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Hellraiser – Judgment (2018): L’inferno è la ripetizione (dei brutti film)

“L’inferno è ripetizione”.

Sono sicuro che zio Stephen King quando ha usato questa
evocativa frase nella raccolta “Tutto è fatidico” stesse citando qualcuno di più
blasonato, ma in ogni caso è quello che ho pensato guardando “Hellraiser –
Judgment”. A dirla tutta ho anche pensato: «Che merda!» ma non volevo scadere
in volgarità già al primo paragrafo.

Ripetere in eterno gli stessi errori, anzi rivedere gli stessi
orrori, continuare fino allo sfinimento ed oltre a perpetuare dolore. Deve
essere questa l’idea della Weinstein Company e della società sottoposta, la Dimension
Films che non ha nessuna intenzione di mollare la presa sui diritti della saga
di “Hellraiser” motivo per cui con sinistra puntualità continuano a sfornare
titoli in modo che nessuno possa contestare la patria potestà su Pinhead, i
Cenobiti e tutto il cucuzzaro infernale.
Risultato? Siamo passati al primo capitolo diretto dal creatore Clive Barker, un capolavoro
malsano che tanti hanno provato a replicare senza riuscirci mai davvero, ad una
serie infinita di seguiti uno più scarso dell’altro. Una discesa all’inferno in
termini di qualità che non accenna a rallentare, un viaggio allucinante dalla A
alla Z che soltanto un cinefilo, anzi chiedo scusa, un Zinefilo senza paura poteva affrontare, infatti come un novello
Virgilio l’eroico Lucius Etruscus ci ha condotti di settimana in settimana
attraverso tutti i capitoli, in una rubrica che, se non lo avete già fatto, dovreste davvero leggere.

Il banner del Zinefilo è una bomba, ma aspettate di leggere l’intera rubrica!

Siccome qui alla Bara Volante abbiamo una predilezione per
gli audaci, non potevo certo restare impassibile, per quello che ad oggi, anno
di grazia 2018, anno del cane secondo il calendario cinese, è l’ultimo capitolo
della saga di Hellraiser, sono salito a bordo pure io, ma non chiedetemi di
fare l’imitazione di Dante Alighieri, non sono Benigni e l’accento toscano mi
viene malissimo.

Proprio per questa ragione, non perdetevi il pezzo del Zinefilo su questo decimo capitolo della saga di Hellraiser!

In questo gioco al massacro, in cui è obbligatorio buttare
fuori un nuovo film a cadenza periodica, ormai non si guarda più in faccia
nessuno, tutti quelli coinvolti nel progetto fanno velocemente carriera, come è
successo a Gary J. Tunnicliffe, esperto di effetti speciali dal curriculum
interessante, che improvvisamente si è ritrovato sceneggiatore, il risultato
del suo lavoro è il poverissimo ma almeno decente a livello di storia Hellraiser: Revelations. Al momento di
produrre un nuovo capitolo, io me lo immagino Tunnicliffe nascosto malamente
dietro la pianta di Ficus, mentre il megadirettore galattico della Dimension
Films chiama: «Lei, lei lì dietro che ha già sceneggiato, venghi a dirigere,
venghi Tunnicliffe, venghi», e queste bambini è la storia di come Gary J.
Tunnicliffe improvvisamente è diventato un regista.

“Senti Gary, ma eri già combinato così oppure ti hanno pestato i fan della serie?”.

Bisogna almeno riconoscere a Tunnicliffe di avere una vera
passione per Hellraiser, se Revelations era per certi versi il capitolo con più somiglianze al film diretto da Clive Barker, questo “Judgment” si
impegna ad espandere un po’ l’iconografia dei Cenobiti, ma tutte le sue intuizioni
sono condensate nell’incipit del film, che per quanto realizzato in
ristrettezze è la parte più efficace. Problema, copre i primi dieci minuti di
una pellicola che ne dura 80, insomma, una coperta corta fatta di mancanza di
mezzi ed esperienza che ci ricorda che le buone intenzioni sono una bella cosa,
ma la strada che porta all’inferno del Direct-To-Video è lastricata di buone
intenzioni.

In una diroccata casetta non si sa bene dove, alcuni loschi
figuri fanno cose e vedono gente, si capisce che non sono comparse di un film
di Nanni Moretti solo perché hanno una collezione di scatola di Lemarchand
appoggiate sulla mensola del camino, perché sapete come funziona no? Due mobili
finto usurati fanno subito shabby chic, mentre una scatola di Lemarchand fa
subito Hellraiser.

Lemarchand, la scatola che crea un’atmosfera.

In questa casetta vengono condotti solo personaggi dalle
abitudini violente, ed è qui che i “Volontari” fanno la conoscenza di un tizio che
secondo i titoli di coda si chiama the Auditor of the Stygian Inquisition, uno
che nel look ricorda l’uomo invisibile del film del 1933, solo che al posto
delle bende sulla faccia, ha un mucchio di cicatrici e per altro è interpretato
dallo stesso Gary J. Tunnicliffe in persona, uno che si è davvero caricato il
film sulle spalle. Entrando in una casetta così, è chiaro che nessuno si
aspetta di trovare un tipo del genere rappresentante dell’inquisizione Stigiana…
Nessuno si aspetta l’inquisizione Stigiana!

Sul serio, era impossibile resistere alla tentazione di citare i Python.

Il nostro amico Scarface interroga i suoi ospiti chiedendo
loro di raccontare i più sordidi gesti di cui si sono resi protagonisti,
riportando tutto sulla sua macchina da scrivere, ed ora occhio, che qui la
faccenda si fa complicata. Le pagine dattilografate vengono condite con lacrime
di bambino (eh?) e divorate da un ciccione che pare uscito da una puntata a
caso di “Cinico Tv”.

Spero almeno che sia un omaggio a Ciprì e Maresco.

Il corpulento omaccione dopo essersi abboffato di carta,
vomita tutto in un piccolo lavandino (eh!?) che attraverso un sistema di
tubature arriva ad una giuria, composta da tre ragguardevoli biondone, che
inquadrate di profilo offrono tutte insieme una vista su circa un sesto di
poppe, salvo poi voltarsi in favore di macchina da presa e con le loro faccette
scarificate ti ritrovi a pensare: «Ragazze, il profilo destro è quello che vi
dona di più».

Uhm scusami cara, da lontano mi sembravi più carina.

Le tre bionde rimestano nella, vabbè diciamo che rimestano
quella roba uscita dalle tubature ed esprimono un giudizio sulla cattiveria del
soggetto, se pensate che sia qualcosa di troppo disgustoso, provate a guardarvi
una puntata intere di un talent show a caso poi ne riparliamo.

Salto in avanti della storia, siccome Gary J. Tunnicliffe è
sicuramente uno di quegli uomini che preferisce le bionde, la scena successiva
vede come protagonista una molto ragguardevole e per fortuna non sfregiata. La
ragazzona dal vestito succinto rientra in casa tutta ‘mbriaga (e per altro
recitando MALISSIMO) lasciando intendere che ora seguirà la tradizione delle
bionde poppute nei film dell’orrore, ovvero mostrare un po’ di epidermide prima
di morire male. Sbagliato! Nemmeno una scena di nudo allevia la sofferenza di
questo film! Siamo destinati ad essere torturati dal Cenobita Tunnicliffe fino
alla fine.

Spoiler alert: No, non si spoglia, così almeno non vi fate illusioni.

Da qui in poi si prosegue con quello che ormai è il canone
di questa serie, un’idea mutuata da fumetti (anche quelli di Hellraiser) ovvero
storie di umani, in cui l’elemento fantastico e in questo caso gotico e horror,
arriva solo prima della fine della storia. Un po’ come quando in Sandman, Morfeo faceva la sua
comparsata, solo che qui al posto del principe delle storie c’è il nostro amico
Pinhead, qui interpretato per la prima volta da Paul T. Taylor, che nel corso
del film si vede poco o niente, a volte un primo piano, altre solo una mezza
frase barbosa e senza senso, ma per tutto il tempo è accompagnato da una
maledizione, sono gli accidenti che l’attore Doug Bradley rimasto a casa lancia
al suo collega per avergli soffiato il ruolo di Pinhead! Un “Cambio basket” che
Bradley ha preso molto bene, si si, credeteci.

Ad indagare sulla morte della bionda, purtroppo trapassata
con ancora tutti i vestiti addosso (ancora non mi metto l’anima in pace!)
arrivano i Detective Sean Carter (Damon Carney) ruvido, con la giacca di pelle
e la barba di tre giorni e David Carter (Randy Wayne), quello fighetto con il
completo e la cravatta. Ed è qui che “Hellraiser – Judgment” cala la maschera
confermandosi una poverata senza speranza.

“Ero appassionato di agopuntura, poi mi è scappata un po’ la mano”.

Quella è una scena del crimine? Dove sono i nastri per
delimitare la scena del crimine? Dove sono gli agenti della scientifica che
cercano prove ed impronte? Non ci sono perché costano troppo! Quindi dobbiamo
credere che due detective arrivino così, di loro spontanea volontà in una casa
e toh! Una bionda morta! Apice dell’involontariamente comico, quando i due a
pistole spiatane quasi sparano in testa a Christine Egerton (Alexandra Harris)
terza detective assegnata al caso. Ma quale caso? Sapevano che c’era un caso?!
A me sembra che questa sceneggiatura sia scritta a caso.

“Poi ci metto dentro anche un po’ di Seven di David Fincher e il gioco è fatto”.

Vogliamo aggiungere poi che il trio di detective, capisce al
volo di avere per le mani un serial killer, che pensate un po’ che cosa
originalissima, uccide mettendo in scena di dieci comandamenti! Mamma mia che
roba originaleeeeee! Non si è mai vista un’idea del genere.

La coperta corta di “Hellraiser – Judgment” però torna un
argomento di attualità quando Sean Carter si mette alla ricerca di una delle
scatole di Lemarchand e fa visita alla casetta, risultato, se l’incipit
iniziale del film, bene o male rischiava di essere la trovata più memorabile
del film, se ripetuto uguale identico a sé stesso, con il dattilografare e le
giudici bionde di Hellraiser-Factor, il risultato può essere solamente uno: Una
noiosa replica.

“Ma perché dici così Cassidy, io mi sono impegnato tanto, uffa!”.

Inoltre ditemi che non avete già capito come finisce, l’indagine
sull’assassino? Dai cavoli sono sicuro che potete indovinare l’identità del
Killer anche sulla base di questo mio sommario riassunto.

Ovviamente il finale poi prevede la solita entrata in scena
di Pinhead e con lui arriva anche il massacro finale, ricalcato sulla falsariga
di quello del primo film, solo che
qui ganci e catene vengono usati in maniera poco convinta e tutto termina tra
gli sbadigli più che come sarebbe lecito attendersi, ovvero tra i brividi.

“Guarda che quando dicono obbligo di catene, non intendono mica così”.

Anzi
mi viene proprio da pensare che la scelta di Gary J. Tunnicliffe di
interpretare il ruolo di uno che scrive pagine di dolore con cui torturare il
suo pubblico, sia la più azzeccata metafora di questo film, non a caso le pagine
vengono masticate e vomitate, il risultato finale è qualcosa di disgustoso e
inguardabile, più o meno come questo film.

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