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Hook (1991): cosa sarebbe il mondo senza Steven Spielberg?

Nel 2019 i seguiti dei classici della Disney interpretati da
attori in carne ed ossa vanno forte, molto forte. Ma nel 1991 un uomo aveva
già archiviato la pratica al grido di «BANGARANG!», quell’uomo non poteva che
essere Steven Spielberg.

Senza esagerare, erano vent’anni che non rivedevo “Hook –
Capitan Uncino”, nel 1991 mi avevano portato al cinema a vederlo, avevo l’età
giusta, otto anni e, lo ammetto, con questo film ci sono andato sotto bevendo
dall’idrante.

Avevo quelle che oggi si chiamano “Action figures” (ai tempi
invece, li chiamavamo giocattoli) e da appassionato delle avventure grafiche
della Lucas Art, ho speso un bel po’ di ore anche a giocare al videogioco della
Ocean dedicato al film, una specie di
“Monkey Island” per i meno abbienti. Ma, soprattutto, ho visto e rivisto il film
parecchie volte, imparando a memoria gli ottimi dialoghi, rivedendolo qualche
giorno fa ne ricordavo ancora intere porzioni come se fossi tornato sull’Isola
che non c’è e mi sono reso conto che nel tempo molte espressioni sono
diventate parte della mia parlata quotidiana, quelle che io chiamo “citazioni
involontarie”.

“Guardate che nome ha dato al suo blog, gli ho proprio rovinato la vita a ‘sto ragazzo”, “Ma no dai, ti vuole ancora bene”.

Eppure, “Hook” non ha mai goduto di una buona fama, ero
pronto a giurare che alla sua uscita il film fosse stato un flop, ricordavo
così, ma sono andato a controllare, al netto di un budget di 70 milioni di ex
presidenti defunti stampati su carta verde, ai tempi ne portò a casa circa 300
in tutto il mondo, dando il via libera a Spielberg per volare su
un’altra isola (Nublar) e riportare in vita i dinosauri.

Di sicuro, ai tempi il film collezionò una serie di
recensioni non proprio lusinghiere e anche il suo regista per anni ha
dimostrato di conoscere bene il significato della parola umiltà, perché ogni
volta che qualche spericolato osa fargli una domanda su “Hook” zio Steven si
lancia in gesti di autoflagellazione, come se questo film fosse la più infame
delle colpe cinematografiche. Negli anni ho sentito Spielberg dichiarare che
oggi un film così lo girerebbe in modo diverso, con più parti ambientate nel
mondo reale, oppure sentirgli dire che non era sicurissimo del secondo atto
della sceneggiatura, compensando il tutto con tutte le scenografie esagerate che i
soldi potevano pagare, persino nel fondamentale (e consigliatissimo)
documentario della HBO sulla sua carriera, questo film viene liquidato con una
mezza frase.

“Qui è quella volta che ho fatto un film con Dustin Hoffman, ma parliamo di Schindler’s list…”.

La storia produttiva del film è a dir poco bizzarra:
originariamente pensato come un musical con le musiche di Michael Jackson (uno
che a Neverland ci viveva davvero e non è tanto per dire), Spielberg ha passato la mano per dedicarsi a “Il colore
viola” (1985), a quel punto Nick Castle, autore della sceneggiatura insieme a James
V. Hart, avrebbe anche dovuto dirigerlo il film almeno fino al ritorno in scena
di Spielberg dietro la macchina da presa nel 1989, data di avvio della pre
produzione.

James V. Hart oltre che svariati film (tipo il Dracula di
Coppola) ha scritto anche alcuni libri dedicati alle avventure giovanili del
Capitano Uncino, ma l’idea per “Hook” gli è nata dalle domande sul destino dei
personaggi che gli faceva suo figlio Jake, quando la sera prima di dormire papà
gli leggeva “Peter Pan” di J. M. Barrie. Lo dico sempre che una storia per
risultare solida dovrebbe poter resistere alle domande dei bambini. Nick Castle,
invece, non è un caso di omonimia, si tratta proprio dell’amico di scuola di
John Carpenter, quello che suonava con lui nei Coupe De Villes, a cui il
Maestro ha infilato in testa una maschera scolorita del Capitano Kirk
trasformandolo nel serial killer che perseguitava sua sorella in Halloween,
quindi se ve lo state chiedendo: sì, un classico della vostra (mia di sicuro)
infanzia è stato scritto da Michael Myers!

“Dai facciamo pace, dammi il cinqu… Ah ok, sei ancora arrabbiato”.

Rivedere “Hook” è stato come ritrovare un vecchio amico, per essere il film che lo stesso Spielberg ha cercato di nascondere sotto il tappeto, mi ha confermato il fatto che una volta i film avevano un po’ più di rispetto per le capacità cognitive del pubblico, avevano un po’ più di coraggio e che se questo film nel 1991 ha spaccato in due la critica è soltanto perché era avanti di almeno una trentina d’anni sui tempi, se uscisse oggi così, identico, diventerebbe il pensiero felice di tanti spettatori che si sono sciolti per roba che non ha la metà del valore di questo film. Ogni riferimento a fatti, cose o remake di La bella e la bestia è puramente voluto.

Peter Banning è un portatore sano di telefono cellulare, un essere unicellulare che non sa volare (anzi ne ha il terrore) e non ha mai tempo per i suoi figli, per essere proprio certi che venga considerato grigio dal pubblico, di mestiere fa l’avvocato e negli Stati Uniti le barzellette sugli avvocati sono la forma ancora più dispregiativa di quella nostrane sui Carabinieri. Il colpo di genio è averlo fatto interpretare all’eterno bambino Robin Williams che qui sbraita, s’incazza quando non gli fanno gestire acquisizioni al telefono come un pirata della finanza, come non ha mai fatto in nessun altro film, tanto che da spettatore ti aspetti di vederlo tornare il solito Robin Williams, insomma il Peter Pan di sempre e per quello ci vorranno circa 136 ben assortiti minuti.

“Pensi di riuscire a volare fino lassù?”, “Beh magari perdendo un paio di chili”.

Peter ha sposato Moira (Caroline Goodall) nipote di nonna Wendy che vive ancora nella sua vecchia casa a Londra, proprio accanto a dove un tempo viveva lo scrittore J.M Barrie ed oltre ad essere l’unica, insieme al toccato Tootles alla ricerca delle sue “rotelle”, a dichiarare che tutte le storie scritte da Barrie erano vere, è anche interpretata da lei, la vecchia, anzi, la più vecchia di tutti: Maggie Smith… Time Out Cassidy!

Questa seppellirà anche Connor MacLeod!

Malgrado nel film fosse truccata per sembrare più vecchia, è
stato impossibile per me realizzare che la Violet Crawley di “Downton
Abbey” era già vecchia quando io ero un bambino ed ora che sembro più
Peter Banning che Peter Pan lei è ancora qui, ancora vecchia, ma quanti
cazzarola di anni ha?! È immortale! Fine del Time Out.

Tutto cambia quando durante una cerimonia in onore al lavoro
fatto con gli orfani, i suoi bimbi sperduti, organizzata per nonna Wendy, i
figli di Peter, Maggie (Amber Scott) e il fanatico di baseball Jack (Charlie
Korsmo) vengono rapiti dai loro letti, da un rapitore che lascia messaggi
conficcati con coltelli nelle porte e che si firma Giacomo Uncino, Capitano.
Per dirla alla Tootles: Peter dovrà volare, dovrà
combattere, dovrà esultare per salvare Maggie Jack, ma soprattutto con l’aiuto
di Campanellino (Julia Roberts, ci voleva zio Steven per farmi apprezzare un
film con la Roberts!) dovrà tornare sull’Isola che non c’è e ricordare quello
che ha dimenticato, ovvero che lui un tempo era Peter Pan, anche se la posa eroica con
le mani in vita non l’ha mai rimossa davvero dal suo inconscio.

Anche io ho un film con Julia Roberts che mi piace.

“Hook” è palesemente un film del 2019 che per qualche
strana ragione mi sono trovato a vedere e rivedere durante la mia infanzia, non
solo per il fatto di essere un seguito coerente di un classico della Disney,
com’è facilissimo trovare nei cinema del 2019, ma ha una serie di intuizioni a
cui tanti film della stessa tipologia, ma spesso molto meno riusciti e più
celebrati, sono arrivati solo anni dopo, qualche esempio? È palesemente
costruito attorno al cattivo della storia a partire dal titolo, interpretato da
un nome che il pubblico ben conosce imbruttito per la parte, la stessa idea che
“Maleficent” ha avuto nel 2014. Ma è anche la storia di un personaggio che
torna nel boschetto della sua fantasia, ritrovando un fottio di animaletti un
po’ matti inventati da lui, per rimettere a posto il rapporto con il figlio, un
po’ come accadeva in “Vi presento Christopher Robin” (2017).

Sì, perché quello che mi ha colpito in mezzo agli occhi
rivedendo “Hook” è l’unico dettaglio che da bambino non potevo capire causa
innocenza, gli elementi quasi Freudiani in questa storia abbondano ed è
chiarissimo che questo film è la continuazione di un discorso iniziato da uno
che in vita sua ha preso male (ma proprio male male) il divorzio dei suoi
genitori come Spielberg. Sì, perché Incontri ravvicinati del terzo tipo parlava (tra le altre cose) della disgregazione
della famiglia, “E.T. l’extra-terrestre” (1982) parlava di un ragazzino figlio
di divorziati che il padre non lo vedeva nemmeno con il binocolo, mentre “Hook”
affronta il rapporto padre e figlio, perché ritrovarsi padre è abbastanza
facile (e per certi versi, uno in particolare, anche divertente), ma poi esserlo
davvero è tutto un altro paio di maniche.

Lo scontro generazione tra padri e figli comodamente riassunto.

Non so cos’avrebbe pensato il padre della psicoanalisi se
avesse mai visto “Hook”, ma i momenti in cui Freud si sarebbe allisciato i baffi
tirando una boccata al sigaro non mancano: ci rendiamo conto che Peter dopo
anni di platonico corteggiamento con Wendy, perde la testa per la nipote più
giovane e vuole darle un bacio? Non un ditale da cucito, ma un bacio vero, il
tutto sotto gli occhi della nonna/amante che lascia fare, anzi approva. Ma
proprio Peter Pan Banning Pan Banning parla di complesso freudiano legato in qualche modo a sua madre quando parlando con la “bestiolina”
Campanellino le fa anche un complimento sulle sue gambe («…nel tuo piccolo sei
molto carina»), ma bisogna passare attraverso Rufio che dice «Avrei sempre
voluto avere un padre, come te», oppure Peter che arriva a salvare il figlio, un
attimo prima che Uncino lo plagi completamente facendogli anche il buco
all’orecchio (cosa determina la fine dell’infanzia più di un figlio che arriva a casa con l’orecchino?). No, ma sul serio, Peter ha chiamato il figlio Jack, Giacomo,
come il nome del suo nemico giurato? Ci credo che poi non va alle sue partite di
baseball, qui l’inconscio galoppa gente!

“Andiamo a casa Giacomo”, “Ma io mi chiamo Jack!”.

Sarà anche per questo che forse il personaggio di Maggie
viene lasciato (fin troppo) andare in favore di Jack, ma si sa che le
femminucce sono più intelligenti e Jack con tutta la sua rabbia verso il padre
diventa molto più facile da plagiare per uno carismatico come il capitano
Uncino, già, il buon vecchio Giacomo Uncino, senza ombra di dubbio uno dei
punti di forza del film.

Quando arriva Hook, lo fa di notte, per rapire bambini
durante i loro sogni ed utilizza il suo “artiglio” per devastare i muri di
casa al suo passaggio come se fosse Freddy Kruger (ed essere stato scritto da
un altro “Babau” come Nick Castle, aiuta), per mostrarlo la prima volta
Spielberg impiega quaranta minuti e prima ci mostra solo il suo uncino, come
viene celebrato dai pirati e montato al posto della mano mancante, dopodiché
regala un primo piano sullo sguardo stralunato e i denti (finti) marci di Dustin
Hoffman in grandissima forma, per la sua prova qui (e la presenza in “Neverland
– Un sogno per la vita” del 2004) il suo vecchio amico Gene Hackman, ancora si
rivolge a lui chiamandolo “Hook” (storia vera).

Le entrare in scena, quella belle, che ti strappano un sorriso.

Il capitano Giacomo Uncino (il doppiaggio italiano che conserva
i nomi tradotti usati nel film Disney del 1953 per me è una chicca aggiuntiva)
si esprime con un linguaggio forbito che il suo assistente Spugna (Lucio
Dalla
Bob Hoskins) deve tradurre in “piratese” ad una ciurma in delirio per
il loro capitano, ma che lui disprezza, perché è un maniaco depressivo («Non mi
fermare questa volta Spugna, fermami Spugna, fermami!») che sogna solo la sua
guerra, quella che metterà fine a tutte le guerre e la sua vendetta contro il
maledetto Peter Pan per avergli staccato una mano, e a ben pensarci anche qui,
Freud avrebbe delle cose da dire.

“Togli subito le mani dal mio uncino Lucio Dalla, o non dovrai stare solo attento al lupo”.

Il classico capo che appena un sottoposto ha un’idea, gliela
frega dicendo «Ho avuto una grande idea», un personaggio pericoloso e grottesco
che un po’ ride di sé stesso («Chi mi dà una mano?», «Io l’ho già fatto») un
po’ può permettersi di scherzare anche sull’altezza, non proprio da giocatore
di basket dell’attore che lo interpreta («Ti ricordavo molto più grande», «Per
un bambino sono un colosso») e se Lex Luthor era il ruolo da cattivo Pop di
Hackman, il suo amico Dustin Hoffman pareggia con il capitano Uncino.

Forse è anche vero quello che sosteneva Spielberg che
ritenendo troppo debole il secondo atto del film, quello più dedicato ai bimbi
sperduti, a cui Mad Max 3 viene sempre
associato, ha pensato di rifugiarsi nelle scenografie del film che sono
quattro in croce e per quanto ben fatte sembrano la giostra dei pirati di
Gardaland, ma che funzionano alla grande perché per gli attori, un set reale in
cui muoversi, saltare e giocare come bambini aiuta l’immedesimazione e
Spielberg riesce davvero a dare l’idea di un’Isola dove oltre ai pirati ci sono
gli Indiani e le sirene, un mondo magico che, mostrando poco, fa percepire al pubblico la grandezza dell’iconografia del mondo creato da J.M.
Barrie.

Lui invece, è sempre il più stiloso di tutti con quei capelli da Punk.

A mio avviso molto meglio del più celebre classico della
Disney “Le avventure di Peter Pan” (1953), dove il protagonista era un odioso
stronzetto che rapiva Wendy per schiavizzarla e gli Indiani uno stereotipo
raziale che occupava fin troppi minuti, da bambino non sono mai andato pazzo
per la versione Disney, anche per il semplice fatto che “Hook” non solo è un riuscito seguito per i personaggi, ma omaggia molto meglio lo
spirito della storia originale, raccontandone una completamente diversa, non
senza qualche strizzatina d’occhio, eh? Basta dire che la sigaretta doppia
fumata da Hook qui è la stessa del film del 1953, ma anche l’ultima
inquadratura con la finestra aperta, Spielberg ha saputo replicarla perfettamente
senza risultare fastidioso (hai capito GIEI GIEI Abrams come si fa?) ed oggi
che tanti registi si cimentano con seguiti di classici Disney, nel 1991
Spielberg aveva già mostrato loro la via: seconda stella a destra e poi dritto
fino al mattino… Al mattino in cui vi sveglierete dal sogno che stavate facendo
in cui eravate registi di talento come Spielberg! 

Come strizzare l’occhio senza irritare, capito GIEI GIEI?

Tra le cose che non ricordavo affatto dalle mie bimbo
visioni, ci sono di sicuro i cameo illustri in vari ruoli, tipo Gwyneth Paltrow
che interpreta Wendy in un paio di sequenze brevi, oppure Glenn Close con barba
finta nei panni del pirata che finisce nella “Bombiniera”, ma anche alcune
comparsate di natura musicale, come David Crosby nei panni di una dei pirati
della ciurma, oppure il “maledetto” Phil Collins nei panni dell’ispettore di
polizia che indaga sulla scomparsa di Maggie e Jack, in realtà quest’ultimo l’avevo
rimosso perché se penso a Filippo Collina perdo i miei ricordi felici e poi non
riesco più a volare.

Fun Fact: I due innamorati volanti sono interpretati da George Lucas e Carrie Fisher (storia vera).

Ma l’unico vero musicista nel film che si limita a fare
quello che conosce bene è John Williams che qui firma una colonna sonora che,
magari non è tra le prime cinque o sei che vi vengono subito in mente pensando al
lavoro del grande compositore (anche perché qualcuna notevole in carriera, l’ha
anche firmata), ma funziona alla grande, con il suo tema principale avventuroso
e molto piratesco che è davvero perfetto per l’atmosfera del film.

Quelli che, invece, mi sono rimasti marchiati a fuoco nella
mente sono un paio di cosette, a partire dai dialoghi del film che filano via
lisci come l’olio e risultano tutti piuttosto memorabili, dalle minacce di
Capitan Uncino («Non ci sarà battito di mani che ti riporterà da dove io ti
manderò»), passando anche per frasi magari meno altisonanti, ma che a me fanno
sempre ridere un sacco, tipo il «Sta nevicando!» di Tootles, oppure l’inorridito
«Gandhi mangiava molto più di così!» di Peter davanti ai piatti vuoti. Sto
aspettando il giorno di riuscire ad insultare qualcuno dandogli dello sputo
brodoso e appiccicoso di un lebbroso caccoloso e poi inseguirlo minacciandolo
di piantare pugnali nelle porte dei figli e dei figli dei loro figli, un giorno
ci riuscirò.

“Spera che ad Hollywood non ti scoprano, sei più efficace del botox”.

“Hook” è un film che dà ancora qualche lezione ai film
moderni anche per il semplice fatto di non spiegare i concetti chiavi ventitré
volte come succede in troppi film contemporanei, ma semplicemente di mostrarle
e lasciare che il pubblico le comprenda, tipo il modo in cui l’Isola che non c’è
faccia dimenticare, ma la madre di tutte le scene che oggi non sarebbe più
possibile mostrare al cinema è la fine di Ru-Fi-O, Ru-Fi-Oooooooo.

Dritto sparato tra i momenti più traumatici della vostra infanzia (il ricordo di questo trauma, vi è stato gentilmente offerto dalla Bara Volante).

Un momento di realismo crudissimo, gettato in faccia al
pubblico e che conclude nel modo più drammatico possibile una battaglia finale
giocosa, fatta di mitragliatrici spara uova e altre bambinerie del genere, una
scelta coraggiosa perché la trama elimina dalla scacchiera uno dei personaggi
più mitici creati da questo film, sacrificandolo per far arrivare a
destinazione il suo messaggio, nel suo essere stato così avanti rispetto al suo
tempo, “Hook” riesce comunque a risultare anche migliore, sicuramente di tanti
altri adattamenti delle fiabe di J.M Barrie visti al cinema.

Come vi dicevo, ho sempre preferito “Hook” al classico Disney
del 1953 e nella sfida contro il “Peter Pan” del 2003, oppure contro “Pan”
(2015), non c’è competizione, visto che il primo al massimo potrebbe sfidarlo a
chi fa sbadigliare più spettatori e il secondo a chi ha più scene con “Smells
like teen spirits” dei Nirvana utilizzata a caso, quindi no, non ho dubbi,
anche con un film considerando minore dal suo stesso regista, il migliore resta
sempre zio Steven, o per dirla nello spirito di questo film: BANGARANG Spielberg!

In barba a chi ci vuole male.
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