
Questo film è uscito nei cinema americani il primo maggio del 2026, a metà mattina dello stesso giorno mi è stato chiesto da un lettore della Bara se è l’horror dell’anno (storia vera). Io vi voglio tanto ma tanto bene, però lasciatemi almeno il tempo di vederli i film, anche perché l’ultima fatica di Damian McCarthy sta facendo il giro dei vari festival e da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa, al momento è programmato per uscire in estate, probabilmente ad agosto, mese già da qualche anno usato come calderone per raccogliere le uscite Horror dell’anno.
Dopo averlo visto, la prima domanda che mi sono fatto è stata: ma Damian McCarthy che problema ha con i conigli? Penso che sia legittimo chiederselo, visto che il sinistro coniglietto al centro di Caveat, non faceva molto di speciale ma inquietava il giusto, mentre “Hokum” invece, ha attirato l’attenzione anche grazie ad uno spettro piuttosto riuscito, nello specifico la strega con lo sguardo che abbiamo tutti il lunedì mattina.

Anche se più della strega, ha fatto proprio l’essere il nuovo Horror diretto da McCarthy, che al suo terzo film non si tradisce, non scivola, non barcolla, ma conferma la sua poetica e la sua idea di cinema, già abbondantemente chiara in Oddity, e lo fa utilizzando traiettorie chiare, non proprio percorsi già battuti, ma per lo meno strade che il regista irlandese decide di percorrere a modo suo.
La storia inizia con la messa in scena del processo creativo: Ohm Bauman (Adam “Cicciopatato” Scott) è uno scrittore americano che fatica a completare l’ultimo capitolo della sua fortunata trilogia “Conquistador”, infatti in modo circolare (occhiolino-occhiolino) il film si apre e si chiude con la stessa scena, con i protagonisti del libro di Ohm alle prese con il blocco dello scrittore, che una notte passata a picchiare sui tasti, riceve la visita della spirito, non del Natale passato, ma della madre defunta e ha un’epifania.
Ohm decide di recarsi al Bilberry Woods Hotel, nella campagna irlandese, dove i suoi genitori avevano trascorso la luna di miele, per spargere le loro ceneri e chiudere definitivamente questo cerchio, per poter andare avanti. Sul posto fa la conoscenza di una serie di personaggi coloriti – in quanto irlandesi, del tutto normale – il proprietario e genero Cob (Brendan Conroy), l’addetto alla reception Mal (Peter Coonan), il giardiniere Fergal (Michael Patric), la barista Fiona (Florence Ordesh) e il fattorino Alby (Will O’Connell).

Tra tutti, stringe amicizia con Fiona perché, cosa vuoi fare in Irlanda se non chiacchierare con chi ti serve da bere? No dico, provateci a non spiccicare parola, gli irlandesi sarebbero capaci di far parlare i morti, che poi è anche un po’ uno dei temi di “Hokum”, anche se il personaggio più colorito resta Jerry (David Wilmot), un incrocio tra un personaggio di un film di Lynch e “Nonna Morte” di Donnie Darko, che vive accampato nel bosco consumando latte e funghi. Ribadisco, in qualunque altro Paese del mondo sarebbe strambo, in Irlanda molto meno.
A condire il tutto, ci pensano proprio Fiona e Alby che raccontano a Ohm che la suite nuziale è chiusa a chiave e che si dice sia infestata da una strega che Cob avrebbe intrappolato al suo interno, quindi facciamo il punto, le traiettorie di “Hokum” sono chiare, hanno l’albergo infestato, lo scrittore in crisi, la presenza “conigliosa”, e un blocco emotivo interiore da superare, nel film troviamo King e molto Horror moderno, ma anche Shining, Barton Fink e il già citato film di Kelly, senza assomigliare o voler imitare nessuno in particolare, per fortuna aggoungo.
Quindi la domanda resta: ma Damian McCarthy che problema ha con i conigli esattamente? A detta del regista, questi animali storicamente docili e pucciosi, lo hanno traumatizzato, come accaduto a legioni di bambini proveniente da Albione, grazie ad un classico come La collina dei conigli, anche qui l’aspetto della strega è in qualche modo legato ai conigli, ma si rivela in maniera efficace, quando Ohm scaverà nel suo passato, non voglio rovinarvi la visione, ma posso dire che la questione del lutto e del senso di colpa da superare, in “Hokum” tengono banco, al resto ci pensa la regia di McCarthy e la prova di Cicciopatato.

Adam Scott, in amicizia Cicciopatato (perché ha la faccia da Cicciopatato, e allora?) qui tira fuori una prova dolente senza mai essere esagerata o urlata, anche quando la trama a volte lo richiederebbe, ma detto che McCarthy fa del ritmo lento una sua peculiarità, Cicciopatato Scott si adagia alla perfezione tirando fuori una delle sue prove più intense. Quando “Hokum” sale di colpi, anche a livello “grafico” (nell’ultimo atto) a quel punto patteggiamo per il protagonista quel tanto che basta per lasciarci prendere dalla storia, che come detto, è caratterizzata da elementi noti, qualcuno potrebbe dire già visti, perché andiamo, lo scrittore in crisi con il blocco e l’albergo con la sua stanza ripiena di Streghe non è proprio roba freschissima, ma McCarthy la racconta a suo modo e ci riesce molto bene.

Basta analizzare l’uso dei famigerati “Salti paura” (anche noti come “Jump Scare”), McCarthy se li gioca tutti a modo suo, non li sottolinea come fanno fin troppi registi, li fa accadere, le facce spaventose emergono dal buio, senza bisogno che la musica parta a palla per facilitare l’effetto finale ricercato, a volte l’orrore sta lì per darti il tempo di guardarlo, di realizzare e nel caso, di spaventarti, più che “Salti paura” sono prese di conscienza del personaggio, non è un caso se proprio un’apparizione metta in moto tutta la storia, ci potrebbe stare un diverso approccio tra culture con la morte, ma finirei per andare fuori tema.
Quello che conta è che “Hokum”, anche non trattando temi freschi e originale, riesce a cucinarli tutti in maniera coerente con la filmografia di cui fa parte, non so rispondere alla domanda che mi è stata posta con largo anticipo, non so se sarà l’Horror dell’anno, forse no, sono sicuro invece che abbiamo la conferma che questo genere, sia uno dei pochi rimasti a sfornare autori in grado di essere solidi e coerenti con la loro idea di cinema, Damian McCarthy è sicuramente uno di questo, non solo per via dei conigli.


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