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Hellraiser III – Inferno sulla città (1992): Pinhead ragazzo di campagna

Ultimo capitolo di ripasso in attesa del nuovo Hellraiser firmato Hulu (speriamo bene…), completiamo l’opera con la trilogia originale, anche perché dei ventisei o ventisette seguiti usciti dopo questo, non voglio nemmeno sentir parlare, ho già dato.

La casa di produzione inglese nata e campata sul successo del film capostipite di Clive Barker, ad un certo punto finisce zampe all’aria, i diritti sulla manciata di titoli sfornati dalla New World Entertainment finisce attraverso un lungo giro e parecchie riunioni tra avvocati oltreoceano, nell’inferno dei bolliti vivi della Miramax, anzi per la precisione tocca alla sottoposta Dimension Films, quella specializzata in film di genere, rilanciare subito un nuovo capitolo per non perdere i diritti di sfruttamento e poter continuare a sfornare gadget e magliette legate al marchio, che poi è anche il motivo per cui esistono millecinquecento filmacci a comporre questa saga.

Se il primo Hellraiser era un dramma su una famiglia disfunzionale e il secondo provava ad allargare il campo alzando la posta in gioco, il terzo nasce con il preciso intento di rendere Pinhead una sorta di nuovo Freddy Krueger, ecco perché in questo terzo film faccia di spillo parla più che in tutti e due quelli precedenti.

Diamoci da fare, che il post di oggi cominci!

Ma parliamoci chiaro, Clive Barker ufficialmente in quel periodo, era più impegnato di una Rockstar, di fatto invece, i nuovi proprietari americani non lo volevano in giro a ficcare il naso, lo loro idea era di rendere la saga un po’ meno di nicchia (il che vuol dire spremerla per farci soldoni), la continuità con il passato è garantita dalla presenza dello sceneggiatore Peter Atkins, ma sul set lo avevano capito tutti che con gli Americani, era cambiata l’aria per i Cenobiti.

“Hellraiser III – Hell on Earth” (da noi l’inferno è solo in città, siamo più modesti) viene affidato alle sapienti mani di uno specialista come Anthony Hickox, uno a cui vorrò eternamente bene per i suoi due “Waxwork”, prima o poi dovrò decidermi a scriverne. Grazie a lui il film ha comunque un ritmo più che decente, basta dire che la versione estesa del film dura comunque 97 minuti, quindi è un film che punta alla giugulare, guadagnando in sangue e perdendo quell’atmosfera malsana che aveva caratterizzato i primi due capitoli (il primo in particolare), va anche detto che è il capitolo più anti clericale di tutti, infatti se in precedenza Pinhead e i suoi compari in latex si erano presentati come entità alternative e per certi versi superiori ai ben più canonici (per gli umani) Dio o la sua concorrenza lo DIMONIO, qui Pinhead si atteggia ad anti Cristo e vai che vai bene. Insomma sono arrivati gli Yankee, bisogna semplificare, siete demoni con borchie e pelle no? Quindi il capo è il diavolo, fine, sotto con il film.

Lo sceneggiatore presenta la nuova banda, i Cenobiti 2.0

L’approccio di Anthony Hickox è questo, spigliato, diretto, quello di uno che ha un film da concludere e ha intenzione di prestare il suo mestiere alle direttive di scuderia, infatti “Hellraiser III” inizia con il ritorno della configurazione del lamento, incastrata all’interno della versione migliorata del pilastro delle anime (non quella ciarpanata vista alla fine del secondo film), con la solita apparizione del senza tetto inquietante, nel tentativo di dare continuità tra i film, ma con la voglia di mettere quello che potremmo chiamare “Vittima designata starter pack” nella mani di un tamarro infoiato di nome J.P. Monroe (Kevin Bernhardt).

Non vi capita mai di sentirvi bloccati dal vostro ruolo? Beh pensate a Pinhead.

Il nostro donnaiolo con l’ambizione di guadagnarsi il titolo di “Trapano della città” è il pollo perfetto, Pinhead intrappolato nel pilastro, lo sfrutterà per liberarsi sulla Terra scatenando l’inferno del titolo, ma sulla sua strada due elementi saranno i bastoni tra le sue ruote (borchiate), il primo è lo spirito del Capitano Elliot Spencer, il soldato inglese, l’umano che un tempo faccia di spillo è stato, che serve a dare all’attore Doug Bradley un doppio ruolo (con trucco e senza), che di fatto aleggia sulla storia, un po’ Obi-Wan un po’ fatina buona delle favole.

«Vieni con me se vuoi soffrire» (quasi-cit.)

L’altro personaggio che proverà ad apporsi a Pinhead è la giornalista Joanne “Joey” Summerskill, una a cui assegnano solo servizi sul tempo, che inciampando (quasi letteralmente) nel corpo di un ragazzo con catene e uncini in tutto il corpo, prima conosce una delle amanti di Monroe ovvero Terri (Paula Marshall) e subito dopo capisce di avere una storia grossa per le mani da raccontare, che potrebbe far fare alla sua carriera il salto che desidera.

Menzione speciale per l’attrice che interpreta Joey (non so se il fatto che i personaggi femminili abbiano tutti nomi da uomo sia voluto o meno), nella parte troviamo la bellissima Terry Farrell, che più avanti sarebbe diventata famosa per un altro ruolo mediamente androgino come quello di Jadzia Dax nella serie televisiva Star Trek – Deep Space Nine.

«Dalla vostra inviata April O’Neil… Ehm no scusate»

Joey è tormentata perché ha degli irrisolti paterni che lèvati, ma lèvati proprio. Basta dire che ogni notte sogna il padre morto in Vietnam, una trovata un po’ incollata alla trama che più o meno trova una sua ragione d’essere nel finale, ma che in generale fa passare la protagonista un po’ per una tonta, visto che stringe presto amicizia con Terri, subito dopo la sua visita al locale dove Monroe bazzica spesso, noto come “The boiler room”, un posto che si capisce che è losco e torbido perché si vede una bionda con le poppe al vento ballare (negli horror targati 1992 era ancora lecito, ma era una moda che da lì a poco sarebbe finita presto) e dal vivo gli Armored Saint suonano “Hanging Judge”. Mi rendo conto che se il parametro è la musica Metal, allora anche io sono un noto frequentatore di localacci loschi, almeno secondo i parametri Yankee.

Lei per fortuna è ancora viva.

Qui la trama si divide, Joey e Terri sanno che tutto passa per quel cubo di Rubik noto come configurazione del lamento, quindi si parte alla ricerca del video testamento di Kristy, mentre Monroe si porta a casa una, se la spupazza anche se a liberarsene la mattina dopo ci pensa Palo-Pinhead, che la spoglia come solo lui sa fare, strappandole via la pelle in un sol colpo. Prendi una donna, trattala male, deve essere questo il teorema del nostro faccia di spillo.

Pinhead e il suo modo tutto particolare di spogliare una donna.

Qui Pinhead torna in scena già guascone («Cristo santo!», «Non proprio»), sfrutta Monroe finché non è libero di vagabondare per il pianeta ed è qui che il film manda a segno la prima delle sue scene madri, ovvero la tonnara al “The Boiler Room”, Disco-Pinhead si presenta e malgrado l’aspetto non è quello vestito peggio nel locale, saranno conciati malissimo tutti quanti dopo la sua sortita, visto che il Cenobita sigilla le porte e fa iniziare la sua idea di festa, un trionfo di catene, uncini e CD lanciati come lame da taglio come non accadeva dai tempi di, beh direi Arma non convenzionale.

Come quando avevi l’auto piena di CD e piantavi un’inchiodata decisa.

Dopo aver fatto il pieno di sangue e dolore, Pinhead è pronto a far sbarcare i Cenobiti in America come prima di loro aveva fatto solo Fievel, ovviamente sono una versione Yankee, quindi devono essere più esagerati, più fighi, o almeno sulla carta dovrebbero esserlo. Terri viene trasformata in Dreamer, la solita generica Cenobita dal corpo di donna e dalla pettinatura alla Sinéad O’Connor, insomma fino a qui siamo nel canone anche se la sigaretta che le spunta dal collo fosse stato per me, le avrebbe fatto guadagnare il nome di battaglia di Marlboro.

«Smetto quando voglio»

Monroe diventa Pistonhead, il Cenobita che in testa ha solo una cosa, un trapano. Insomma esattamente come quando era in vita, grazie ad una sottile metafora sulle sue abitudini sessuali.

Quando uno ha in testa una cosa sola.

Visto che “Hellraiser III” ha messo in guardia il mondo sulla pericolosità dei CD, ben prima che questi cominciassero ad essere utilizzati per spaventare i piccioni appesi ai balconi o per far fessi gli autovelox appiccicati accanto alla targa dell’auto, qui abbiamo un Cenobita che sputa CD da lancio, anche se il mio preferito resta quello interpretato da Ken Carpenter.

Il Cenobita che ti punisce per il tuo vizio di masterizzare i CD.

Lucius sostiene che visto il cognome dell’attore, sia un omaggio all’altro Carpenter famoso, il preferito di questa Bara, ci può stare visto che ha i baffoni a manubrio e una telecamera al posto di un occhio, il capolavoro? La frase con cui entra in scena: «Pronta per il primo piano?» roba che nemmeno i cattivi dei Masters of the Universe avevano osato tanto!

Si chiama Carpenter, somiglia a Carpenter, logico no?

Anche se parliamoci chiaro, il motivo per cui tutti ricordano “Hellraiser III” è la scena nota come cloro al clero, quella per cui Anthony Hickox non è riuscito a trovare una chiesa disposta ad affidare i suoi locali sacri per essere girata (storia vera, almeno stando alle interviste del regista). Per ovviare al problema Hickox ha fatto largo utilizzo di fondali dipinti, posizionati strategicamente davanti alla macchina da presa, grazie alla prospettiva anche un generico magazzino può sembrare una chiesa e permettere a Pinhead il suo spettacolo.

Jadzia Dax buca sempre lo schermo.

Il Cenobita più famoso della storia del cinema entra in chiesa e fa esplodere le finestre (quello che succede anche a me se mai dovessi varcare una soglia sacra), poi si crea delle stigmate sulle mani, fa mangiare la sua versione dell’ostia al prete e per finire, fa saltare in aria l’altare dopo esserci messo in posa Cristologica tipo crocefissione, insomma da qualche parte nel mondo, Marilyn Manson deve aver preso appunti da un Doug Bradley più ciarliero che mai.

I don’t like the drugs church (but the church like me)

Come al solio, il grande pregio e limite della saga di Hellraiser è che tutto inizia e finisce con la configurazione del lamento, quella che evoca i Cenobiti e li rispedisce all’inferno o da qualunque altro posto siano arrivati, ma non prima di sfruttare gli irrisolti paterni di Joey e di permette a Doug Bradley di appagare un po’ il suo ego, visto che di fatto nel finale recita da solo sullo schermo.

Doug vs. Doug chiodato

“Hellraiser III” alza il volume della radio cercando di rendere il mondo di Clive Barker più vicino a quello dei gusti del pubblico americano del 1992, sono passati trent’anni dalla sua uscita e credo che tutta l’operazione si riassuma al meglio con i titoli di coda, non mi riferisco tanto al palazzo con le pareti color configurazione del lamento, più che altro al fatto che i Motörhead abbia firmato un pezzo a tema proprio per la colonna sonora di questo film, che potete gustarvi sui titoli di coda.

Dentro una scatola ero solo un Cenobita (quasi-cit.)

Per capire davvero l’aria che tirava sul set però mi piace riportare l’aneddoto di produzione del regista Anthony Hickox, una volta completato il montaggio del film, alla Dimension hanno organizzato la classica proiezione a porte chiuse per i produttori, quella che spesso decide del destino di un’opera, Harvey Weinstein l’ha impiegata russando sonoramente per tutti i 97 minuti del film, dopodiché ha chiesto al regista: «Se ti concedessi un’altra settimana di riprese cosa faresti?», risposta secca di Hickox: «Sistemerei gli effetti speciali del finale e aggiungerei dei morti nella scena de locale», permesso di girare per altri sette giorni accordato al volo, tanto il famigerato Weinstein aveva già capito che avrebbe strizzato questa saga come un limone fino alle estreme conseguenze, il vero Cenobita di tutta questa storia resta proprio lui.

intanto però non dimenticatevi di passare a trovare Il Zinefilo, che alla saga di Hellraiser ha dedicato un lungo ciclo di post!

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