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Hellboy II – The Golden Army (2008): salvare il mondo è un lavoro infernale

Continua la mia opera di ripasso in vista dell’11 aprile, quando uscirà il nuovo film dedicato al diavolone di Mike Mignola diretto da Neil Marshall (daje Neil!) e dopo il primo capitolo firmato Del Toronon potevo che gettarmi sul secondo!

Anche se, a dirla tutta, l’uscita del secondo film su Hellboy non era così scontata, perché il primo capitolo è andato abbastanza bene, ma non è stato certo il film che ha permesso a Guillermo Del Toro di farsi un nome, no quello è arrivato dopo. Il successo de “Il labirinto del fauno” (2006) ha messo il regista messicano sulla mappa geografica. Più o meno nello stesso periodo Peter Jackson lo voleva per dirigere il film i due film la trilogia di Lo Hobbit che ha tenuto Del Toro bloccato in Nuova Zelanda alle prese con un’infinita pre produzione.

Più o meno nello stesso periodo, Del Toro e James Cameron fantasticavano sull’utilizzo del 3D per portare sul grande schermo “Alle montagne della follia” di H.P. Lovecraft, altro progetto finito nel nulla che sono convinto, per Del Toro sarebbe ancora la sua Guernica. Per non parlare dei progetti rifiutati da Guillermo, uno a caso dei – settantadue o settantatré – Harry Potter, il film tratto dal videogioco “Halo” sempre in combutta con Pietro Di Giacomo (a proposito di proteggi in bacino di carenaggio) e persino “Io sono leggenda” che nelle mani di Del Toro mi auguro non sarebbe diventato quello scempio con il principe di Bel-Air.

Quando sento parlare di quello scempio con Will Smith, faccio come Hellboy e metto mano alle armi.

Un altro che ha rifiutato ruoli è stato Ron Perlman che pare abbia schivato il ruolo di Piccolo in “Dragonball: Evolution” (2009) perché la sua volontà era semplice: tornare ad essere il ragazzone infernale in un secondo film. Considerando quanto Perlman sia stato davvero l’ultimo ad arrendersi sul terzo e – purtroppo – mai realizzato Hellboy, non esito a crederci.

“Hellboy II – The Golden Army” esce nel 2008 e mentre tutti erano in fotta per “Il cavaliere oscuro” di Nolan, la mia wing-woman ha portato il bambino (cioè: IO!) a vedere questo film e se anche i film di super eroi stavano iniziando a diventare la routine, penso che questa seconda sortita cinematografica del Diavolaccio creato da Mike Mignola sia ancora un gioiellino. Me lo sono rivisto l’altra sera in vista di questo ripasso e ha tenuto davvero bene alla prova del tempo.

Il prologo ambientato durante la vigilia di Natale del 1955, con il piccolo Hellboy (più “boy” che mai) intento a guardare Howdy Doody, funziona alla perfezione per introdurci la nuova avventura del personaggio che, proprio come in uno dei volumi a fumetti di Hellboy, è autoconclusiva, ma porta avanti l’evoluzione del protagonista e dei suoi comprimari. La leggenda dell’esercito d’oro è il racconto della buona notte letto dal professore Trevor Bruttenholm (John Hurt) al figliolo che, non a caso, da adulto quanto tornerà a sentir parlare della “Golden Army” si ritroverà a pensare ad Howdy Doody per associazione di idee.

Hell… Boy. Beh, direi che ha parecchio senso.

Perché la leggenda di questa indistruttibile armata colga nel segno anche noi spettatori, Guillermo Del Toro sceglie il metodo più semplice ad efficace possibile: un’animazione che spiega la storia di Re Balor, dei suoi figli la principessa Nuala (Anna Walton) e il ribelle principe Nuada (Luke Goss), dei tre pezzi della corona che, riuniti insieme, possono garantire il controllo sull’esercito meccanico e sulla tregua tra umani e creature del regno magico (aprire il manuale dei METAFORONI al capitolo: fantasia). Breve, semplice, lineare, pulito, ma soprattutto raccontato con un’animazione volutamente retrò che fa sembrare i personaggi delle marionette di legno, uscite dalla copertina di Riot Act dei Pearl Jam, ma disegnati da Mike Mignola, basta guardare il design del troll fabbro, il tratto di Mignola è subito riconoscibile. L’orgia di ingranaggi sui titoli di testa del film, invece, è tutta farina del sacco di Del Toro.

Il design di Mike Mignola è sempre riconoscibile, in tutti i formati.

Se non fosse per la parrucca bionda da Raffaella Carrà, il principe ribelle Nuada ha molto in comune con Jared Nomak, il vampiro mutante di “Blade II” (2002) tanto che Del Toro lo ha fatto interpretate allo stesso attore, perché il regista messicano è uno che tende a ripetersi, ma gli va bene che Luke Gross che nei ruoli d’azione è sempre a suo agio.

Luke Goss suonava la batteria nei Bros, qui invece, cercherà di suonarle ad Hellboy.

Per Guillermo Del Toro, Hellboy rappresentava il sogno di lettore di fumetti divenuto realtà, il suo seguito fin dal sbrilluccicante titolo mette in chiaro che anche questa volta, vale la regola aurea dei seguiti: uguale, ma di più! Anzi, a ben guardarlo, è facile capire perché dopo questo film, Del Toro sia andato alla ricerca di una scatola di giocattoli ancora più grossa per il suo film successivo. Ed è anche abbastanza chiaro che dopo aver concluso idealmente un ciclo con “Il labirinto del fauno”, “The Golden Army” è stato il primo film ad abbracciare in pieno la nuova filosofia di cinema di Del Toro: più l’estetica è esagerata, splendente e ben realizzata, più la trama deve risultate minimale. Uno schema da cui non è ancora uscito, nemmeno con i lavori successivi, anche quelli più blasonati.

Il tempo è passato, Liz Sherman (Selma Blair) ha un nuovo taglio di capelli e litiga con Hellboy per il disordine in cui il Diavolone la costringe a vivere, battibecchi da innamorati, perché il Bureau for Paranormal Research and Defense (B.P.R.D.) è sempre in azione, anche se l’agente Myers è stato spedito in Antartide da Hellboy, ufficialmente perché l’attore che lo interpretava, Rupert Evans, era impegnato a teatro, ma se volete sapere la mia, il suo ruolo di narratore del primo film era stato svolto e quindi fra tutti era anche il più sacrificabile.

Motivi per cui voler bene a Del Toro: “See you next Wednesday” è il finto film che compare in TUTTE le pellicole di John Landis, Del Toro ha voluto rendere omaggio al regista di Chicago.

Sulle piste di Nuada, Abe scopre che Liz è in dolce attesa, solo che per prima cosa il gruppo dovrà sopravvivere all’assalto di uno sciame di fatine dei denti, piccole, letali e sempre affamate, in pratica come i miei cani. Delle creaturine dai denti sonici e del design estremamente azzeccato realizzate con un misto di animatronici e CGI ben dosata, se poi le fatine dei denti in versione minacciosa, sono tornate anche in “Non avere paura del buio” (2011), film scritto e prodotto da Del Toro è perché… Vi ho già detto che il ragazzo tende a ripetersi, vero?

Gli archi narrativi dei personaggi sono tutti veicolati ai messaggi del film, nessuno particolarmente criptico. Siamo davanti ad una disfunzionale famiglia di adorabili scherzi della natura, costretti a vivere lontani dalla società che li teme, quindi Del Toro sottolinea tutto utilizzando in sottofondo oltre alla colonna sonora firmata da Danny Elfman, anche “Beautiful Freak” degli Eels.

«Fa parlare me, con quella tua faccia da pesce lesso potresti spaventarli»

La volontà di uscire fuori e farsi conoscere dal mondo di Hellboy («mondo sto arrivando!») viene subito presa a schiaffoni dagli umani che lo trovano orrendo e spaventoso, la scena dell’enorme Elementare, un gigantesco mostrone verde, che non solo anticipa i Kaiju che sarebbero abbondanti nella filmografia del regista messicano, ma serve più che altro al principe Nuada per cercare di portare Hellboy al “lato fantasy della Forza”, perché è chiaro che i mostri di Del Toro sono i rappresentanti dell’immaginario, di una fantasia a cui la razza umana ha BLA BLA BLA… Dài, su! È talmente chiaro quello che Del Toro vuole dire che non serve nemmeno spiegarlo.

L’unica cosa da fare è godersi lo spettacolo visivo,  con cui questo mondo immaginario in rovina ci viene mostrato, tra vecchie signore che, in realtà, sono Troll scozzesi ghiotti di gatti e soprattutto la scena del mercato dei Troll, un trionfo di creature tra le più disparate e variegate, tutte realizzate con trucco vecchia scuola, animatronici e soprattutto tanto talento. Non so voi, per uno come me in fissa con gli effetti speciali vecchia maniera, i film di Del Toro sono una manna, ho il DVD doppio disco di questo film (anche del primo a dirla tutta) e penso di aver passato lo stesso numero di ore a vedere e rivedere il film, ma anche a gustarmi i dietro le quinte della realizzazione. Sul serio, la scena del mercato dei Troll da sola vale la visione del film, per quello che mi riguarda, è la cosa più vicina all’arrivo a Mos Eisley del primo Guerre Stellari che si sia mai vista la cinema, direi che basta come complimento.

Manca solo la Cantina Band a suonare la loro canzone.

La varietà di creature è incredibile, lo so che il bambino tumore (con il suo umorismo nero) è già uno dei vostri preferiti, ma trovo notevole anche il negoziante che sembra un tronco di legno con gli occhi, a cui qualcuno ha scolpito una città in miniatura sul capo. Si può dire tutto su Del Toro, ma non che non sia davvero uno di noi, uno dei pochi registi sinceramente appassionati dei vecchi trucchi cinematografici che saranno ancora i più costosi, ma sono quelli che reggono meglio la prova del tempo e danno più soddisfazione sul grande schermo.

Il regista e i suoi mostri artigianali. Il regista è quello a sinistra.

Anche perché se non hai le idee ben chiare e una passione per i trucchi vecchia scuola, un personaggio come Johann Krauss potrebbe crearti qualche difficoltà. I lettori dei fumetti di Mike Mignola lo conoscono bene perché è uno dei personaggi principali della serie gemella di “Hellboy” ovvero B.P.R.D., si tratta di un medium ectoplasmico che necessita di una tuta di contenimento perché il suo corpo ridotto allo stato gassoso non si disperda.

Originariamente a doppiarlo avrebbe dovuto essere l’attore Thomas Kretschmann che per precedenti impegni è stato sostituito dal creatore dei Griffin, il comico Seth MacFarlane. Per l’accento del personaggio pare che MacFarlane si sia ispirato a Simon (ordina) il personaggio di Jeremy Irons in Die Hard – Duri a morire, sta di fatto che in sala di registrazione, la prima volta che Seth se n’è uscito con quell’assurdo accento, Del Toro è finito a rotolarsi sul pavimento dalla risate tenendosi il pancione (storia vera).

Dare un nuovo significato all’espressione: sei solo fumo.

Del Toro per il fumo che compone ciò che resta del corpo di Krauss, voleva qualcosa di animato quasi con una volontà sua, siete liberi di immaginarvi la scia lasciata dai profumi, come verrebbe rappresentata in un cartone animato doppiato da Mel Blanc, perché l’ispirazione arriva proprio da lì e questo spiega la lotta tra Hellboy e l’armadietto dello spogliatoio, qualcosa davvero in stile vecchio cartone animato.

Ma, a proposito di umorismo, non potete certo mancare la scena «Io non bevo, il mio corpo è un tempio», «Facciamo che stasera è un Luna Park» con Hellboy e Abe che si sbronzano e finiscono per assecondare la “ciucca triste” dell’uomo anfibio, ascoltando la melensa “Can’t smile without you”, la scena che ha dato un senso alla carriera di Barry Manilow per quello che mi riguarda.

Gli americani usano l’espressione “drink like a fish”. Qui mi pare azzeccata.

La filosofia di Del Toro di utilizzare effetti speciali analogici fa sì che anche questo secondo film di Hellboy sia invecchiato piuttosto bene, la sua strapotenza visiva fa il resto, rendendolo una gioia per gli occhi, forse l’unico vero rammarico è che risulta piuttosto chiaro che questo è il secondo capitolo di una trilogia che, purtroppo, è rimasta incompleta.

L’angelo della morte (sempre interpretato da Doug Jones) con gli occhi sulle ali nere è fantastico, una scena che porta avanti la lunga trama orizzontale che avrebbe dovuto vedere Hellboy trasformarsi in Anung Un Rama e che, purtroppo, non vedremo. Rammarico doppio, visto che Del Toro si è discostato dal destino della controparte cartacea di Hellboy, trasformando il suo branco di “Freaks” in fuga dal B.P.R.D. in qualcosa che nei fumetti non si era mai visto. Dài, ammettiamolo, avevamo tutti voglia di vedere i due gemellini di Liz e “Red”, ma purtroppo… Ciccia! Anche se “The Golden Army” ha portato a casa il doppio del suo budget, il terzo capitolo non è mai stato considerato un investimento abbastanza sicuro.

Fun fact: Doug Jones dietro alla maschera non vedeva nulla,
per questo l’angelo della morte resta fermo, invece di muoversi lungo la stanza, come da copione originale.

In ogni caso, “The Golden Army” resta un trionfo degli effetti speciali vecchia scuola, la CGI viene centellinata per ricreare l’armata e la scena del “bastardo ballerino zampettante”, oltre a portare in scena un duello finale tra un avversario agile e veloce, contro uno grosso e potente (un classico!) è un tripudio di ingranaggi applicati ad una coreografia di lotta dinamica e ben fatta.

Purtroppo, a nulla è valsa nemmeno l’iniziativa di Ron Perlman per raccogliere fondi, molti dei quali da lui stesso stanziati, pur di avere un terzo capitolo, quello che trovo buffo è che il reboot di prossima uscita, pare riciclato sul modello impostato da Del Toro, il che potrebbe essere positivo per la resa degli effetti speciali nel tempo, ma suona anche un po’ come una beffa.

Certo che Guillermo anche tu, ogni tanto due ingranaggi potresti anche metterli.

Capolinea gente! Per ora almeno, la prossima volta che vedrete un grosso diavolone rosso su queste Bara, sarà per il film di Neil Marshall, ci rivediamo per allora, fino a quel momento, avete ancora qualche giorno per ripassarvi il film di Del Toro, intanto vi ricordo lo speciale dedicato al diavolaccio di Mike Mignola!

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