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Heavy Metal (1981): metallo urlante

Il fermento creativo e perché no, anche rivoluzionario degli anni ’70 si è manifestato attraverso diverse forme artistiche, il cinema, la musica e ovviamente anche il fumetto. In un’ipotetica classifica dei luoghi più creativi di quel periodo, non poteva mancare la Francia.

Proprio qui i francesi, i veri americani del mondo, nel dicembre del 1974 fondarono una rivista a fumetti destinata a diventare leggendaria. “Métal Hurlant” ha avuto dei padri eccellenti, a cominciare dagli artisti Philippe Druillet e Jean Giraud meglio noto come Moebius, ma un ruolo fondamentale lo hanno giocato anche lo scrittore e giornalista Jean-Pierre Dionnet e il direttore finanziario Bernard Farkas.

Questo vale come scimmia, io ve lo dico!

Se la vecchia Inghilterra aveva 2000 A.D. in Francia “Métal Hurlant” ha fatto fare un salto di qualità ai fumetti, grazie alla collaborazione tra talenti di estrazione differente, capaci di infrangere gli schemi tradizionali con storie originale, spesso volutamente provocatorie, tante volte disegnate mille volte meglio della stringata trama e più in generale, raccontate con enorme creatività al servizio di trame legate alla fantascienza, all’horror e al fantastico.

“Métal Hurlant” diventò presto una gran palestra per i migliori talenti del fumetto oppure una sorta di Casablanca dove rifugiarsi, per tutti quelli che erano in cerca di una possibilità di esprimersi con chine, pennelli e matita. Ecco perché nel corso degli anni sono passati Maestri come Alejandro Jodorowsky, Enki Bilal, Bernie Wrightson, Milo Manara, ma anche uno dei miei preferiti di sempre, purtroppo scomparso da poco a cui vorrei idealmente dedicare questo post, Richard Corben.

Rifatevi gli occhi con le tavole del Maestro Corben.

Dalla Francia “Métal Hurlant” ha conquistato il mondo finendo per venire pubblicata anche in Spagna e in uno strambo Paese a forma di scarpa, sulle cui pagine è stato ospitato anche il mitico “Ranxerox” di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore. Ma la “colonia” più importante è stata sicuramente quella nata dall’altra parte della grande pozzanghera nota come oceano Atlantico, dove nacque l’edizione americana, pubblicata dalla National Lampoon e intitolata “Heavy Metal”, non una traduzione perfetta ma azzeccatissima nello spirito.

“Heavy Metal” pubblicava fumetti underground, articoli dedicati alla storia della musica ma anche interviste a grandi registi come John Waters o Roger Corman, in epoca più recente è stata acquistata da un grande appassionato di fumetti indipendenti come Kevin Eastman, uno dei due creatori della Tartarughe Ninja. Insomma con quei matti dei National Lampoon di mezzo, il cinema non poteva che essere a breve distanza, infatti seguendo le orme di quel genietto di Ralph Bakshi, che quasi da solo aveva rilanciato l’animazione per adulti con titoli come Fritz il gatto e Il signore degli anelli, “Heavy Metal” era pronto per portare un po’ di tette, metallo, fantascienza, follia e un altro po’ di tette al cinema.

METALLO!

Vuoi per affinità linguistica, visto che in buona parte del Canada si parla regolarmente francese, proprio in Canada “Heavy Metal” è stato sviluppato, ad unire i due mondi un canadese che conosceva bene i National Lampoon ma anche il cinema, Ivan Reitman che arrivava da titoli come “Cannibal Girls” (1973), “Polpette” (1979) e siccome era impegnato a dirigere “Stripes – Un plotone di svitati” (1981) si ritagliò un ruolo da produttore lasciando la regia a Gerald Potterton. Il risultato finale è un film d’animazione che in sala è stato circa dieci minuti, ma che nel corso del tempo ha avuto un’enorme influenza sulla cultura popolare, quindi il mio regalo per i suoi primi quarant’anni è il logo rosso dei Classidy!

La mia passione per l’animazione mi ha sempre portato ad avere un debole per questo film, certo ci sono film animati invecchiati meglio, sto pensando ad alcuni titoli del già citato Ralph Bakshi, ma “Heavy Metal” è un crescendo rivolto all’eccesso, spudorato, arrogante, che se uscisse oggi riuscirebbe ad offendere tutte le categorie di pubblico insieme, ma che in fondo ha lo stesso spirito della sua colonna sonora: Metallo, Hard Rock e spunte di sperimentazione elettronica talmente straripanti da farti venir voglia di alzare il volume, che poi è proprio quello che fa il film, inizia mettendo l’amplificatore a undici come quello degli Spinal Tap e poi non guarda più in faccia nessuno.

Se “Métal Hurlant” radunava i migliori fumettisti in circolazione, “Heavy Metal” allo stesso modo raduna una banda di gatti senza collare davvero notevole, per un film sgangherato, antologico e proprio per questo tenuto insieme da un filo conduttore che è più che altro un pretesto per mettere insieme questi otto racconti e un epilogo, tutti pescati dalla rivista e adattati per il grande schermo da Dan Goldberg e Len Blum (sceneggiatori di fiducia di Reitman) e con la notevole colonna sonora composta da Elmer Bernstein, che era ancora al lavoro su questi pezzi, quando venne chiamato in tutta urgenza per un altro titolo di cui potreste aver sentito parlare, Ghostbusters (storia vera).

La bella Carole Desbiens alle prese con il rotoscope.

Ma ai pezzi bellissimi composti da Bernstein che vi consiglio di ascoltare, perché rischiano di essere fagocitati dalle canzoni di nomi come Sammy Hagar, Devo, Blue Öyster Cult, Cheap Trick, Nazareth, Grand Funk Railroad, Black Sabbath e Stevie Nicks, ma di sicuro ho dimenticato qualcuno perché dal punto di vista visivo e musicale questo film è una vera orgia, uno schiaffo in faccia alla miseria, ovviamente dato con guanti borchiati.

Si inizia con una cosetta facile facile, giusto per ricordarci la regola per cui i cinque minuti iniziali sono quelli che determinano tutto l’andamento di un film. “Soft landing” (tratto dal racconto di Dan O’Bannon e disegnato da Thomas Warkentin) parla di un padre di famiglia che guida la sua auto verso casa dopo una giornata di lavoro, tutto normale? Si, se non fosse che la sua auto è una Chevrolet Corvette decapottabile del 1960 sganciata in volo da uno shuttle, che vola nello spazio sulle note dell’arrogantissima “Radar Rider” dei Riggs. Non so voi, ma ho visto inizi più timidi di così e sono sicuro che questa scena abbia colpito anche l’immaginario di un noto nerd come Elon Musk.

Poi ditemi che questo film non era più avanti dell’avanguardia.

La seconda storia intitolata “Grimaldi” è quella che ha il compito di introdurre il filo rosso (anzi verde) che tiene unito insieme questo film antologico, una sfera verde battezzata Loc-Nar, che contiene al suo interno tutto il male, l’orrore e la perfidia della galassia, in grado di sciogliere e squagliare chi sarà così incauto da provare a fissarla troppo.

Nella terza storia si comincia a fare davvero sul serio, Dan Goldman e Len Blum adattano il racconto di Dan O’Bannon intitolato “Harry Canyon”, la storia con cui lo scorbutico O’Bannon per anni ha dichiarato di aver anticipato i temi e l’aspetto generale di Blade Runner, visto che la storia è quella del tassista della New York dell’anno 2031 Harry Canyon, che sul retro del suo taxi vede salore una formosa ragazza, figlia di un archeologo che ha ritrovato il Loc-Nar e che a sua volta trova l’inatteso aiuto del trucido tassista, in un’inizio che, nulla mi toglie dalla testa, sia stata d’ispirazione anche per Luc Besson per il suo “Il quinto elemento” (1997), che d’altra parte si avvaleva del talento visivo di Moebius, quindi i gradi di separazione con “Métal Hurlant” sono molti meno dei canonici sei a ben guardare.

Le prove generarli per le  Leeloo e i Korben Dallas futuri.

Per l’aiuto offerto, Harry viene ringraziato dall’avvenente ragazza nel migliore dei modi possibili (un tema ricorrente nel film, tanto quanto le poppe in bella vista), ma il tassista è un dritto e non si lascia intenerire da niente, specialmente quando qualcuno cerca di fregarlo. Menzione speciale per un pezzaccio psichedelico come “Veteran of the psychic wars” dei Blue Öyster Cult che completa al meglio questo gioiellino, anche se lo ammetto, il mio segmento preferito è quello che sta per arrivare.

“DEN” è tratta dal racconto omonimo (e ben più esplicito!) del Maestro Richard Corben. La storia di un impacciato ragazzino nerd, doppiato da John Candy in originale, che esposto alla radiazione verde del solito Loc-Nar sotto forma di meteorite, si ritrova su un pianeta alieno nel corpo di un nerboruto energumeno super forte, super muscoloso e super dotato (!), che con il corpo di un super eroe e la mente di un nerd salva una bella figliola, che sta per essere sacrificata in un rito in onore della divinità Uhluhtc (che poi sarebbe Cthulhu al contrario, quindi doppiamente sacrilego) e potete immaginare come verrà ringraziato dalla popputa signorina. “DEN” è la fantasia eroica di un pischello, che sogna di salvare il mondo e farsi la ragazza, niente di nuovo sotto il sole, però vitaminizzato dalla cura Richard Corben, che rende tutto più muscoloso, formoso, esagerato e puramente fumettistico, insomma uno spettacolo!

«Ho detto DEN non DEM!»

“Captain Sternn” pur essendo tratto da un racconto del grande Bernie Wrightson, non mi ha mai convinto molto, durante il suo processo il losco Sternn (doppiato da Eugene Levy) si ritrova alle prese con il suo testimone corrotto trasformato in un enorme mostro specialità della casa per Wrightson, anche se la parte che mi impressiona di più della versione animata resta il pezzo dei Cheap Tricks intitolato “Reach out”.

Con “B-17” torna in auge il buon vecchio Dan O’Bannon, per una storia ambientata su un bombardiere durante la seconda guerra mondiale, che nel racconto a fumetti aveva dei Gremlins in bella mostra oltre al massacro a bordo e ai soldati defunti tornati come zombie che troviamo qui. Gli è andata bene a Max Landis che O’Bannon dall’aldilà non può fare più causa a nessuno (ma siamo sicuri? Con il vecchio Dan non starei tranquillo) perché il suo Shadow in the cloud deve parecchio a questo segmento, ma proprio tanto!

Il ritorno dei morti viventi prima di il ritorno dei morti viventi.

Forse il segmento più horror di tutti, seguito a ruota dal più leggero e matto ovvero “So Beautiful & So Dangerous”, dove una popputa (tanto per cambiare) segretaria del Pentagono viene rapita da alcuni robot alieni dediti allo sniffo, alla caciara e al sesso libero, infatti la ragazza scoprirà piaceri nuovi da un robot che finirà per perdere la testa per lei. Ve lo avevo detto che era una roba tutta matta, poi ditemi che non vi avevo avvisati e tenete dritte le orecchie, perché Zeke in originale è doppiato da Harold “Egon Spengler” Ramis (storia vera).

Uno sballo cosmico (come questo film)

Anche se il segmento più lungo ed iconico di “Heavy Metal” resta senza ombra di dubbio l’ultimo intitolato “Taarna”, che poi è il nome della bellissima guerriera con pochissimi vestiti addosso e ancora meno parole pronunciate (per la precisione: zero) che a cavallo del suo pterodattilo preistorico combatte eserciti di barbari verdastri, sacrificandosi per distruggere il male (e il Loc-Nar), sulle note di “The mob rules” dei Black Sabbath. Brutto?

Fantastica, non so se innamorarmi o fare una telefonata al mio dentista.

Utilizzando la tecnica del rotoscope, ovvero disegni ricalcati su riprese di veri attori, Taarna è diventata un’icona popolare protagonista di fumetti, tatuaggi e sogni erotici, costruita un tratto di matita alla volta sulle grazie della modella canadese Carole Desbiens. Proprio lei fa bella mostra di sé sulla locandina del film e da quarant’anni è il personaggio più rappresentativo di questa arrogantissima follia animata condita in salsa Metal.

“Heavy Metal” in quarant’anni ha influenzato centinaia di spettatori, ha fatto scoprire tanti gruppi giusti ad una platea di spettatori ma soprattutto, ha influenzato tantissimi creativi. David Fincher per anni ha minacciato un rifacimento, per poi finire ad accontentarsi di un’operazione del tutto simile per il piccolo schermo come produttore esecutivo, ovvero la serie Love, Death and Robots. Ma sono sicuro che molti di voi ricorderanno anche l’omaggio fatto da “South Park”, nell’episodio intitolato Major Boobage (12×03) di
fatto una dichiarazione d’amore per tutto quello che “Heavy Metal”: metallo, tette, animazione e follia.

«Per il potere di grayskull del METALLO!»

Insomma non potevo proprio perdere l’occasione di fare gli auguri per i suoi primi quarant’anni a questo film che è il trionfo dell’abbondanza di idee, di decibel, di donne nude, di trovate folli, insomma educato come un concerto Metal e accurato come solo l’animazione e l’amore che ci vuole per ogni tratto di matita e di china può avere, se lo conoscete quasi sicuramente è un titolo di culto anche per voi, altrimenti avete l’occasione per festeggiare, in puro stile metallo urlante.

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