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Highest 2 Lowest (2025): principio e ispirazione trae dall’uomo del Giappone

Seguitemi nel mio ragionamento, statemi dietro perché sarà un’infilata di parole, volendo quasi un rap, giusto per restare in tema con il film di oggi, “Highest 2 Lowest”, l’ultima fatica di Spike Lee, presentato a Cannes e finito su AppleTV+ dove lo vedranno in otto, perché dal mio Bara-osservatorio, la sensazione forte è che nessuno utilizzi questa piattaforma, su cui però da qualche giorno si trova un bel film di cui mi dispiace aver perso l’occasione per vederlo in sala.

Iniziare un pezzo su Spike Lee parlando dei fratelli Coen, più che Rap è Punk, visto che il regista di New York ha sempre sottolineato che al cinema, nessuno ammazza malamente la gente come i fratellini del Minnesota, ma parlando di Barton Fink ipotizzavo che quel titolo fosse un ideale vertice di una trilogia sull’orecchio, perché di film sull’occhio, sullo sguardo, ne abbiamo a profusione.

Insieme a Blow Out, forse ho trovato il terzo fratello, anzi, stando ai pareri entusiasti della critica cinematografica, Spike Lee sembra aver ritrovato se stesso – si ok, ma niente proiezione in sala lo stesso – dimenticando che la filmografia del newyorkese funziona troppo spesso a corrente alternata, perché citando le immortali parole di Flavio Tranquillo: Spike Lee sarà quello che sarà, ed è quel che è. Però aggiungo io che quando ha tutti gli interruttori su, resta, non dico uno dei miei preferiti, ma quasi.

Il miglior orecchio del mondo, sicuramente di New York, con delle cuffie morigerate.

Era curioso di vedere questo film e al tempo stesso preoccupato, visto che per rifare Kurosawa devi avere le palle che ti fumano, come dicono a Tokyo, inoltre i precedenti non erano dalla sua parte, l’ultima volta che Lee ha provato a rifare un classico orientale, era una di quelle volte in cui aveva gli interruttori non proprio tutti accesi e non mi va nemmeno di citarvelo visto il risultato, se sapete, sapete. Se sapete, state ancora bestemmiando.

Va detto che “Anatomia di un rapimento” non è proprio il primo titolo di Kurosawa che viene in mente a tutti (non ci sono samurai, quindi…), ma è uno di quelli che mi riguardo più volentieri, non arriva alla bellezza di Cane Randagio, ma tra i suoi film di ambientazione urbana, aveva una regia geometrica come sempre rigorosissima e una trovata, che in precedenza aveva utilizzato solo Ėjzenštejn, quel tocco di rosso che rompeva il bianco e nero, che avrebbe finito per ispirare Spielberg e la sua ragazzina con il cappotto dello stesso colore, che tutto il globo ricorda. Quindi, ora che vi ho dato due dritte, andate a recuperarvi “Tengoku to jigoku” ovvero “Inferno e paradiso”, o in inglese “High and low” insomma, “Anatomia di un rapimento” del Sensei Kurosawa, tempo speso splendidamente che mi permetterà di arrivare preparati alla versione “Mixtape” messa su da Spike Lee, un film molto “black” nell’anima, leggermente tamarro proprio come il suo regista fin dal titolo sottilmente sborone e molto Hip-Hop, “Highest 2 Lowest”, anche perché chiunque possa permettersi di infilare anche Adriano Celentano (anzi una sua cover) in una già notevole colonna sonora, ha vinto tutto.

Dimmi che sei un film di Spike Lee, senza dirmi che sei un film di Spike Lee.

Spike Lee re-immagina il film di Kurosawa, che a sua volta era un adattamento del romanzo “Due colpi” in uno di Ed McBain, quindi possiamo dire che il cerchio si completa e la storia torna negli Stati Uniti, e in questa incarnazione non è più un masssantissima dell’industria di calzature femminili, ma il numero uno della Stackin’ Hits Records, il cui logo compare anche nelle dissolvenze laterali utilizzate da Lee. Il capo di questa etichetta di musica black è David King o King David – tanto è uguale – ovvero Denzel Washington che ritrova Spike Lee a quasi vent’anni da “Inside Man” (2006) e a trentacinque da quando era un trombettista jazz spiantato in “Mo’ Better Blues” (1990), e questi sono segni di continuità perché per certi versi, “Highest 2 Lowest” si pone a metà tra questi due titoli.

Ne ha fatta di strada nella musica da quanto era un trombettista spiantato.

Re David sta per salvare la sua etichetta discografica dell’essere divorata da un colosso pronto ad usare tutta quella splendida tradizione di musica nera per video di TikTok e roba di intelligenza artificiale, un contrattone salva baracca da diciassette punto cinque milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati salverà il regno del nostro Re della musica, il miglior orecchio del mondo, per la sua capacità di scovare talenti, che tronfio dalla sua torre domina New York, iniziando al giornata con un successo e la colonna sonora in sottofondo del musical “Oklahoma!”, con Gordon MacRae che gorgheggia “Oh, What a Beautiful Mornin”, giusto per darvi un’idea del tipo di umorismo che domina il film.

Sparisce il viscido assistente della versione di Kurosawa, che evolve nel personaggio dell’autista Paul Christopher, impersonato magnificamente da un ottimo secondo violino come Jeffrey Wright, che porta in scena un credente, con trascorsi carcerari citati ma non urlati, uno che non ha mai chiesto perché ha avuto tutto, ma perché ha dato anche tutto il rispetto del mondo al suo Re.

Jeffrey Wright spiega al mondo come si fa a non scomparire nemmeno recitando ad un metro da Denzel (in metro)

Sparisce tutta la sotto trama della droga, i bambini crescono e sono due adolescenti in fissa con il basket, allenati da Coach Rick Fox, ex Los Angeles Lakers che infatti scherza sul fatto che lui da solo, abbia vinto più anelli della squadra di New York, tangenzialmente quella che ogni sera riserva un posto in prima fila a Spike Lee, anche se i giocatori forse, ne farebbero anche a meno vista la sua esultanza, modesta e contenuta (ma anche no)

Dove “High and low” diventa il suo mixtape ovvero “Highest 2 Lowest” è nel suo essere a tutti gli effetti un “A Spike Lee joint”, dove dentro si trova tutto, Denzel, l’ode a New York, la musica e soprattutto ogni occasione è buona per ricordare: Boston sucks!

Intanto caro Spike, anche quest’anno il titolo lo vincete l’anno prossimo.

Ma il passaggio avviene dall’occhio all’orecchio, il film di Kurosawa aveva nell’uso del colore (in un film in bianco e nero) un passaggio chiave dell’indagine, lì era il rosso, qui è il verde della fascetta degli odiati Celtics di Boston, indossata a sfregio dal figlio e vitale per il rapimento. Perché presto Re Devid vedrà tornare a casa suo figlio, ma non quello del suo autista e si ritroverà davanti al dilemma etico: uso i soldi del contratto salva azienda per salvare un ragazzo anche se non è mio figlio, oppure no?

Consumato il passaggio dall’occhio all’orecchio, “Highest 2 Lowest” diventa un film da ascoltare, una canzone, cantata dal rapitore dall’ironico nome che mette in lotta le generazioni, ovvero Yung Felony (ASAP Rocky) diventa la traccia da seguire, in un film dove Denzel continua a fare Denzel anche alla sua bella età, la sua idea di momento di smarrimento da maschietto qui è tirare pugni all’aria nel suo ufficio, recitando il suo dilemma da Amleto alle foto dei grandi della musica nera, James, Jimi e Aretha.

Poi si conquista il titolo di “Pantera Nera” locale, perché la sua decisione, influenzata in parti uguali dai social e dall’etica (nel provare a capire quale dei due abbia influito di più, sta tutto il bel chiaro scuro del personaggio), decide di saltare sulla metro e consegnare i soldi, confermando ancora una volta la mia teoria: ogni bel film si merita una scena in metropolitana.

Altro notevole materiale per la mia teoria sulle scene in metro nei film.

Qui Spike Lee ne gira usa talmente riuscita da farci dimenticare anche i tanti momenti espositivi (anche se la classica spiegazione del piano, il regista la dirige con la sua Double dolly shot, marchio di fabbrica da sempre) e molto parlata, per portarci dentro New York, i suoi suoni che diventano una musica, a volte letteralmente se c’è in corso la parata dell’orgoglio portoricano patrocinata da Rosie Perez, in altri casi è una cacofonia ritmata fatta di sferragliamenti sui binari, rotti solo dalle urla e dai cori dei tifosi degli Yankes, un’improvvisazione quasi jazzistica urbana per questo mixtape di Kurosawa in salsa moderna.

L’altro passaggio chiave è il duello verbale, quasi un “dissing”, in buona parte a colpi di rime – quindi restando in linea con il film – che vede buono e cattivo a confronto, le due generazioni di interpreti della musica nera, la tradizione con la testa alta e il nuovo che avanza, senza nemmeno nascondere la critica a tutta quella cultura soldi-sparatorie-droga-culone-che-twerkano che Lee ha sempre visto come fumo negli occhi. Spike riesce già ad essere tamarro a modo suo senza tutta questa roba.

YO! Akira.

Il faccia a faccia finale tra i protagonisti, era ben presente anche nella versione di Kurosawa, quindi se a qualcuno potrebbe sembrare una forzatura o una concessione alla fiction, sappiate che Spike Lee qui sta rappando sullo spartito originale, su un classico, aggiungendoci quanto più di suo possibile, una di quelle cover che sembrano pensate ad arte per il secondo artista che le interpreta, un po’ come quando i Ramones hanno rifatto I Don’t Want to Grow Up che stava quasi meglio addosso a loro che a Tom Waits, o per lo meno, vestiva così bene da risultare un gioiellino, un po’ come “Highest 2 Lowest” nella filmografia di Spike Lee, finchè il nostro tiene su tutti gli interruttori nella sua testa, godiamocelo così, sta su AppleTv+, sapete cosa fare.

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