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House of cards – Stagione 4: Hillary Clinton o Donald Trump? Grazie, mi tengo Frank Underwood

Questa parte
dell’anno è strapiena di serie tv di tutto rispetto da guardare, ma quando
Netflix rilascia in blocco tutti e tredici gli episodi della quarta stagione di
“House of cards”, fermi tutti, parla Frank Underwood!

Da qui in poi
seguono moderate anticipazioni (noti anche presso i giovani come SPOILER),
quindi occhio, vi avverto per correttezza, anche se cercherò di restare sul
vado il più possibile.
La prima cosa
che viene da dire guardando questa stagione di “Casa di carte” è che sembrano
tornati i fasti della prima (fantastica) stagione della serie, anzi, senza il
timore di risultare troppo enfatico, posso dire tranquillamente che si tratta
della miglior stagione da quella di esordio, per certi aspetti anche migliore. Specialmente dopo la terza, apprezzabile,
ma spezzettata, durante la quale a tener banco sono state le (bizzarre) bizze di Claire
e uno scontro con Petrov, primo ministro russo identico in tutto e per tutto
(specialmente nella stronzaggine) a Vladimiro Primo Zar di tutte le Russie.
Questa
stagione di “House of cards” è nettamente divisa in due parti, non a caso i
primi sei episodi, mostrati in anteprima alla stampa, hanno raccolto commenti
entusiasti, ma è nella seconda metà della stagione che la serie sale
ulteriormente di livello.



“Cosa ci fa una Scream queen come te in un posto come questo?”.
Beau Willimon
come il personaggio principale Franco Sottobosco, decide di percorrere una
strada pericolosa, enfatizzando ogni dettaglio quasi al limite del manierismo,
ma al netto dei risultati, la sua tattica paga i giusti dividendi, “House of
cards” riesce, romanzando ed andando sopra le righe, a portare in scena il “gioco
del trono” che si svolge nei corridoi della Casa Bianca. In soli tredici
episodi, assistiamo alle primarie Democratiche che vedono Underwood impegnato
contro l’avversaria Heather Dunbar (Elizabeth Marvel), al ritorno di una
vecchia conoscenza della serie, che con la sola presenza, porterà al colpo di
scena di metà stagione, non impossibile da intuire con un paio di episodi di
anticipo, vero, ma perfettamente integrato nella trama e gestito magnificamente.
Tutta la prima
metà della stagione vede i coniugi Underwood separarsi come mai prima d’ora,
per poi ritrovarsi più uniti che mai, pronti ad affrontare la seconda metà di episodi e la vera campagna elettorale contro il candidato Repubblicano Conway
(Joel Kinnaman).



“Quindi tu saresti Robocop? Già mi manca Peter Weller…”.
Joel Kinnaman
è il bisteccone sotto il casco (nero) del RoboCop, quello del remake, ma lo abbiamo visto anche in Run all night, nello
spettro dei colori è l’esatto opposto di Franco Sottobosco, giovane, alto,
slanciato, sorriso perfetto, attivissimo sui principali sociale Network e
maniaco delle selfie al limite (se non oltre) l’irritante, ma soprattutto,
perfetto padre di famiglia, dettaglio che genera la più bella battuta di Kevin
Spacey della stagione… Questa!



Il mio nuovo fondoschermo del PC.
Ma nella trama
si incastra anche una mini crisi con la Russia e il fondamentalismo islamico, rappresentato
dalla ICO, versione immaginaria della purtroppo fin troppo reale ISIS, ma non è
tutto, anche l’inchiesta giornalistica è da considerarsi una delle carte, che
con ammirevole capacità di equilibrio Beau Willimon ha saputo mettere una
vicino all’altra costruendo il castello di questa bellissima stagione.
Attraverso
scene oniriche con rubinetti gocciolanti sangue e ritorni illustri (come quello
di Peter “The Strain” Russo e Zoe “Fantastic 4” Barns) la serie
aumenta il livello dell’ambiguità e può permettersi anche meno Kevin Spacey
del solito, non perché sia meno bravo (anzi), ma perché nel corso della stagione
(e delle stagioni) anche Claire Underwood è salita di colpi.
Se Kevin
Spacey pare quasi che non reciti per quanto è a suo agio nei panni di Franco
Sottobosco, Robin Wright è magnetica e spietata nei panni di Claire, oltre a
dirigere da regista quattro episodi della stagione, il suo personaggio in molti
momenti è più risoluto del marito, il tutto senza scomporsi mai, in una
performance magnifica, la First lady riesce a diventare l’unica in grado di
dare filo da torcere al marito, oppure di aiutarlo anche nei momenti più bui,
Claire dimostra di poter tener testa (direttamente o indirettamente) a capi di
stato, avversari politici e al presidente degli Stati Uniti d’America.



Alle prossime elezioni voterò Robin Wright, ma non ditelo a Sean Penn…
Il finale in
tal senso è rappresentativo, quando la serie (e gli Underwood) toccano il loro
apice di cattiveria, per la prima volta, Claire insieme al marito Frank rompe
il muro della quarta dimensione e rivolge lo sguardo direttamente a noi
spettatori, dimostrando che ormai gli Underwood non sono più solo marito e
moglie, Presidente e First Lady o candidati per il partito democratico, sono un
solo spietato essere a due teste una più letale dell’altra, eppure, siamo ancora
tutti qui a fare il tifo per loro.
Perché esagerando
e sottolineando tutti i tick e le idiosincrasie del potere, Beau Willimon mette
in chiaro che la politica è un gioco di sorrisi pubblici per mascherare
porcherie fatte di nascosto, questa serie ci fa fare il tifo per un cattivo
(come Breaking Bad) regalando più coscienza di come funzionino davvero le cose
nella realtà (come The Wire) e lo fa enfatizzando il lato teatrale: più Frank
Underwood si rivolge al pubblico, più facciamo il tifo per lui, il tutto grazie
ad una regia tesissima senza momenti di stanca, in nessuna delle 13 ore dello
Show di punta di Netflix.

Scrivania vuota e completo ‘Blue Navy’, prevedo una tragedia…
Il bello di
tutto questo è che quel finale, cattivo e nerissimo, lo conosciamo già perché lo
abbiamo visto fare a tanti presidenti americani reali, l’arte che porta in
scena la realtà spiegandone trucchi e raggiri ed ora che Netflix ci ha abituati
ad un’intera stagione rilasciata in un giorno, sarà più difficile abituarsi alla
lunga attesa in vista della prossima, specialmente dopo una stagione
incredibilmente bella (e cinica) come questa.
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