Home » Recensioni » Hellboy (2004): accendi un diavolo in me

Hellboy (2004): accendi un diavolo in me

Visto che sta per uscire il nuovo Hellboy diretto da Neil Marshall (daje Neil!), pensavate davvero che mi sarei perso l’occasione per mettere su un piccolo speciale di ripasso dedicato alla creatura di Mike Mignola? Ma nemmeno per scherzo, dài!

Da che ricordi, sono sempre andato matto per Hellboy, fin dalla prima volta in cui ho messo la mia mano (non di pietra) sul primo volume Il seme della distruzione, sapete chi altro ha fatto più o meno lo stesso? Guillermo Del Toro, sì, perché il ragazzone messicano è un altro cresciuto leggendo i fumetti di Mike Mignola, anzi, per sua stessa ammissione inizialmente pensava che quelli sulla fronte di Hellboy fossero degli occhiali da aviatore, anzichè le sue corna da diavolo limate (storia vera).

Sta di fatto che fin da bambino Del Toro sognava di portare il diavolone di Mignola sul grande schermo, tanto che il suo primo film americano “Blade II” (2002) lo ha accettato più che altro per dimostrare ai produttori di essere in grado di dirigere anche scene d’azione e, magari, di dire la sua sui vampiri, un banco di prova che alcune idee che Guillermo avrebbe poi sviluppato meglio nella serie di romanzi, scritti insieme a Chuck Hogan, “The Strain” da cui è stata tratta l’omonima serie tv.

Con sessanta milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde, messi sul tavolo dai Revolution Studios e la Sony, Del Toro ha visto il Natale arrivare in anticipo nel 2003, per la precisione a marzo, perché a Praga non solo si ritrovò a dirigere il film che sognava da sempre, ma ancora meglio, a collaborare con il creatore del personaggio, Mike Mignola in persona. Il sogno bagnato di ogni piccolo lettore di fumetti sparso per il pianeta.

Mike Mignola e Guillermo pronti a far danni a Praga.

Ora immaginatevi cosa possono fare un Americano e un Messicano, entrambi impallinati di B-Movie, fumetti, storie di mostri e di H. P. Lovecraft tra i vicoli della città più gotica della Repubblica Ceca, in anni di introduzioni ai fumetti di Hellboy (e del B.P.R.D.) scritte di pugno di Mignola e di interviste rilasciate da Del Toro, ogni tanto trapela qualche dettaglio, roba del tipo di Totò e Peppino Mike e Guillermo divisi a Berlino Praga in cerca di vecchie bambole e marionette tipiche del folklore locale, scovate leggendone la storia in chissà quale vecchio libro. Me li immagino i tipi dei Revolution Studios che si vedono tornare questi due accogliendoli con un bel: «Ma il caro vecchio turismo sessuale voi due? No, eh?».

Sta di fatto che i due stringono una grande amicizia, tanto che tracce del lavoro di consulenza di Mignola, si notano in “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” (2012) anche se Del Toro a quella regia ha dovuto rinunciare, ma fateci caso, la forma cadente delle spalle dell’orco pallido Azog il Profanatore, sono il marchio di fabbrica dei disegni di Mignola. Ora, se cos’hanno combinato quei due a Praga lo sanno solo loro due (e forse la polizia locale), la realtà e la leggenda si mescolano anche sul modo in cui questi due si sono messi d’accordo sul nome dell’attore che avrebbe dovuto interpretare Hellboy. Pare che questi due bambinoni, si siano giocati la classica: «Al tre diciamo insieme il nome, ok?» Ora, non so se hanno fatto la conta come Roger e Martin, sta di fatto che tutti e due hanno urlato: RON PERLMAN!

«Cassidy, non puoi proprio stare senza di me vero?»

Per Guillermo una scelta su cui non consumare nemmeno un neurone, Perlman è il suo attore feticcio dai tempi del gustosissimo “Cronos” (1993), perché Mignola lo abbia scelto, invece, non lo so, lo posso ipotizzare, forse era uno di noi dodici che ai tempi – è andata in onda dal 1987 al 1990 – guardavamo la serie tv “La bella e la bestia” in cui Perlman sotto una montagna di trucco e parrucco interpretava la leonina bestia, mentre Linda Hamilton che a parrucco è sempre stata ben messa, completava la coppia. Ma vogliamo non citare il ruolo di primitivo in “La guerra del fuoco” (1981)? Oppure il deforme Salvatore, con la sua parlata tutta matta in Il nome della rosa? Perlman ha sempre dichiarato di amare tutti i suoi “mostri” e anche sotto quintali di make up resta donatore sano di carisma, anche se ai produttori non piaceva perché aveva già superato gli “…anta” (storia vera), solo lui poteva far funzionare un cristone diavolone alto due metri, tutto rosso, con la coda e le corna, sul grande schermo.

Come passare dal nome della rosa al nome del rosso, in poche comode mosse.

Nel fumetto Hellboy è uno di poche parole dai modi spicci, che fuma in continuazione il sigaro e ha un senso dell’umorismo tutto suo, uno che viene attaccato da un gorilla gigante con una mano robotica e il cervello di un gerarca nazista nel cranio (tutta roba normale in un fumetti di Mignola, tranquilli), alza lo sguardo al cielo affermando qualcosa tipo «Vaaaa bene», come farebbe uno con un sacco di burocrazia di sbrigare, durante una normale giornata in ufficio.

Capite da voi che Ron Perlman con il suo atteggiamento e la passione per i sigari, con un personaggio così, non deve quasi nemmeno recitare, anche se quattro ore di seduta per il trucco al giorno, nelle abili mani di una leggenda come Rick Baker, non gliele ha tolte nessuno. A Doug Jones è andata peggio, per diventare l’anfibio Abraham “Abe” Sapien per lui le ore erano sei (storia vera), anche qui, una normale giornata in ufficio per Baker, uno che tra i suoi soprannomi ha “Monster maker” e che qui di mostri ne ha sfornati di davvero notevoli.

Abe da il cinque a tutti le lettrici e i lettori della Bara Volante.

Bisogna dirlo, Del Toro esattamente in linea con il suo stile, ha davvero sfornato un film vecchia scuola, con tanto di locandina dipinta da un altro artista leggendario come Drew Struzan (il cappello che avete in testa, è il momento di toglierlo), se ancora oggi “Hellboy” funziona, è proprio grazie all’abbondante uso di trucco ed animatronici, tutti trucchi reali che costano un sacco, ma che permettono agli attori di interagire con qualcosa di reale e reggono meglio il passare del tempo rispetto alla CGI.

Questa è la precisa scelta stilistica di Del Toro per portare in scena il suo Hellboy che, ammettiamolo, differisce a volte anche parecchio da quello cartaceo, infatti tutti quelli che per curiosità finiscono a sfogliare un fumetto di Hellboy, dopo aver conosciuto il personaggio nel film di Del Toro, di solito battono il naso contro l’abbondante uso di neri di Mignola, il suo tratto spigoloso e gotico che riesce ad essere minimale, ma espressivo e mescolando Murnau, Jack “The King” Kirbt e il cinema espressionista tedesco, è un pochino distante dal vostro normale albo a fumetti americano.

Questo film è l’interpretazione di Del Toro del mondo di Mignola, non è l’unico modo di rappresentare il lavoro di Mignola sul grande schermo, trovo abbastanza significativo che per il reboot del film abbiano seguito la strategia di Guillermone, scegliendo un attore che è la versione da discount di Ron Perlman da sommergere sotto la stessa tipologia di trucco e lo dico con tutto il rispetto per David Harbour, che sua chiaro.

«Che cariiiiiiiino! Possiamo tenerlo!!? Non dovrebbe crescere tanto»

Bisogna dire, però, che se escludiamo la pragmatica scelta di Del Toro di utilizzare trucchi vecchia scuola, questo film non si differenzia molto dalla moda dei film tratti da fumetto che nel 2004 già spopolava, se il ragazzo infernale di Mignola sembra un supereroe solo nel nome e negli infernali poteri, la sua controparte cinematografica si rifà parecchio alle dinamiche del cinecomics, anche a rivederlo oggi, “Hellboy” si gioca le origini del personaggio in una (bellissima) scena d’apertura e poi introduce tutto il mondo del personaggio in maniera piuttosto canonica, forse anche per questo non dimostra gli anni che si porta sul groppone, non so quanti cinecomics quindici anni dopo la loro uscita potranno sembrare ancora così freschi.

La scena d’apertura ambienta nel 1944 mostra i nazisti (che belli i film con i nazisti come cattivi! Dovrebbe essere sempre così) guidati da Grigorij Rasputin (Karel Roden) la sua bionda amante Ilsa von Haupstein (Biddy Hodson) e il letale Karl Ruprecht Kroenen (Ladislav Beran) che, a ben guardarlo, sembra Snake Eyes dei G.I.Joe convertito di colpo alla dottrina nazionalsocialista.

Ogni film con i nazisti come cattivi, guadagna automaticamente dei punti.

La scena del rituale per evocare i sette Dei del Caos urla subito Lovecraft, anche se di fatto è un adattamento perfetto delle primissime pagine di Il seme della distruzione, per portare un fumetto al cinema, Del Toro tiene un occhio rivolto alle pagine disegnate da Mignola e l’altro a tutto il cinema giusto, un inizio che sembra una versione in piccolo del finale di I predatori dell’Arca perduta. Visto inizi peggiori in vita mia.

Per procedere con la trama, Guillermo del Toro e Peter Briggs autori della sceneggiatura originale, optano per una soluzione molto canonica: hai bisogno di portare il pubblico in un mondo strambo e fuori dall’ordinario? Racconta questa discesa nella tana del Bianconiglio dal punto i vista di un personaggio con cui il pubblico può immedesimarsi, in questo caso il neo agente del B.P.R.D. (Bureau for Paranormal Research and Defense, l’ufficio per la ricerca e difesa del paranormale) John Myers interpretato da Rupert Evans.

Se ve lo state chiedendo si, i pancakes portati da Myers sono un omaggio ad una delle più belle storie brevi di Hellboy.

Attraverso questo personaggio, da spettatori facciamo la conoscenza di Hellboy, dei suoi sei pranzi al giorno e la sua passione per i gatti (alla luce di La forma dell’acqua, è chiaro che Del Toro è un gattofilo convinto), ma anche di Abe Sapien che legge quattro libri alla volta e va matto per le uova marce, perché sì, Guillermo Del Toro è uno di quegli autori che tende a ripetersi e tornare spesso su temi e personaggi, quindi è anche normale che quando abbiamo visto l’anfibio del film con cui Del Toro ha vinto un Oscar, abbiamo pensato tutti ad un cugino alla lontana di Abe.

Per la parte del papà adottivo di Hellboy, ovvero il professor Trevor “Broom” Bruttenholm, Del Toro sceglie John Hurt e trovo abbastanza significativo che Giovanni Ferito, ancora una volta, si trovi alle prese con una creatura mostruosa che depone uova («Ti ha toccato cinque secondi e ha deposto tre uova», «Senza nemmeno offrirmi da bere») anche se questa volta non è uno Xenomorfo, ma il treccioluto e sbavante Sammael, noto anche come il seme della distruzione.

«Uova!? Non scherziamo eh? Io ho già fatto la mia parte!»

Il gruppo di “Freaks” messo insieme da Del Toro si completa con la pirocineta Elizabeth “Liz” Sherman (la sempre guardabile Selma Blair), ma in generale la messa in scena ultra dettagliata di Del Toro tiene banco a lungo, un livello di ossessività, che parte dalla brillante idea di usare Red right hand di Nick Cave come sottofondo musicale di un personaggio che… Beh, ha una “mano destra rossa”, e arriva fino a mostrare mille mila ingranaggi – una delle tante fissazioni di Guillermo – sparsi qua e là nel film, possono essere piccolissimi come quelli sulla mano (sinistra, in opposizione ad Hellboy) di Kroenen, oppure giganti come quelli che smuovono l’enorme martello che fa saltare il ponte su cui corrono “Red” e il direttore del B.P.R.D. Manning (Jeffrey Tambor).

«Sei carina Selma ma non battere sul vetro, qui dentro rimbomba di brutto»

Non è un caso se proprio grazie a degli ingranaggi (usati come arma contro Kroenen) Manning ed Hellboy cementano il loro rapporto fino a quel momento turbolento. Insomma, il film si lascia ancora guardare, a voler essere proprio pignoli la parte centrale diventa un po’ troppo ripetitiva, quello sì.

Dopo aver introdotto il B.P.R.D. e i coloriti – blu e rosso in prevalenza – personaggi che lo popolano, “Hellboy” perde un po’ di ritmo nella parte centrale, nel gestire la gelosia del protagonista per Liz e prima di arrivare in Russia e nel vivo della storia, il film si dilunga forse troppo, prima di un finale con mostro grosso Lovecraftiano, fatto fuori un po’ troppo frettolosamente per essere uno degli Antichi, però realizzato davvero alla grande.

«Non parla di te ossicino, tu non sei antico, sei solo vecchio»

Se non altro, anche nella parte centrale dove la pellicola un po’ incespica su se stessa, è molto facile fare il tifo per uno come Hellboy, Ron Perlman si esibisce in tutta la gamma delle battute, da quelle non proprio riuscite, ma inevitabili («Ti devi fermare con il rosso»), passando per le “Frasi maschie” («Io sono a prova di fuoco. Tu no») fino alle freddure in cui dimostra di aver davvero capito il personaggio, anche i suoi scambi di battute con il cadavere di Ivan il chiacchierone – un omaggio alla storia a fumetti “Il corpo” e doppiato in originale dallo stesso Del Toro, proprio come i versi di Sammael – sono uno spasso.

Mi ricorda tanto le uscite al guinzaglio con i miei cani.

Nel finale, pescando un po’ dal quarto volume delle storie a fumetti del personaggio (“La mano destra del destino”), Guillermo Del Toro ci regala una piccola visione apocalittica sull’arrivo di Anung Un Rama e chiude il cerchio del suo film, dando una risposta alla domanda iniziale («Cos’è che fa di un uomo un uomo?») quando Hellboy fa la sua scelta, se essere un ragazzo dell’Inferno oppure un uomo sulla Terra, le corna giganti e la corona fiammeggiante sono solo gustosi extra nell’Iconografia di un personaggio dall’estetica molto marcata, ma anche molto azzeccata.

«Il primo che fa una battuta sulla mie corna, lo spedisco dritto all’Inferno. Letteralmente»

Insomma, “Hellboy” s’impegna a presentare al grande pubblico, uno dei personaggi più atipici della storia del fumetto, uno sforzo nel renderlo più vicino ai canoni del pubblico che ha fatto storcere più di un naso tra i lettori, eppure paga dei dividendi perché a quindici anni dalla sua uscita il film è invecchiato molto bene, certo, la storia non è introspettiva come qualche titolo paragonabile uscito nella stesso anno, anche se dal punto di vista estetico è ancora un gioiellino, quasi di artigianato cinematografico se paragonato a cosa esce ancora oggi in sala.

Forse la più grossa critica che si potrebbe muovere a Del Toro è l’aver peccato di troppo amore per il materiale originale, sacrificando un po’ della sua creatività in favore di una storia di origini dalla struttura classica, ma per questo, per fortuna, ci penserà il secondo capitolo che arriverà su questa Bara (volante, e non incatenata, come in una storia del personaggio) la settimana prossima, io nel frattempo torno a limarmi le corna. Vi ricordo lo speciale dedicato ad Hellboy della Bara Volante!

Sepolto in precedenza mercoledì 27 marzo 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  1. Lo vidi al cinema e poi presi la vhs (una delle ultime che uscivano!), resta il mio preferito, il secondo non l’ho mai apprezzato e quello più recente l’ho già dimenticato. Questo invece mi basta ripensarci e ho voglia di rivederlo.

    “On a gathering storm comes
    A tall handsome man
    In a dusty black coat with
    A red right hand”

    • Un gran adattamento de “Il seme della follia”, vedremo la nuova versione a basso costo sceneggiato da Mignola, ma questo resta speciale. Cheers

Film del Giorno

Clipped (2024): piove, il gatto è morto, la fidanzata mi ha lasciato e io tengo ai Clippers

«Piove, il gatto è morto, la fidanzata mi ha lasciato e io tengo ai Clippers.», si potrebbero scrivere romanzi nel tentativo di riassumere la storia dell’altra squadra NBA di Los [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2024 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing