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House of cards – Stagione 6: Fate un nuovo Presidente (Benvenuti nel regno del politicamente corretto)

Quando è finito “House of cards”? Ok, lo so che formalmente
risulterà per sempre terminato con l’ultimo episodio di questa brevissima (e
anche inutile) sesta stagione, ma non era già finita prima questa serie?

Forse era finita con la bellissima scena finale della
stagione due, quando Frank Underwood (un attore il cui nome che non si può
pronunciare, figuriamoci scrivere) batte due volte l’anello sulla scrivania
della sala ovale, dopo aver surclassato tutti i suoi avversari? No, forse, la
serie è finita davvero alla fine della quarta stagione, una delle migliori della serie, con Frank e Claire a parlare in
camera allo spettatore, ma per la prima volta come coppia. No, penso che “House
of cards” sia terminata alla fine della quinta stagione, un’annata che non ho particolarmente amato, ma in cui almeno
questo serie aveva ancora un’identità, una direzione, anche una certa qualità.

Ma forse, a ben guardare, “House of cards” è terminata nella
stagione cinque e mezzo, quella che non trovate su Netflix (o su Sky Atlantic,
in uno strambo Paese a forma di scarpa) che, però, avete seguito tutti, anche se
non avete mai visto nemmeno un episodio della serie creata da Beau Willimon, se
non ve la ricordate vi riassumo velocemente la trama.

“Ti ho detto di far sparire tutto, anche il suo vecchio anello” , “Si Sauron, ehm signora!”.

Frank Underwood viene accusato di molestie sessuali da un
amante proveniente da un’era geologica precedente, ammette le sue colpe
pubblicamente e lo fa nel modo peggiore possibile: facendo “Coming out” sulla
sua omosessualità e, di fatto, dipingendosi un bersaglio in mezzo agli occhi. Sì,
perché la comunità Gay che avrebbe fatto carte false fino a qualche tempo
prima, per poter contare tra le sue fila uno della sua caratura, non gradisce che
le parole “Omosessualità” e “Molestie sessuali” compaiano nella stessa frase
(come dar loro torto?), quindi abbandonano Underwood che diventa il capro
espiatorio della grande falce moralizzatrice che cala su Washington
(interpretata per l’occasione da Hollywood).

Flashforward, dopo aver eliminato dallo scacchiere il
mostro, ora Washingwood è un posto bellissimo, dove nessuno molesta più
nessuno e se qualcuno ti abbraccia è solo per incoraggiarti che sì, un giorno
farai l’attore come hai sempre sognato, nelle strade tutti cantano felici:
“E non ci sono gatti in America e ci regalano il formaggio!” (Cit.). Insomma:
tutti vissero felici, moralisti e contenti.
Volete sapere la mia? No? Tanto ve la dico lo stesso. Se
avete apprezzato questa serie, dimenticatevi dell’esistenza della stagione
numero sei, non perdete nemmeno tempo ad iniziarla, perché è senza ombra di
dubbio la peggiore di tutta la serie e l’allontanamento dell’attore che non
può essere citato, è davvero l’ultimo dei problemi.

Quanta strada, una volta era solo una principessa ora è il Presidente degli Stati Uniti.

Visto che, a differenza di questa sesta stagione, non ho
intenzione di ignorare l’elefante al centro della stanza, vi posso dire che
tutto quello che penso dell’affare Spacey è ben descritto qui, in uno dei pezzi più lucidi che ho avuto modo di leggere,
nei mesi di massacro mediatico, in cui tutti quelli che lavorano ad Hollywood
hanno cercato di non ritrovarsi imbrattati, nel momento in cui la merda ha
colpito il ventilatore, per usare un’espressione cara alla Yankee. Fatta questa
doverosa precisazione, andiamo avanti.

Mi rendo conto che sia stata un’impresa titanica per gli
sceneggiatori di “House of cards”, doversi inventare trame completamente nuove
e un modo che fosse il più logico possibile, per far fronte ad una serie Frank
Underwood-centrica che, improvvisamente, ha dovuto trovare prima il modo di
proseguire senza il suo assoluto protagonista e poi concludersi, per altro, in
soli otto episodi, contro i canonici tredici che hanno sempre composto le altre
stagioni. Purtroppo, al netto del risultato finale, l’impresa, per quanto
complessa, è del tutto fallita.
Claire Underwood ha ereditato il ruolo di Presidente degli Stati Uniti dal defunto marito, morto tra una stagione e l’altra ufficialmente,
per i suoi problemi di salute, anche se la rivelazione sulla vera dipartita di
Frank arriverà solo nell’ultima puntata. Il mandato del secondo Presidente
Underwood inizia nel peggiore dei modi, il gradimento è bassissimo e volano
anche minacce di morte per Claire, ma a volare nel primo episodio è prima di
tutto un pennuto.

“Nessun animale è stato maltrattato nella realizzazione di questa serie, giusto un ex attore premio Oscar, ma lui non conta”.

Sì, perché Claire sente un rumore nelle stanze della Casa
Bianca, un passerotto intrappolato tra l’incavo delle pareti che la donna
libera, pronunciando il nome del marito, Francis nel momento in cui fa svolazzare via il pennuto. È il primo episodio della sesta stagione, deve
ancora partire la sigla e per me “House of cards” è già finito, no sul serio?
Siamo a questo? Alla metafora dell’uccello che probabilmente farebbe felici
tutti gli psicologi Freudiani là fuori?! Tranquilli, poi la stagione peggiora.

Purtroppo, il protagonista non è l’unica defezione illustre,
ad esempio, con altrettanta facilità è stata fatta fuori anche LeAnn, il
personaggio interpretato da Neve Campbell (lei chi ha molestato?), ma il vero
problema arriva dalla nemesi opposta a Claire, anzi, dalle nemesi, visto che si
tratta di Bill e Annette Shepherd (rispettivamente Greg Kinnear e Diane Lane),
eredi di un grosso consorzio molto influente e fieri oppositori del nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Il problema è che gli Shepherd non hanno abbastanza carisma
per tenere testa a Claire, inoltre, sono due personaggi affogati in sottotrame
poco efficaci (come quella del figlio Duncan), oppure molto confusionarie,
perché l’altro grosso problema di “House of cards” sono il numero di giorni, settimane
e mesi che passano all’interno della storia, tra un episodio e l’altro, questo
diluisce molto l’efficacia dei personaggi (se sei molto arrabbiato con qualcuno
adesso, magari lo sarai meno tra qualche mese, no?), ma soprattutto rende questi
otto episodi molto complicati da seguire, intrappolati in un lungo valzer di
personaggi che “fanno cose e vedono gente” (quasi-cit.) che risulta più
pesante, rispetto ai canonici tredici episodi che hanno sempre composto lo
standard delle stagione di “House of cards”. Basta così con i difetti? Col
cavoletto! I peggiori devono ancora arrivare.

“Papà qual è il nostro ruolo nella serie?”, “Siamo un po’ come il PD, ci opponiamo, ma senza disturbare”.

Dopo aver dato un calcio al secchio del latte alla chiarezza
degli eventi sullo schermo, la sesta stagione di “House of cards” pensa bene di
dare una scalpellata anche ad un altro dei punti di forza di questa serie,
ovvero il realismo legato alle trame burocratiche. Senza quasi mai dover
ricorrere a pesanti spiegoni ammazza ritmo (oppure quei pochi, delegandoli al
carisma di Frank Underwood) questa serie ha sempre saputo utilizzare manovre
politiche prese dalla costituzione americana, sfruttandole per portare avanti
una trama di finzione, quando al telegiornale si sente parlare (per fortuna
raramente) di blocco delle attività amministrative (il famigerato “government
shutdown”) ti ricordi di quando Underwood lo ha provocato per i suoi fini a
metà della stagione quattro, una buona abitudine che qui va drammaticamente
persa.

Ho apprezzato che attraverso il personaggio di Claire, gli
autori abbiano cercato di far arrivare il messaggio che un “Matriarcato”
potrebbe essere pericoloso quanto il suo equivalente maschile (e maschilista),
ma è davvero improbabile che per numero di donne coinvolte nella politica
americana, la nuova presidentessa possa formare un gabinetto tutto al femminile,
però vuoi mettere la soddisfazione di rispondere pubblicamente alle possibili
critiche dicendo: “Abbiamo eliminato il nostro ingombrante protagonista, lo
abbiamo fatto brillantemente sostituire da una donna brava quanto lui a
recitare e per di più dipingiamo di rosa tutta la trama, proprio per essere
sicuri di essere dalla parte della ragione”.

“Chiunque ha un pene, è pregato di lasciare questa stanza”.

Personalmente, ci ho visto parecchia vecchia e cara
“Paraculaggine” in tanti passaggi della trama, ma quello che ho trovato più
assurdo è il modo in cui i due sopravvissuti di questa serie, Claire e Doug,
siano stato completamente snaturati. Ecco, questo per me rappresenta il peccato
massimo della sesta stagione di “House of cards”.

Vi ricordate quando Frank e Claire sono diventati il simbolo
delle coppie orgogliose di non avere figli e in perfetta complicità anche dopo
tanti anni di matrimonio? In questa stagione hanno trovato il modo di far
cadere anche l’ultimo tabù, in nome di un colpo di scena degno di una soap
opera argentina per concludere l’episodio 6×06.
Inoltre, Doug, il fedelissimo di Frank Underwood, ne esce come
un pupazzo sovraesposto, prima burattino e poi avversario di Claire, il tutto
mentre molti personaggi importanti vengono cancellati dalla trama con un colpo
di spugna. Quando poteva essere determinante il giornalista Tom Hammerschmidt (Boris
McGiver) nello svelare tutti gli altarini degli Underwood? PAF! Colpo di spugna
problema risolto.

Come gettare alle ortiche un gran personaggio, ciao Doug, non è colpa tua.

Che “House of cards” fosse una tragedia di stampo
shakespeariano era chiaro da sempre, Frank Underwood, a suo modo, è sempre stato
un moderno Riccardo III (non è parente di Rocky, se ve lo state chiedendo) ci
sta che il dramma si focalizzi sui due personaggi più carismatici,
sopravvissuti alla sua dipartita, Michael Kelly è un attore davvero intenso,
qui le prova davvero tutte per tenere su il suo Doug Stamper che, purtroppo, fa
la fine della bandierina durante una tempesta, a seconda di come torna comodo
agli sceneggiatori, Doug cambia atteggiamento, fino a quel finale che ho
trovato inutilmente assurdo, non è proprio possibile che accada un fatto del
genere, in quella location, senza nessuna conseguenza, infatti gli
sceneggiatori non se ne curano, nell’ottica della soap opera argentina che è
diventata “House of cards” con questa ultima, pessima stagione. Chissenefrega
della logia, l’importante è mandare a segno colpi ad effetto, per non dare a
vedere che il re è morto.


La regina, dal canto suo è fenomenale, Robin Wright è
bravissima, ha dimostrato in sei stagioni di aver davvero capito in pieno il
personaggio di Claire Underwood, non le si può criticare nulla, quello che fa
davvero arrabbiare è che “House of cards” avrebbe potuto andare avanti altre
dieci stagioni senza Frank, con Claire come assoluta protagonista,
magari scrivendo trame che vadano oltre il bignamino, quando si tratta di
parlare di una donna che deve sgomitare in un ambiente quasi esclusivamente
maschile, ecco.

“Stagista? Io non sono la stagista sono il Pres… Portatemi la valigetta con i pulsanti”.

Questa è la vera delusione, sarebbe bastato proseguire sul
livello qualitativo visto nelle cinque stagioni precedenti, oppure semplicemente
chiudere, perché alla luce del risultato è chiaro che questa sesta stagione,
sia stata messa su alla meno peggio, solo per onorare i contratti già in essere
firmati da Netflix.

Resta il fatto che “House of cards” ha fatto a suo modo la
storia delle serie tv, è stata la serie di punta di Netflix, una di quelle che
ha maggiormente contribuito a sdoganare la celebre piattaforma di streaming,
riuscendo anche a convincere grandi attori a lavorare sul piccolo schermo e qui
arriviamo al punto: con una stagione così profondamente sbagliata che ha
snaturato tutto, anche i suoi protagonisti, invece di nascondere sotto il
tappeto l’assenza di Kevin Spacey, non hanno fatto altro che esaltarla, quindi
alla fine chi ha vinto? Sempre lui, ed ora vi beccate un pezzo di Caparezza a
tema tiè! 
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