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House of Cards – Stagione 3: …And the winner is Kevin Spacey!

Mi ero
ripromesso di cercare di commentare gli episodi della terza stagione di House
of Cards uno ad uno, poi è successo, beh, è successo: Netflix, 13 episodi, uno
via l’altro, per endovenosa grazie!
Seguono
moderati SPOILER sulla stagione, lo dico solo perché vorrei evitare di essere
lapidato…

Abbiamo
assistito alla scalata al potere di Frank Underwood, un moderno Riccardo III
senza la gobba, raggiunto il tanto agognato Studio Ovale, il nostro Franco
Sottobosco si scopre vulnerabile.
La terza
stagione prometteva cose enormi, sì, perché l’idea che quel machiavellico
calcolatore ora fosse l’uomo più potente del mondo, era intrigante, Beau
Willimon, che ha firmato la maggior parte degli episodi di questa stagione, opta per una narrazione di respiro più ampio.

Chiedo scusa signor Presidente.

“Sometimes I think the presidency is the illusion of
choice” ci dice Frank, che apre la stagione togliendosi una sfizio sulla tomba
del padre (apre sempre le stagioni alla grande il nostro Franco eh!), ma forse
per la prima volta, lo vediamo traballare, un accenno di caduta che a mio
avviso prima o poi arriverà in questo dramma di stampo Shakespeariano. La serie
fiore all’occhiello di Netflix, sforna una stagione, a mio avviso, minore, palesemente
di transizione in attesa… In attesa di cosa? Beh, di “Underwood 2016” come
citano i cartelli elettorali: le Presidenziali che vedremo nella stagione
quattro.

Il “Gioco del Trono” di Underwood è meno fantasy e fin
troppo realistico. Sfido chiunque di voi a guardare Kevin Spacey e non
trovarci qualcosa di 100 altri politici reali, fino alla seconda stagione
era un personaggio corrotto dal potere assoluto, sempre a pilotare
macchinazioni che lo vedevano ergersi ad eroe silenzioso. Il terzo atto di
questo dramma non cambia le regole, ma le prospettive: come Presidente Franco
Sottobosco ha un grosso bersaglio puntato addosso.

“Se fossi nel cast di Game of Thrones, i Lannister mi porterebbero la colazione a letto”.

I primi sei mesi della sua presidenza non hanno dato
frutti: l’economia stenta, la disoccupazione aumenta. Il piano di Frank per porvi rimedio è un
drastico e costoso New Deal 2.0 chiamato America Works. Ostacolato dal Congresso, il nostro Presidente ha problemi a gestire anche la politica estera: la Valle
del Giordano è una polveriera pronta ad esplodere, il Presidente Russo Petrov è
l’uomo da cercare di convincere. A questo aggiungete la voglia di emergere di
Claire, il vero Casus Belli della terza stagione.

La volontà della signora di diventare un’ambasciatrice
dell’ONU crea più di una gatta da pelare a Frank, alla prese con Petrov. Ecco:
Petrov, presidente russo, divorziato, donnaiolo, interventista, amante della
bella vita, con un volto gelido ed inquietante, rigoroso nel passare sopra gli
oppositori politici e i gruppi Punk (vengono citate più volte le Pussy Riot)
che lo contestano… Ma chissà a chi sarà ispirato questo personaggio? Non riesco
proprio a capirlo…

Fantozziano caso di non dà la mano.

Per altro, nell’ennesima scelta di casting micidiale, il
presidente Russo ha il volto e le Duck Lips di Lars Mikkelsen, già diabolico
cattivo in un’altra terza stagione (quella di Sherlock) e fratello maggiore di
Mads, ovvero il mitico Hannibal televisivo (quando ricomincerà la terza
stagione anche di questa serie, sarà sempre troppo tardi…).

Un’altra faccia nota è quella di Paul Sparks, celebre per
la parte del Polacco con la risata irritante di Boardwalk Empire, qui nei panni
del giornalista Tom Yates, incaricato di scrivere un libro su America Works
che nei piani di Underwood, avrebbe dovuto essere il manifesto programmatico
del suo rilancio al sogno americano. Proprio il personaggio di Yates è quello
che scava di più nelle debolezze degli Underwood indagando sul loro rapporto,
teso come una corda di violino, fatto di non detto e di parole tabù.
Proprio il rapporto tra Frank e Claire tiene banco, non
voglio entrare nei dettagli, però li vedremo collaborare insieme sul terreno
difficile della politica estera e su quello della campagna elettorale delle
primarie, a rappresentazione di un cambiamento esteriore, metafora di un
cambiamento interiore. Vi dico solo che (per un po’) Robin Wright rinuncerà
addirittura al biondo, così tiro dentro anche gli appassionati di acconciatura,
tiè!

Gli uomini preferiscono le Robin Wright.

Questa è la stagione in cui tutti i personaggi devono
rendere conto della loro fedeltà a Frank Underwood, un leader che non chiede,
si aspetta di vederti lanciare tra le fiamme per lui e che ora ha anche i
galloni necessari a giustificare quella che è sempre stata la sua attitudine.

Tra i fedelissimi, il più tormentato sarà Doug Stamper
(Michael Kelly è straordinario e qui si conferma un attore gigante), molto
passa dalla mani del tormentato Doug, ancora alla ricerca della scomparsa
Rachel, si può quasi dire che questa stagione sia tutta sua: l’allievo fedele
che impara dal maestro…

“Quanto mi piace Netflix, posso guardare la mia serie tv anche facendo fisioterapia”

Mentre tutti i personaggi intorno a Frank cambiano
bandiera, si schierano, lo tradiscono, lo aiutano inaspettatamente, lui è
l’unico costante, a suo modo coerente (per quanto possa esserlo un politico).
Proprio lui che incarna quel male necessario, che con l’astuzia rigira tutti
quanti, impossibile non ammirarlo, almeno finché ci limitiamo alla finzione
televisiva…

Di fatto realizzi che come per Walter White, stai ancora
facendo il tifo per il cattivo. Quello che delude della terza stagione è forse
l’eccesso di aspettative, il fatto che incarni in sé il concetto per cui il potere
è più difficile mantenerlo che raggiungerlo. Di sicuro non deludono la messa
in scena, il talento di una maestosa Robin Wright e sicuramente non Re Kevin
Spacey, con un po’ di panza di troppo in questa stagione (ti voglio in forma
per le elezioni del 2016 Kevin!), ma come sempre in grado di fare il vuoto, un
leone pronto a mangiarsi tutti pur di tenersi il suo trono. Insomma non lo
volevo dire, ma lo devo dire: anche questa volta ha battuto tutti… And the
winner is Kevin Spacey!

Anche se si tratta a mio avviso di una stagione minore, House of Cards si riconferma una delle serie qualitativamente migliori del panorama, la serie tv che critica pesantemente la politica, ma allo stesso tempo riesce ad appassionare proprio gli stessi politici che critica, motivo per cui, nel 2016 saremo di nuovo qui, aspettando l’endovenosa di Netflix, sventolando la bandierina con su scritto “Underwood 2016”.



One nation under… God? Uhmm…




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