Home » Recensioni » Hellboy all’Inferno vol.2 – La carta della Morte: L’ultimo valzer di Hellboy

Hellboy all’Inferno vol.2 – La carta della Morte: L’ultimo valzer di Hellboy

Mi rendo conto a
distanza di tempo che il 1998 per me è stato un anno grosso, avevo 15 anni, un
sacco di roba, che ancora amo visceralmente oggi, ha fatto il suo esordio nella
mia vita allora, nell’elenco metteteci anche un grosso diavolo rosso con le
corna limate e il caratteraccio.

A 15 anni avevo
due posti preferiti: il campo da basket e l’edicola del mio paesello, entrambe
in linea d’aria da casa mia, ma nel mio paesello, tutto era in linea d’aria da
casa mia. Un giorno, direzione campetto, faccio la solita tappa a spulciare le
nuove uscite, oltre ai classici come Tex e Dylan Dog, ho già scoperto da un
pezzo i fumetti della Marvel, li leggo da poco, ma sto recuperando il tempo
perso. Quel giorno mi cade l’occhio su un volumetto con la copertina nera che
somiglia ad un fumetto di super eroi, nella forma, ma è diversissimo nella
sostanza: “Hellboy: Il seme della distruzione”.
Chi è quel tipo
rosso, perché è così figo? Cos’ha in testa sono occhialoni da aviatore? Non
saranno mica… Corna? No cos’è sta roba lo voglio, guardo il prezzo. Lo rimetto
al suo posto, no 10.000 lire mi compro tre fumetti Marvel, dai. Torna a casa,
non riesco a pensare ad altro che a quel diavolo con il cappotto, non avevo mai
visto niente di simile in vita mia.
All’alba del
terzo giorno, il fumetto è ancora lì che mi guarda, nessuno lo ha portato a
casa, ci credo con quel prezzo, alla fine lo faccio io, volo fino a casa per
leggerlo, a mia madre, avete presente l’occhio di Sauron? Ecco uguale, cade
subito l’occhio sul prezzo, seguono sensi di colpa che terminano non appena
inizia la lettura, la prima di tante, molte solo in quella settimana, un fottio negli
anni, le 10.000 lire meglio spese della mia vita.


La sacra reliquia, direttamente dai miei polverosi archivi.

19 anni, due film
di Guillermo Del Toro e un quantitativo esagerato di fumetti dopo, Hellboy ed
io siamo ancora grandi amici, a differenza di tutti gli altri eroi di carta,
pur restando sempre lui, grosso rosso e con le corna limate (postilla per il me
stesso degli 1998: sì, sono corna quella non occhialoni da aviatore, ciao me
stesso del 1998, forza Bulls!), Hellboy è l’unico che come me è cambiato
restando tutto sommato sempre lui, certo ora ha un occhio in meno e per salvare
il mondo dalla distruzione… Beh… E’ morto, ma ora sta molto meglio.

Mentre sulla Terra i suoi compari del B.P.R.D. continuano le loro avvenute, Mike Mignola il
geniale creatore di Hellboy, ha spedito il suo figlio prediletto all’inferno, dove la sua storia prosegue, in fondo
è un diavolo, no? Il secondo volume della collana “Hellboy all’Inferno”
intitolato “La carta della Morte” è la fine della sua storia, per me iniziata
tra gli scaffali dell’edicola dove lo conobbi.
Fine dei giochi
per il ragazzo dell’inferno? Forse, in realtà non lo sa davvero nemmeno il suo
creatore Mike Mignola che nella post-fazione al volume ammette candidamente
che le sue idee erano differenti, ma sono i personaggi a suggerirti la loro
storia e quella di Hellboy ha preso una piega inaspettata anche per il suo
autore.


Quando ho scoperto che siamo arrivati alla fine, ho reagisto allo stesso modo.

L’industria dei fumetti americana oggi è diversa, se persino un personaggio famoso ma unico come Hellboy, è arrivato ad Hollywood (ma solo perché Del Toro è un enorme fan del fumetto e un omino pieno di gusto) vuol dire che l’aria è cambiata, di film tratti dai fumetti americani ne esce in sala uno al mese.

Hellboy nato nei primi
anni ’90 è figlio di un’ Era in cui il concetto di “personaggio di proprietà del
suo creatore” era leggerissimamente diversa, eppure si è evoluto, restando
una mosca bianca, una cattedrale nel deserto, o qualunque altra metafora che
serve ad indicare l’unicità sia di vostro gradimento.
Il Mignolaverse
si è espanso nel numero di testate, ad esempio B.P.R.D. prosegue a gonfie vele
grazie al socio di Mignola, il talentuoso John Arcudi e i disegni di un
manipolo di bravi disegnatori capitanati da Guy Davis. Ma Hellboy non ha mai
dovuto davvero tener conto di logiche e mode del mercato, motivo per cui la
storia ha sempre seguito la visione e le pulsioni creative di Mignola.


La campana questa volta suona per Hellboy…

Dalle interviste
era chiaro che l’idea di Mike era quella di risolvere i problemi tecnici di un
povero diavolo (in tutti i sensi) che si ritrova all’inferno in tempi brevi,
poi proseguire la storia, con Hellboy impegnato a fare Danteschi incontri tra i
gironi infernali, motivo per cui in questo volume tornano un vecchio avversario (Il
Vampiro di Praga) e la moglie di Hellboy, sposata nel suo periodo messicano,
quello che lo stesso Red etichetta come “Bevevo un sacco in quel periodo”,
pienamente nel suo stile.

Avrebbero dovuto
essere quattro volumi di storie infernali, invece con la naturalezza di chi
conosce il suo personaggio e la totale libertà creativa che solo un ventennio
di sfoggio di talento ti può dare, Mignola ha deciso di mettere la parola fine
alla storia del suo personaggio.
“Hellboy
all’Inferno vol.2: La carta della Morte” è un volume bellissimo e voi direte: “Eh sì, è bellissimo perché ora sei in fase malinconica”, no no, mi sono sempre
lanciato in odi sperticate per il talento di Mignola e questo volume non è da meno, lo stile mi Mignola ormai è al
limite dell’ermetismo, la sua esperienza nel maneggiare le regole della
narrazione e della costruzione della trama in un fumetto, è snella e asciugata
da anni di esperienza, ha un controllo invidiabile della nona arte, sembra di
guardare l’ultima stagione di Tim Duncan, uno che ha deciso di smettere quando
ha voluto lui, dopo una carriera fatta di fondamentali individuali impeccabili
e continuità assoluta, come Mignola.


Mike disegna con la stessa spavalda sicurezza del suo personaggio.

Nel corso di
tutto il volume non c’è una singola vignetta ridondante, persino il modo in cui
le incastra per costruire le pagine, contribuisce a dare un’idea di movimento
ai personaggi disegnati, da lettori siamo costretti a muovere gli occhi sulla
pagine, nella stessa direzione in cui guardano i personaggi, il tutto con
estrema naturalezza.



Mignola può permettersi anche pagine doppie senza alcun dialogo, riempiendo la vista del lettore con le sue città gotiche in declino, o i demoni in fuga dall’arrivo di un Hellboy anche più silenzioso del solito, fondamentale il lavoro sui colori di Dave Stewart, che restituisce il caratteristico rosso della pelle di Hellboy, piano piano seguendo l’evoluzione del personaggio e il suo progressivo ritorno alla piena forma fisica.

Gli americani direbbero: It’s been a hell of a ride!

La parabola dell’eroe
con l’aspetto da cattivo si conclude, tenendo sempre a mente il concetto del
libero arbitrio che è sempre stato il filo rosso che ha unito tutti i numeri
della serie di Hellboy, come lo stesso Mike Mignola nella post-fazione, la
storia del personaggio si conclude qui, ma può essere davvero finita? Considerando che dopo la sua morte, abbiamo avuto altri due volumi di storie, è
davvero tutto possibile, ma se mai vedremo ancora storie soliste di Hellboy,
sarà solo per volontà di Mignola e del suo personaggio, artista e protagonista
liberi da ogni vincolo commerciale con il paradiso del mercato fumettistico,
una maturità e una libertà creativa che consente loro di fare tutto, anche di
regnare all’inferno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Wall Street (1987): l’avidità salverà la disfunzionante società che ha nome America

    Spero abbiate indossato il vostro Armani più costoso e vi siate impomatati i capelli, perché pronti o no, oggi ci gettiamo avidamente sul nuovo capitolo della rubrica… Like a Stone. [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing