padrino, Parte II” ma non avevano girato alcuna scena insieme. Proprio per il loro percorso artistico nel corso degli anni ’70 e ’80 sono tra i massimi attori di quel ventennio (e della storia). Vederli nella stessa scena è sempre un’emozione al di là del film stesso.
In lingua originale mi ha stupido come i due protagonisti sembrino più giovani, non solo per il tono delle voci ma proprio nell’interpretazione. Ferruccio Amendola e Giancarlo Giannini danno un’impostazione molto matura, appaiono più “consumati” rispetto alle controparti originali. Giganteggiano tra i giganti, dando qualcosa di loro ai personaggi e arricchendo il film. Ah, i bei tempi andati del doppiaggio.

La voce dei giganti
Tecnicamente Mannifico

Arrivati a 1 ora e 40 minuti, quando molti film hanno detto già tutto, Heat ha solo iniziato a scaldarsi. La situazione precipita verso la scena dell’assalto alla banca: una sparatoria che ha fatto scuola, per l’ampiezza dello scenario, il realismo e la gestione degli uomini sul campo. Mann la gira tutta ad altezza d’uomo, incollato ai volti dei protagonisti che diventano maschere di tensione. La scena è spettacolare ma non spettacolarizzata, il sonoro portentoso riempie lo schermo e le orecchie.
Nella scena emerge tutta l’anima da cacciatore di Vincent: Al Pacino sembra in una vera trance agonistica, si muove con una tensione fisica palpabile. Mi fa sempre un effetto boia vederlo che imbraccia il mitra con lo sguardo di chi spara per uccidere. Gli spari in presa diretta non sono campionature farlocche, le fiammate sulle canne dei fucili, il caos. È un fottutissimo momento di guerriglia urbana.
La colonna sonora vera e propria è centellinata e si sposa alle atmosfere del film, ma non è mai invasiva, emerge solo nei momenti più emotivi e si spegne nel clou dell’azione, lasciando che spari, urla e vetri infranti facciano il loro sporco lavoro.

Il montaggio è pulito, non esaspera la narrazione con stacchi continui, nemmeno nell’assalto alla banca dove l’azione è leggibile nonostante ci si trovi nel caos totale. Mann dà fondo a tutto il campionario di scelte registiche: ci mostra i personaggi da lontano, con campi lunghi, li segue alle spalle in brevi piano sequenza. A volte spara primi piani portentosi, che da qui in poi diventeranno un suo marchio di fabbrica: il primo piano “alla Mann” è spesso decentrato, con lo spazio per la scena sullo sfondo che mantiene la sua importanza, come a rendere più forte un’attesa o tirar fuori il personaggio dal mondo per un attimo, mentre fa una rivelazione (vedere per credere anche Insider, Alì, Public Enemies).

Sembra una scena di “Insider”. Mann era così avanti da presentarci il suo film successivo.

La fotografia dà grandi soddisfazioni. Mann è un animale notturno e adoro la sua Los Angeles nei contrasti buio e luci in movimento. L.A. sembra fredda anche sotto il sole, un luogo abitato da personaggi duri e incasinati con vite dure e incasinate, senza apparire mai sozza come una New York qualsiasi. Molte scene in esterni sono girate con luce naturale, cosa che dà sempre un certo fascino.

Come raccontare un personaggio con un’inquadratura: Neil nell’antro spoglio e freddo di casa sua, con uno sguardo all’orizzonte vuoto.

La cosa che mi affascina di Mann è il tentativo di cogliere gli aspetti sfuggenti della mentalità criminale, una sorta di fatalismo ben riassunto nelle parole di Jon Voight: lo sbirro può riuscire o fallire, il ladro ha una sola via. Tanto più che tutto il background di Neil si riassume in un unico elemento che si fa ossessione: è stato in galera, una delle peggiori, e non intende tornarci. Allora tanto vale vivere costantemente sul filo del rasoio, o morire tentando il grande colpo. Dall’altra parte c’è il fatalismo degli stessi poliziotti, con Vincent che non odia i delinquenti, fatalmente ne accetta l’esistenza e lui è lì per combatterli. Non odia che ce ne siano così tanti e gli impediscano di avere una vita normale. E non incolpa la moglie perché non sia in grado di accettare fino in fondo il suo agire, né incolpa se stesso, semplicemente perché come tanti poliziotti è costretto a “vedere con gli occhi più di quanto la loro anima possa sopportare”. Perciò Mann rinuncia a mitizzare tanto i ladri quanto gli sbirri, guardandoli con lo stesso rispetto. Perché nel bene e nel male sono solo uomini. Una razza vecchia.

P.S.
Cassidy mi ringrazia come sempre per l’eccellente lavoro svolto mentre lui stava in vacanza a sbronzarsi. Ringrazio voi lettori perché siete il miglior pubblico che abbia mai avuto (sento applausi e mortaretti dagli spalti, grazie, troppo buoni).
E vi invito a scoprire qualcuno dei miei racconti QUI. Dal vostro Quinto Moro è tutto, a te la linea Cass!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Trunk – Locked In (2024): bagagliaio che te ne vai lontano da qui chissà cosa vedrai

    Mille piattaforme di streaming e il risultato? Passi ore a sfogliare in cerca di qualcosa da guardare, oppure metti su un’altra volta il blu-ray di Grosso guaio a Chinatown e [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing