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Hudson Hawk – Il mago del furto (1991): You could be better than you are…

Dunque, tra
titolo, didascalie e tutto il resto, dovrebbero volerci circa cinque minuti e trentadue
secondi per leggere questo post. Facciamo cinque e trenta? “Swinging on a star”?
Sigla!


Il New Jersey è
un posto con una mistica tutta sua, non dico certo che si tratti del luogo più
raffinato del mondo, quello proprio no, è la patria dei mafiosi in stile Tony
Soprano, la loro squadra professionistica NBA, i Nets, finché ha giocato in
questo Stato prima di trasferirsi a Brooklyn, giocavano in un palazzetto
collocato all’uscita della tangenziale, nel mezzo di una palude (storia vera),
non ha mai vinto niente, ma ha collezionato storie di sfighe incredibili,
possibili solo in un posto come il New Jersey.
Uno stato che ha due
mostri leggendari, Il diavolo del Jersey, creatura semi equina che si vocifera
viva da quelle parti e il decisamente più noto “Devil with the BRUCE dress
on”, inteso come Bruce Springsteen, mito e icona della classe operaia che ben
rappresenta con la sua musica. Un posticino decisamente di provincia il New
Jersey, tanto che gli snob della vicina Grande Mela lo etichettano come “La
discarica di New York”, un posto da cui sono arrivati Kevin Smith, Toxic
Avengers, Bon Jov… Bon Jo… Non riesco nemmeno a pronunciarlo e quel
programmino raffinato noto come “Jersey Shore” insomma, il New Jersey ha
davvero una sua mistica.



Asbury Park, New Jersey. Ed un suo abitante piuttosto famoso.

Sapete chi è del
New Jersey? Bruce Willis, non credo necessiti di presentazioni e quando sei un
ragazzo del New Jersey appassionato di musica i punti di riferimento sono
fondamentalmente due: uno è il già citato Boss, l’altro invece è “The Voice”,
Frank Sinatra.

Ecco, Bruce Willis
è cresciuto nel mito di Sinatra, ha anche pubblicato un paio di dischi in cui
cantava qualche classico, Bruce non ha una gran estensione, ma è intonato e
apprezza tutta quella roba di classe, Sinatra, Dean Martin, Bing Crosby, Vaughn
Monroe, sapete no? Let It Snow! Let It Snow! Let It Snow!
Siccome il Jersey
sta ad un tiro di schioppo da New York e i suoi locali Jazz, Bruce attraversava
l’Hudson, il fiume che divide i due stati per sentir suonare il suo amico Robert
Kraft, jazzista, cantante e compositore anche per il cinema, anzi faceva di
più, suonava l’armonica nel gruppo di Kraft ed uno dei pezzi del gruppo s’intitolava proprio “The Hudson Hawk”, perché Hawk, il falco, è il nome in gergo
della tramontana che soffia dal fiume. Chiacchierando sul testo della canzone,
i due amici fantasticavano che Hudson Hawk, poteva essere soltanto il più
grande ladro acrobata del mondo, un tipo giusto, un “Cool cat” per dirla in
gergo Jazz. Nella testa di Bruce inizia a fermentare un’idea, salto in avanti
della storia.



Vi presento il famoso cantante Bruno Volontè.

1990, Bruce ha
fatto il botto infilandosi nella canotta di John McClane, è grossomodo il divo più bollente degli anni ’90, come esce di
casa si ritrova per le mani due o tre numeri di telefono di altrettante
signore, 58 minuti per morire è un enorme successo, va tutto bene e il
produttore Joel Silver pende dalle sue labbra, è il momento giusto, Bruce sa
che può chiedere tutto perché tutto gli verrà concesso.

Silver produce, mentre
Bruce insieme al suo amico Robert Kraft firmano il primo soggetto iniziando una
carriera di sceneggiatori che finirà subito con questo film. Siccome Joel
Silver è strapotente e in missione per conto di Bruce, per trasformare l’idea
dei due amici in una sceneggiatura vera, fa venire giù colui che ha scritto i
primi due “Die Hard” ed un’altra
robetta da niente come Commando: Steven
E. de Souza, se volete sapere la mia, la miglior mossa del mondo.
Per darvi
un’idea, alle musiche questo film si gioca oltre allo stesso Kraft solamente un
gigante come Michael Kamen e Dante
Spinotti solo uno dei più grandi direttori della fotografia del pianeta,
brutto?



La sicurezza di chi va incontro ad un disastro, però con gran stile.

“Hudson Hawk – Il
mago del furto” esce nel Marzo del 1991, ai botteghini colleziona risate, ma
non nel senso sperato, costato circa 60 milioni di ex presidenti spirati
stampati su carta verde, incassa meno di una barretta di Kit Kat, o di Bounty
fate voi. Ma personalmente me ne frego, perché per un ragazzino come me, che si
tritava Trappola di cristallo anche
otto volte a settimana, mi bastava ci fosse Bruce, non so nemmeno quante volte
mi sono visto e rivisto questo film nei vari passaggi televisivi, pensate che
avevo anche il videogioco, non sul Nintendo (“Cos’è il Nintendo?” cit.), ma
sull’Amiga, era orrendo, ma il film mi piaceva così tanto che ci giocavo
comunque.

A distanza di
anni è chiaro che “Hudson Hawk” era un film scritto, diretto e pensato per
assecondare l’ego e i sogni musicali di Bruce Willis, un grosso omaggio allo
Swing di Dean Martin e Frank Sinatra, con un umorismo che oggi definiremmo post
moderno, ma nel 1990 non ha capito nessuno. La definita pietra tombale sugli
eroi d’azione ironici che lo stesso Bruce aveva contribuito a creare con John
McClane. Me lo sono rivisto qualche giorno fa, se uscisse oggi, al netto di
qualche difetto, probabilmente andrebbe molto presso il grande pubblico,
proprio per questo, mi sembra il candidato ideale per la rubrica dei Bruttissimi
di Rete Cassidy!

L’intento di
questa non-rubrica è sempre lo stesso: parlare di quei film oggettivamente
brutti, ma con carattere, non è una celebrazione del brutto fine a se stessa,
ma un modo per ricordarci che anche le ciambelle venute fuori senza il buco
possono essere gustose da mangiare.
Impressionante
anche per me la chiarezza con cui ricordavo la trama e praticamente tutti i
dialoghi del film, che filano via lisci e suonano benissimo, musicali in un
film in cui la musica ha il suo peso, anche quando Steven E. de Souza si gioca
una freddura da scuola media, un attimo dopo arriva una battuta da far venire
già il teatro, troppo facile voler bene a de Souza per Commando provate a volergli bene per Hudson Hawk!



Sarò anche stato l’unico a giocarci, ma il videogioco esisteva davvero!

Il film si apre
con Bruce Willis che esce di prigione, il cappotto nero, un cappello dello
stesso colore che urla Jazz e la faccia da schiaffi di chi è legittimato a fare
quello che sogna da una vita, il tipo figo alla Sinatra, Eddie “Hudson
Hawk” Hawkins, per tutto il tempo del film chiamato da tutti il Falco
(chissà cosa combinerebbero oggi con i doppiaggi moderni) è il più grande ladro
acrobata del mondo, un artista del furto con scasso capace di rubare qualunque
cosa divertendosi un mondo mentre lo fa, se mai una pellicola si è avvicinata
alla vostra idea di un film su Lupin III, è stata questa.

Ad aspettarlo
fuori di galera l’amico Tommy, interpretato da un altrettanto divertito Danny
Aiello, amico di vecchia data di Bruce Willis tirato dentro per la parte
(storia vera), i dialoghi filano via così bene che in un attimo sappiamo tutti
dei personaggi, il Falco è uno vecchia scuola fuori dal mondo da così tanto che
non sa nemmeno cos’è un Nintendo, finalmente libero vorrebbe solo bersi un
cappuccino, (“Preferisci quella roba schiumosa ad un virile espresso?” , “Sarò un
po’ effemminato” occhio perché posso citarvelo tutto a memoria), peccato che
non riesca mai a togliersi la voglia almeno fino ai titoli di coda, in una gag
ricorrente che si ripete cinque volte nel corso del film.



Nella vita, tutti si meritano qualcuno che li guardi come Hudson guarda il suo cappuccino.

Prima notte da
uomo libero ed il Falco è di nuovo incastrato in un lavoretto per liberarsi di
un paio di mafiosi locali i fratelli Mario, uno dei quelli interpretato dal
fratello di Sylvester Stallone, ovvero Frank Stallone, il fatto che Bruce
faccia una battutaccia sulla stupidità dell’altro fratello Mario, dà materiale
sul fatto che tra Willis e Sly i rapporti siano sempre stati un po’ tesi fin
dai tempi dei ristoranti “Planet Hollywood”. Ah, comunque, è tutta una vita che
aspetto l’occasione giusta per rispondere a qualcuno: «Normalmente direi se lo
vada a prendere nel culo, ma visto il suo rango altolocato le dirò, se lo
collochi nel deretano» prima o poi lo farò davvero così
finirò al gabbio come il Falco.

Cosa deve
trafugar… Ehm, recuperare il Falco? Tre delle più famose invenzioni di Leonardo
Da Vinci, dentro il quale il genio ha nascosto i tre pezzi di una specie di
grosso diamante, il cuore pulsante della più grande invenzione di Leonardo,
ovvero la “Machina Aurum”, la macchina dell’oro per chi non conosce il Latino (come
dice lo schizzatissimo cattivo Darwin Mayflower interpretato dalla faccia da
cocainomane di Richard E. Grant), uno strumento capace di trasformare il piombo
in oro che diventa l’occasione per infilare nella storia la statua del cavallo
di Da Vinci, la sua macchina volante ed il “Codice di Leonardo” esposto nei
musei Vaticani, in pratica una presa in giro del romanzo “Il codice Da
Vinci” tredici anni prima dell’uscita del libro, quindi mi prendo solo un
minuto per dire una cosa che mi sta molto a cuore: Dan Brown? Puppa la fava!
Prrrrrrrr! Ok, fatto, ora mi sento molto meglio.



“Quello laggiù è Dan Brown!” , “Stai pronta, al mio tre un bello sputo forte!”.

Per recuperare la
statua del Cavallo, Il Falco e Tommy devono farsi una casa d’aste, il tutto nel
loro stile, tra una battuta sul peso di Tommy e l’altra (“Andiamo silfide!”) e dei
dialoghi che da soli salvano una trama che potrebbe funzionare giusto in un
cartone animato, magari proprio di “Lupin”. Ma dove “Hudson Hawk” vince tutto è
proprio nella messa in scena.

Ogni porta si aprirà chissà perchè, se l’accarezza Lupin Hudson Hawk.

Il regista scelto
da Silver era Michael Lehmann, quello di “Schegge di follia” (1988) e lo
spassoso “Airheads” (1994), uno con zero esperienza di film d’azione che, però,
accetta la regia entusiasta dichiarandosi fan di Bruce Willis, pessima idea
avere un Divo in preda al suo super ego ed un regista zerbino, infatti i due
sul set hanno finito per prendersi per i capelli su parecchie divergenze
creative (storia vera) dettaglio che getta un’ombra anche sulla futura
“capigliatura” di Bruce.

Lehmann tiene
insieme un film che è un pastrocchio di idee buttate dentro, ma gli basta
fondamentalmente una scena, chiaramente voluta da Bruce Willis per entrare nel
mito. Tommy e il Falco non usano gli orologi per i loro colpi, determinato il
tempo per svuotare un posto, scelgono una canzone ed entrano in azione
canticchiandola, mentre fanno fare una figura di niente ai guardiani, tra
skateboard e nastri riavvolti, i due se la spassano sulle note di “Swinging on a
star” ed è già leggenda. No, sul serio, basta questo per entrare nel mito!
Ancora oggi aspetto il momento di dire: 5 minuti e 32 secondi, “Swinging on a star”?
E partire a fare qualunque cosa, non importa cosa, basterà farla cantando!



…Or would you rather be a Bruce?

…A Bruce is an animal with strange, funny hairs.

Il resto è un
delirio di nemici folli, come l’agente della CIA che fa battute sulla CIA (“Ai
miei tempi si chiamava farmaCia”) interpretato da quel mito di James Coburn e
la sua banda di assassini con i nomi dei più famosi snack, tipo Bounty o Kit
Kat che, per altro, è interpretato da David Caruso, l’Horatio Caine di CSI
Miami, che qui interpreta una specie di assassino muto più simile ad un mimo che ad un
certo punto si esibisce in un’imitazione di Bruce Willis e così senza ragione,
prima di morire passa un bigliettino ad Andie MacDowell con su scritto “Ti ho
sempre amata”… Così, senza ragione, in una trovata da cartone animato che mi fa
sempre ridere.

Quando costringi Horatio Caine a farti da Mini Me, vuol dire che sei proprio un divo.

Sì, perché non si
spiegano in altro modo le trovate assurde del film, il pazzesco inseguimento
con i fratelli Mario in ambulanza e Bruce Willis su una barella (!) che riesce
al volo a lanciare le monetine necessarie a far aprire l’asta del casello, in
una mossa degna di Willy il coyote.

“Mi avevano detto che oggi sarei stato su una bara volante non su una barella volante!”.

Oppure, i due
follissimi nemici, i Mayflower Darwin, ma soprattutto Minerva che nella
sceneggiatura originale non c’era, ma al provino Sandra Bernhard ha fatto così
ridere Willis che ha pensato di trasformare il cattivo in una coppia di cattivi
(storia vera). Due megalomani con un piano da cattivi dei fumetti di dominio
mondiale talmente scemo che non ve lo sto nemmeno a dire, meglio godersi Richard
E. Grant che dice cose tipo «Tu non ci crederai, ma io sono un ragazzo normale»,
oppure la Bernhard che canta stonata “I got the power”, mentre lancia la pallina
al cagnetto Birillo (“Birillo? Palla pallina”) e qualcuno mi fermi prima che io
cominci con il resto dei dialoghi mandati a memoria.

Sono tipo Mignolo e Prof, però più sotto l’effetto di sostanze.

Il film non
prende sul serio niente, anche la bella di turno Anna Baragli proveniente dai
musei Vaticani, è interpretata da una Andie MacDowell che fa fatica a non far
trasparire quanto si stia divertendo, tutti sanno che lei è una suora, tranne il
Falco, quindi oltre al Cappuccino impossibile abbiamo la seconda gag ricorrente
della storia. Ora, magari molti di voi si ricorderanno di Andie MacDowell per
qualche commedia e la pubblicità dello shampoo per capelli, ma ogni volta che
penso a lei mi viene in mente mentre narcotizzata da Minerva, la manda fuori
dagli stracci facendole l’imitazione del verso del delfino, una roba da trapano
nel cervello che mi fa ridere come un cretino tutte le volte.

“Non ti ho già vista nella pubblicità dello shampoo?” , “Tranquillo, tra qualche anno tu non ne avrai più bisogno”.

Una buona parte
del film è stata girata in Italia, motivo per cui, come tutti i film americani
ambientati qui da noi, quando si conoscono i luoghi reali, tutte le modifiche
fatte per la storia sono dei clamorosi pugni negli occhi, dai andiamo, la
cabina del telefono (della SIP per altro) nel bel mezzo di piazza Navona a
Roma?

Ovviamente, gli
Italiani (tranne Andie MacDowell) sono tutti rappresentati nel più stereotipato
dei modi, i classici mangiaspaghetti, il che è un po’ strano vista l’enormità
di Italiani che stanno nel New Jersey, o magari anche no, ma cosa volete
aspettarvi da un film in cui Leonardo Da Vinci (nel doppiaggio italiano) parla in Toscano e vedendo i
denti storti della modella che posa per il sorriso della “Gioconda” bestemmia
una roba tipo “Maremma boia”, eh su dai!



Comunque meglio di qualunque puntata di “Da Vinci’s Demons”.

La scena finale
del castello, invece, è stata girata in parte a San Leo, vicino Rimini, dove
Bruce e il resto del cast era andato a svernare in una pausa delle riprese
(storia vera), bisogna dire che la seconda canzone improvvisata da Tommy e dal
Falco, “Side by side”, non risulta efficace come la prima “Swinging on a star”
e a dirla tutta, anche il modo in cui Tommy torna prima dei titoli di coda,
salvando un enorme buco di sceneggiatura con una battuta, è una clamorosa
puttanata, qualcuno potrebbe anche dire come tutto il film che, però, c’è poco
da fare: resta un oggetto unico nel suo genere, a mio avviso, ancora divertente
da morire.

La chimica tra
gli attori fa moltissimo, basta guardare come Danny Aiello riesce a farsi serio
nel suo monologo «Ho amato le sigarette dalla prima volta che ho visto la
scritta vietato fumare», inoltre questo film con i suoi gran dialoghi mi ha
regalato uno dei miei preferiti: «Ma perché questi cortili di Roma sono pieni
di sassi e di rottami?», «Loro li chiamano ruderi».



“Quelli invece come li chiami?” , “Quelli sono i lettori della Bara Volante, fagli un saluto dai”.

Ancora oggi ogni
tanto Bruce Willis, intervistato da qualche giornalista, difende a spada tratta
questo film, se le cose fossero andare come da desiderio di Bruce, oggi tutti
dovremmo ricordarci di lui come dell’attore che ha impersonato Hudson Hawk e
non quello che faceva John McClane. Sarà… Ma io McClane me lo tengo stretto,
però, a suo modo, anche il Falco è un mito per me, certo come canta Bruce qui “You could be better than you are”, il film potrebbe essere migliore di quello che è, ma ci ha insegnato il valore di
una faccia da schiaffi e di una battuta pronta, ma anche che l’utilità di un
orologio è sopravvalutata, quando conosci a memoria il repertorio di Bing
Crosby.

«Ti serva di lezione, non ti mettere mai contro uno
del New Jersey!
».



La mia stessa espressione compiaciuta, quando arrivo ai titoli di coda del film.
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