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Hill House (2018): La casa degli invasati (I’m sorry Ms. Jackson)

Stavo iniziando a preoccuparmi, perché tre mesi senza
sfornare un nuovo film, per uno iperattivo come Mike Flanagan, equivalgono più o
meno agli anni di inattività di Terrence Malick.

Nel tempo in cui molti altri registi pensano a quale sarà
il loro nuovo progetto, Mike Flanagan ha sfornato un lungo film diviso in dieci
episodi da cinquanta minuti (qualcuno anche di più) l’uno, considerando anche che è
da poco uscita la notizia che è stato scartato il finale sospeso per l’ultimo
episodio (gran scelta) di “The haunting of Hill House”, uscito qui da noi su
Netflix con il titolo semplificato di “Hill House” è un oggetto in perfetta continuità con la filmografia del regista ma anche una serie molto riuscita, ci ho messo il
mio bel tempo a recuperarla, ma ne è valsa la pena.

Piccolo riassunto sullo stato della filmografia di Flanagan.
“Oculus – Il riflesso del male” (2013) è il film che lo ha messo sulla mappa
geografica, da allora sono arrivate cose meno riuscite come Somnia, o seguiti a
cui non avresti dato due lire che, invece, si sono rivelati ben fatti come Ouija – L’origine del male, ma il film
che ha messo d’accordo tutti è stato Il gioco di Gerald, tratto dal romanzo di Stephen King distribuito proprio da
Netflix. Il buon Michele deve aver capito che seguire le orme dello scrittore
del Maine è la strada giusta per lui, quindi è andato alle origini, dimostrando
di aver letto anche lui il fondamentale saggio di zio Stevie intitolato “Danse
macabre”.

Mike descrive al suo cast le dimensioni dell’ultimo libro di Stephen King che ha letto.

Se non lo avete mai letto, ve lo riassumo io. “Danse macabre”
è King che a flusso di coscienza, butta giù l’elenco di tutti i titoli di libri
e film che lo hanno appassionato e spinto a diventare uno scrittore di
letteratura Horror, una di quelle cose che sarebbe stata già preziosa per tutti
i suoi “Fedeli lettori”, ma letto come ho fatto io da ragazzino, in un’era in
cui non era tutto a portata di click su Google, mi ha regalato un sacco di
titoli da correre a recuperare. Per me l’unico modo per migliorare “Danse
macabre” è trasformarlo in un gioco alcolico, provate a leggerlo e ogni volta
che King parla bene di Shirley Jackson e del suo libro L’incubo di Hill House (noto qui da noi anche con il titolo di “La casa degli invasati”)
voi vi fate un goccetto, vi assicuro che arriverete ubriachi come scimmie sul ponte di una nave
pirata, prima della metà del libro, garantito al limone (con la tequila).

Ovviamente, da buon “Fedele lettore” ai tempi corsi ad
ubriacarmi
a leggere il libro di Shirley Jackson che al cinema ha già
avuto adattamenti molto celebri, il primo Gli invasati diretto nel 1963 dal grande Robert Wise (giù il cappello!), il
secondo Haunting – Presenze del 1999,
su cui preferisco non dire niente, perché Jan de Bont mi è sempre stato
simpatico e non mi va di parlare male del direttore della fotografia di fiducia
di Paul Verhoeven, ecco.

“Apriamo questa porta”, “Ma sei scema? Non lo hai visto Shining!?”.

Mike Flanagan, da buon bambino iperattivo, dirige tutti gli
episodi, si occupa della sceneggiatura, si porta da casa le attrici dai cast dei suoi film precedenti (lasciatemi l’icona aperta, che più avanti ci torniamo) e fa un adattamento
molto personale, che tradisce il materiale originale scritto da Shirley Jackson
ma allo stesso tempo dimostrando di averlo capito, il tutto probabilmente
canticchiando “Ms. Jackson” degli OutKast. Cioè non ho prove che abbia fatto
anche quest’ultima cosa, però considerando la sua iperattività non mi
stupirebbe venirlo a sapere.

L’adattamento di Flanagan è la prova che dirigere Il gioco di Gerald, ha fatto molto bene
al regista, passatemi questa che potrebbe sembrare una blasfemia letteraria
per molti “Fedeli lettori”, però “Hill House” sembra quasi Stephen King che
adatta per il piccolo schermo “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson,
sottolineando come mai è un libro così fondamentale per lui, solo che invece di
averlo fatto zio Stevie, è stato Mike Flanagan ed ora, prima che i lettori di
King (lo sono anche io, ma non aiuterà a salvarmi lo so) mi gettino tra le
fiamme al grido di «Charyou Tree! Charyou Tree! Charyou Tree!» lasciatemi
argomentare.

La sempre piuttosto guardabile (e bravissima) Carla Gugino.

A dispetto del libro, o dei suoi precedenti adattamenti
cinematografici, Mike Flanagan divide la storia su due piani narrativi, il
passato con i protagonisti bambini che vanno a vivere nella casa di Hill House
e si guadagnano i traumi che nel presente li renderanno degli adulti con
problemi a relazionarsi, specialmente con il resto della propria famiglia, tra
questo e conte (fino a sette) per tenere lontani spettri e fantasmi, mi sembra
abbastanza chiaro che Mike Flanagan abbia voluto sottolineare i parallelismi
con IT sempre di Stephen King (anche
se è abbastanza superfluo sottolinearlo). Bisogna dire che in certi momenti, il
rimbalzare tra passato e presente crea più di un momento di straniamento,
capita di guardare una scena e pensare: «Ok, questa l’abbiamo già vista Mickey,
vai avanti su», ma bisogna anche dire che Flanagan anche in questo è Kinghiano
(“L’inferno è ripetizione”) e si gioca bene la carta della ridondanza sulla
lunga distanza, in un episodio in particolare l’1×06 (“Two Storms”) che è uno
dei migliori di tutta la serie.

Mike Flanagan si concentra sui personaggi presentando tutti
i componenti della famiglia Crain a partire dal fratello Steven (Michiel
Huisman il Daaaaaaaaaaario sfigato di Giocotrono)
che qui è quello scettico, l’uomo di scienza che, malgrado tutto, non ha perso
tempo nel trasformare il passato dei Crain in un romanzo di successo,
intitolato proprio “The Haunting of Hill House” che gli ha permesso di mettersi
un bel gruzzoletto in tasca, ma ha anche reso molto tesi i rapporti in
famiglia, per il modo in cui ogni componente è stato rappresentato nel libro.

Questo è un altro caso per l’investigatore bibliofilo.

“Hill House” è senza ombra di dubbio una serie horror, Flanagan
si conferma come un regista capace di gestire gli spaventi, certo, a volte abusa
di qualche “Salto paura” (anche noto come “Jump scare”), ma in generale “Hill
House” regala qualche mostro spaventoso piuttosto riuscito e una tensione
generale che funziona, il tutto, concentrandosi sui personaggi, di fatto è un
prodotto che sta a metà tra la vostra normale serie Horror e Six Feet Under, non solo perché Shirley
Crain (Elizabeth Reaser, già vista in Ouija – L’origine del male) fa lo stesso lavoro di becchina impresaria funebre dei Fisher della celebre serie HBO, ma anche perché in dieci episodi, a
questa famiglia e ai suoi scombinati componenti si finisce per affezionarsi.

“Aspetta ti richiamo, ho qui un pazzo che parla di bare volanti”.

Per prima cosa bisogna dire che Flanagan ha fatto un ottimo
lavoro nel selezionare il cast, anzi i cast, perché gli attori che interpretato
i personaggi da giovani, somigliano ai loro corrispettivi adulti, il più
azzeccato è sicuramente Henry Thomas (ricordate Elliott? Il bambino di “E.T.”
di Spielberg? Ora fa il papà) che funziona nella parte del giovane padre Hugh
Crain e, soprattutto, somiglia al mitico Timothy Hutton che interpreta lo stesso
personaggio da anziano e (correggetemi se sbaglio) l’ultima volta che Hutton ha
recitato in un horror, era il 1993, in una cosetta che, guarda caso, era tratta
da un romanzo di Stephen King (“La metà oscura” diretto dalla Leggenda).

“Forse avrei fatto meglio a partire sull’astronave insieme a quel fanatico di interurbane”.

Ma il vero colpo di genio del casting sono le attrici, tutte
piuttosto somiglianti e credibili come figlie di mamma Carla Gugino (non
facciamo battutacce! Diciamo, invece, che la Gugino qui, si conferma bravissima
dopo la prova solita di Il gioco di Gerald), per altro di riffa o di raffa tutte le attrici avevano già
lavorato con Flanagan che si conferma regista Rileiano (alla partita devo
porto dodici giocatori, devo giocare con cinque, ma mi fido di tre) e affida il
ruolo di Theodora a sua moglie Kate Siegel, sì, quella di Hush, insomma davvero un affare di famiglia per Flanagan!

Hill House ha lasciato sui piccoli Craine (che papà Hugh
porta in albergo dopo la loro notte peggiore, come faceva il signor Freeling in
Poltergeist) i suoi segni indelebili,
una volta cresciuti sono sessualmente confusi, dipendenti da sostanze, oppure
più semplicemente maniaci del controllo che negano quanto di strano avvenuto,
ognuno perseguitato da un suo personale fantasma, l’uomo con la bombetta,
oppure la donna dal collo storto, il risultato sono parti uguali di spaventi e
introspezione, ma due episodi sono migliori degli altri.

“Tranquilli bambini, Steve Freeling mi ha detto che si dorme bene in questo hotel”.

La puntata 1×05 (The bent-neck lady) in cui il mistero del fantasma
forse più caratteristico di tutta la serie viene risolto, anche se
ammettiamolo, non è proprio un giallo che richiede Sherlock Holmes, ma con questo
singolo episodio Mike Flanagan rende onore al finale originale del libro di Shirley
Jackson, regalandoci una puntata che potrebbe quasi essere un film horror capace
di vivere di vita propria fuori dall’economia della serie, anche se l’episodio
migliore è sicuramente quello successivo, il già citato “Two Storms”.

Costretti di nuovo tutti insieme sotto lo stesso tetto, come
non accadeva più dall’ultima notte a Warlock Hill House, i Crane fanno i
conti con il passato, il tutto durante una tempesta che in un horror gotico,
non può mai mancare. Mike Flanagan con una regia curatissima che passa da
presente a passato senza problemi, tiene sempre la macchina da presa in
movimento (che stia seguendo Carla Gugino che si aggira nei corridoi della casa, oppure intorno ai suoi protagonisti intenti a discutere tra di loro), senza ombra
di dubbio la puntata più intensa di tutta la serie.

Un gravissimo problema di cervicale.

Difetti? Dopo dieci episodi, i momenti Horror che funzionano
e dei personaggi ben caratterizzati a cui ti affezioni, forse soprattutto per i
loro difetti, il finale è un po’ troppo a tarallucci e vino, ma come dicevo in
apertura, ci siamo scampati il cliffhanger che sarebbe stato anche peggio,
perché non credo serva una stagione due a questa storia oppure alla famiglia Crain
e proprio trattandosi della storia di una famiglia, il finale direi che è
quello che va bene.

Insomma, Mike Flanagan ora potrà tornare a sfornare un film
ogni tre mesi, ma zitto zitto il ragazzo sta diventando abbastanza una
sicurezza, inoltre, trovo che non sia per niente male l’idea di prendere dei
romanzi, adattarli in una serie tv singola, magari modificandone il contenuto,
ma rispettandone lo spirito, questo è un formato che dovrebbe essere utilizzato
più spesso, a patto di saper gestire il materiale di partenza. Per ora, un “Bravò”
a Mike Flanagan, mentre per tutti gli altri che vorrebbero provare ad imitarlo,
a leggersi “Danse macabre” per trovare nuovi spunti, via, veloci!
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