Home » Recensioni » High flying bird (2019): Soderbergh ci sta provando con me

High flying bird (2019): Soderbergh ci sta provando con me

Cercate di capirmi, è una cosa piuttosto imbarazzante da
dover confessare, anche perché corro seriamente il rischio di passare per
paranoico, però credo che Steven Soderbergh ci stia provando con me.

Per anni mi sono impegnato con tutto me stesso a disprezzare
l’atteggiamento da primo della classe, con cui Soderbergh affronta i generi
cinematografici che preferisco, poi è bastato dire qualcosa di positivo su La truffa dei Logan, ed ecco che Soddy-Boy
chissà che strane idee si è fatto su di me.

Il film successivo? Un’altra trovata da fighetto delle sue,
girare un horror usando solamente un iTelefono. Ditemi se non esiste una roba
più alla Soderbergh per risultare fighetti di così, forse poteva dirigerlo
mentre degustava il suo thè alla soia o che so io. Il problema è che Unsane mi è anche piaciuto, e devo
ammettere che girare una storia su come uno stalker può rovinarti la vita,
usando l’oggetto più invasivo della privacy altrui (uno smartphone) beh cavolo,
ha una senso.
Ora, lo so che a nessuno piacciono quelli che si citano da
soli, però guardate qui cosa scrivevo di Unsane:
«Devo dire però che ho la sgradevole sensazione che Soddy-Boy le stia provando
tutte per far colpo su di me, lo so che ora passerò per paranoico, però cavolo,
guardate, nel suo film ha messo pure una scena con un Bro-Fist! Dai! Questo è
un chiaro caso di “CaSStatio benevolentiae”!».

Eccolo! È lui il mio stalker! Mi perseguita con i suoi film!

Così lasciavo Steven Soderbergh l’ultima volta, con questo dubbio
nemmeno troppo velato al fondo del cranio. Salto in avanti nel tempo, vedo
spuntare una cosa che attira la mia attenzione sul paginone di Netflix, si
intitola “High flying bird” come il pezzo omonimo di Richie Havens che si sente
nel film, parla inequivocabilmente di pallacanestro, anzi, di basket NBA.

Tu Soderbergh? Che potresti attentare al titolo di uomo più
bianco d’America, mi fai un film sul basket? TU!? Ma vedi che sei uno Stalker?
Qui siamo ben oltre la “CaSStatio benevolentiae” cazzarola!
Manteniamo la calma, guardiamolo questo “High flying bird”, la
situazione potrebbe essere meno drammatica del previsto, anche se per la
seconda volta, per dirigere il film, Soddy-Boy ha messo mano al telefono, un
iPhone 8 per la precisione. Ah! Qui casca l’asino, non ti serve il telefono per
giocare a basket ragazzo, come te le giochi questa volta eh? Eh? Eh? Ok la
smetto di fare “Eh?”, il concetto è arrivato.
“High flying bird” è ambientato durante il lockout della
lega, che per qualche ragione, nei sottotitoli e nel doppiaggio di Netflix
viene chiamata sempre “League”. La lega non è quella dei tipi vestiti di verde
che si ritrovano a Pontida e odiano quella porzione di persone che su un campo
da basket di solito spadroneggia, la lega è ovviamente l’NBA e il concetto di “Lockout”
richiede una spiegazione.

“Lockout vuol dire che questa cosa arancione qui, non la vedete più”.

Con una cadenza che purtroppo sta diventando sempre più
periodica, i rappresentanti dei giocatori della NBA e i proprietari delle 30
squadre che la compongono, spesso non si mettono d’accordo sul contratto
collettivo, non si parla di basket qui, ma di come dividere gli introiti dei
contratti televisivi, si parla di monte stipendi dei giocatori, siamo lontanissimi
dalla pallacanestro, che è bella anche perché è semplice, siamo in piena zona
burocrazia, carte, fogli e soprattutto soldi, tanti soldi perché l’NBA ne muove
più di Paperon de’ Paperoni.

Quando l’accordo non arriva, la stagione NBA non comincia, e
parte la serrata, il lockout appunto, uno sciopero generale dove nessuno gioca,
e a scontarsi in uno contro uno sono giusto gli avvocati. Nessuna partita in
programma, nei palazzetti e in televisione, ma anche giocatori che non ricevono
lo stipendio, di solito è il periodo in cui le stelle della NBA ne approfittano
per giare qualche film, ma a parte questo, un gran brutto momento.
La storia è quella del procuratore Ray Burke (André Holland,
che da Selma in poi è sempre più
lanciato) il suo principale cliente è la scelta numero uno della draft della
NBA, il più promettente giocatore uscito dal college, Erick Scott (Melvin Gregg)
che ha firmato per i New York Knicks, ma di fatto non ha ancora giocato un solo
minuto in NBA per via del lockout. Non ha giocato, ma è già nei casini con i
soldi, così, pronti via, tipo io quando inizio una partita a Monopoli.
Siccome questo “Serrata” non da segni di cedimento e l’accordo
tra giocatori e proprietari tarda ad arrivare, il capo di Ray (fatto a forma di
Zachary Quinto) vorrebbe tagliare i rami secchi e farlo fuori, ma le cose si
complicano quando Erick, via twitter si mette a litigare con Jamero Umber (Justin
Hurtt-Dunkley) anche lui sotto contratto per New-York, ma con troppo tempo
libero da spendere.

“Hey mai io ti conosco, non avevi le orecchie più a punta
una volta? Sei Orlando Bloom vero?”.

Ragazzate si direbbe, solite robe, tipo porta il pallone ti
schiaccio in testa dieci volte su dieci, non mi vedi nemmeno con il binocolo,
cosette tra giocatori, se non fosse che i Social-cosi tendono ad ingigantire,
specialmente quando i due si ritrovano insieme, sul campo della lega per giovani
giocatori organizzato ogni anno a New York, dal vecchio allenatore Spencer,
interpretato da Bill Duke. Time out Cassidy!

Cioè Soderbergh! Anche Bill Duke nel cast mi hai messo!? Il Bill
Duke di Commando e di Predator!? Tu sei peggio di uno Stalker!
Ma io ti denuncio sai!? Fine del Time out.

“Non lo dire ad Arnold ok? Quello mi mangia a colazione”, “No Bill tranquillo, ma tieni già la visiera, non farti notare”.

Descritto così, mi rendo conto che il film risulti più
interessante di quanto il suo brio, molto meno movimentando di una partita di
basket, renda nel girato finale. Inoltre è abbastanza chiaro che “High flying
bird” è qualcosa che può risultare più interessante a chi è già parecchio
appassionato di basket NBA, anche perché la parte di pura fiction è
inframezzata da monologhi di alcuni giovani giocatori della lega come Reggie
Jackson, Karl-Anthony Towns e Donovan Mitchell, che ai più risulteranno dei
perfetti sconosciuti.

“High flying bird” è stato evidentemente girato da Steven
Soderbergh con quattro spicci, si perché dirigendo tutto con un iTelefono,
abbatti di costi della strumentazione, del montaggio, di fatto giri in digitale, ma al massimo devi assicurarti di non aver terminato la batteria. Questo gli permette
di giocarsi qualche nome nel cast, tipo l’odioso procuratore interpretato da Kyle
MacLachlan, che quando deve farsi odiare (o bucare lo schermo) non si tira mai
indietro, cosa che fa puntualmente anche qui.

“Dopo la Loggia Nera, anche la burocrazia mi sembra divertente”.

Il problema del film è che di fatto è una lunga ed infinita
chiacchiera di 90 minuti, basta dire che l’unico momento di basket vero, quando
Erick inizia a palleggiare sfidando Jamero sul campo, Soderbergh stacca e passa
al prossimo dialogo. Vi lascio immaginare la mia reazione sul divano di casa,
persino i cani inveivano contro Soddy-boy!

Puoi fare un film sul basket, senza mostrare il basket? D’istinto
mi vien voglia di mandarti a quel Paese, ma se la tua storia parla di lockout,
purtroppo devo ammettere che ha senso non mostrarlo mai questo gioco, ma ha una
sua logica concentrarsi su quello che Bill Duke nel film chiama “Il gioco
creato sopra il gioco”, perché alla fine di questo parla il film, non del gioco
più bello del mondo, ma delle manovre di palazzo che stanno dietro.
La sceneggiatura scritta da Tarell Alvin McCraney (quello di
“Moonlight” che non mi ha mai fatto impazzire) è statica, verbosa, ma piena di
rabbia repressa, le confessioni su schermo di Reggie Jackson, Karl-Anthony
Towns e Donovan Mitchell non sono contentini per gli appassionati della NBA,
sono ideali introduzioni agli argomenti che vengono affrontanti, con troppe
parole ed un ritmo a tratti soporifero, nel film.

“Secondo te parlo troppo?”, “Si sono addormentati tutti davanti allo schermo, vedi un po’ tu”.
Questi ragazzi parlano di quanto sia complicato gestire la
propria immagine pubblica di giocatori, nell’era dell’informazione e dei Social-Così.
Parlano della difficoltà di ritrovarsi in una lega dove girano i soldi e i
contratti hanno tanti zeri sopra, quando fino a ieri stavi tra i banchi di
scuola, e l’altro ieri al campetto, magari cercando di non farti impallinare da
qualche colpo sparato tra le gang locali.
Insomma “High flying bird” sta a metà tra un documentario sulla
vita dei giovani giocatori della NBA e tutti gli intrighi che ruotano dietro,
qualcosa che come detto, non so quanto possa coinvolgere il pubblico generico di
Netflix, mi sono annoiato io che con tutta questa roba di basket ci “azzuppo” (termine
estremamente tecnico) figuriamoci chiunque altro.
Ho capito l’idea di senso dell’umorismo di Tarell Alvin McCraney, ma non mi ha proprio fatto rotolare dalle risate ecco, la gag sui personaggi che fanno ammenda
ogni volta che gli scappa un paragone sulla schiavitù, è più etica che davvero
divertente. Anche il finale che vede Zazie Beetz (quella di Deadpool 2) sfogliare un libro sui
diritti degli atleti di colore, è un atto di rivolta sommesso, come tutto
questo film che è parecchio incazzato, ma anche parecchio silenzioso nell’esprimere
la sua rabbia. Mettiamola così, sulla questione che il sistema sfrutti i giovani
giocatori, aveva già detto tutto Spike Lee nel 1998 con He got game, con circa cento miliardi di volte il trasporto e il
coinvolgimento emotivo che “High flying bird” può solo sognarsi di avere, e
forse non cerca nemmeno.

Come cantavano i Public Enemy: Fight the power! 

Un film che a livello di testa fa tutto giusto, ma a livello
di pancia ti smuove pochissimo, più ci ragioni sopra un film così, e più ti
rendi conto che anche girarlo con un iPhone 8 ha senso, visto che il video
della partita tra Erick e Jamero viene ripreso con uno smartphone, diffuso sui
Social-Così con lo stesso aggeggio, ed ad un certo punto, Ray si mette in testa
di sovvertire il sistema, tanto che nella storia diventano parti in causa canali
streaming come Hulu e Netflix, citati a chiare lettere, una roba quasi meta cinematografica quindi.

Proprio per via della piattaforma di streaming, uno questo
film potrebbe proprio decidere di guardarlo sul proprio telefono, quindi la
scelta di Soddy-Boy di dirigerlo con un iTelefono è coerente con la sua idea di
cinema. In fondo Soderbergh come Ray il suo protagonista, è uno che lavora all’interno
del sistema di Hollywood, ma spesso si concede di starne al di fuori, anzi,
forse lo preferisce anche.
Insomma “High flying bird” è il classico film che viene da
etichettare come “interessante”, che di solito vuol dire che ha parecchie cose
da dire, ma è una palla (non da basket) mostruosa. Una roba che ti stuzzica e
ti fa riflettere, ma è difficilissimo da consigliare a chiunque, ho provato
a descriverlo al meglio, vedete un po’ se può fare per voi.
Invece Soderbergh, dico a te, anche questa volta hai trovato
un modo per non farti proprio stroncare in pieno il film, a basket si direbbe
che sei in striscia positiva, ma sei al limite, fammi un altro scherzetto così,
e quel telefono te lo rompo. Ed occhio, che se mi metto a dire in giro che ci
stai provando con me, metto fine alla tua carriera in un lampo eh? Occhio!
Occhio!

Invece io ti odio, maledetto!
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Spaced (1999): la vostra serie TV preferita (che magari ancora non conoscete)

    Nell’indecisione tipica che intercorre tra la conclusione di una serie e l’inizio della prossima da guardare, ho deciso di prendermi una pausa dal mondo e riguardarmi Spaced. Quale occasione migliore [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing