
Su un sito che si chiama la Bara Volante, oggi si parla di un bambino che vive dentro un orologio, non è un vampiro, non è un fantasma, non è nemmeno un piccolo mostro urbano, anche se nel film di oggi ci sono più ingranaggi che in uno di Guillermo del Toro, qui oggi si vola alto, si sale lungo le lancette del tempo e si ascolta il ticchettio del cinema che ricomincia a respirare, bentornati a… Non è cinema, è Martin Scorsese.

Chi si avvicina a “Hugo Cabret” aspettandosi la violenza di Taxi Driver, la febbre morale di Mean Streets o la criminalità di Quei bravi ragazzi rischia di restare spiazzato, come molti lo furono nel 2011, quando arrivò la notizia: Scorsese dirigerà un film per ragazzi, tratto dal romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick del 2007 e lo farà in 3D, tecnica che in quel momento era stata momentaneamente resuscitata da Cameron, ma che è vecchia come il cinema stesso, giusto per stare in tema con il film di oggi.
Questo non è un film su gangster, pugili autodistruttivi o broker senza freni, ma un film su un bambino e su un vecchio illusionista dimenticato dal mondo. Eppure, sotto la superficie fiabesca, batte lo stesso cuore scorsesiano: ossessione, colpa, redenzione, memoria e soprattutto cinema, cinema e ancora cinema.

Siamo nella Parigi degli anni ’30, Hugo (Asa Butterfield prima delle lezioni di sesso) vive nascosto tra le pareti della stazione di Montparnasse, invisibile come solo gli orfani letterari sanno essere, ruba cibo, ripara orologi, cerca di aggiustare un automa che suo padre – Jude Law che si vede un attimo prima di morire in un incendio – non ha fatto in tempo a completare. Quel robot meccanico, che dovrebbe scrivere un messaggio segreto, non è soltanto un oggetto narrativo, ma è il simbolo di un passato che chiede di essere riattivato.

Qui sta la prima grande intuizione di Scorsese su assist dello sceneggiatore John Logan con cui il Maestro di New York si è trovato a lavorare nuovamente, il mondo è un orologio, se qualcosa non funziona, non è perché è inutile, ma perché non ha ancora trovato il suo posto. Un manifesto programmatico che risuona un po’ per tutto un film che è sospeso in un non-luogo come quello della stazione è che ha chiaramente il tiro del film per ragazzi, basta guardare la prova gustosamente da cartone animato di Sacha Baron Cohen, che parla con il suo cane e lancia sguardi alla bella fioraia che sembrano usciti dai film di Charlie Chaplin.
Ma “Hugo” è anche, se non soprattutto, un film sul cinema che ricorda sé stesso, a suo modo è una biografia fantastica, su un Maestro del cinema a sua volta fantastico, non importa che tu abbia visto tutti i film di Georges Méliès, per uno spettatore generico papà Georges potrebbe essere anche un personaggio di finzione (oltre ad una delle prove più sentite ed emotive di Sir Ben Kingsley, giù il cappello!) anche se il razzo che finisce nell’occhio dell’uomo della Luna è un’immagine talmente famosa che tutti hanno visto, anche solo in un video degli Smashing Pumpkins.

Quindi quando il misterioso sul giocattolaio papà Georges si rivela il film cambia pelle, non è più soltanto un racconto di formazione ma diventa un atto d’amore nei confronti della settima arte, firmato da quello che probabilmente è il più grande professore di cinema vivente, per lo meno del cinema americano.
Gli omaggi sono sparsi in lungo e in largo lungo tutto il non-luogo della stazione, in questa favola di stampo dickensiano (ma anche chapliniano) è facile trovare il treno dei fratelli Lumière ma anche i riferimenti espliciti – fin dalla locandina – al classico “Preferisco l’ascensore!“ (1923), in una trama che unisce tutti gli elementi della fiaba e del cinema classico, applicandole a personaggi archetipici, come la ragazzina impersonata da Chloë Grace Moretz con la sua fissa per i romanzi di Dickens, in una storia che parla di padri e figli.

Scorsese non rende solo omaggio a Méliès come se fosse un biografo, da vero uomo di cinema ci parla di figli, perché “Hugo Cabret” è anche la storia di un ragazzo che cerca il padre perduto, allo stesso modo Méliès ha perso i suoi film, ficcando un paio di stoccate che ad ogni visione, mi colpiscono al cuore, come quando papà Georges ci racconta la sua storia – ovviamente attraverso un cinematografico flashback – e snocciola un «Dalla vita ho ricevuto una lezione e non è quella che avrei sperato, il lieto fine esiste solo nei film», una frase che sento molto, ma in cui è possibile ritrovare secondo me anche molto Scorsese è tanto del suo amore per la settima arte («Riconoscerei il rumore di un proiettore cinematografico ovunque» oppure « Se ti sei mai chiesto da dove arrivano i tuoi sogni, guardati intorno, vengono creati qui»), e se avete voglia di seguirmi in questo mio volo a bordo di Bara, se conoscete tutto il lavoro che Scorsese fa sul restauro delle pellicole, nella frase «Il tempo non è stato generoso con i vecchi film» io qui lo ritrovo moltissimo.

Il Buon Vecchio Zio Martino rianima cinema e personaggio utilizzando la sua macchina da presa, ed ora, parliamo dell’elefante con gli occhialini nella stanza, perché lo so, ero lì, la scelta del 3D, all’epoca fece storcere più di un naso, tutt’altro che un vezzo tecnico. Non serve a lanciare oggetti in faccia allo spettatore, serve a dare profondità alla memoria e a creare continuità con il senso di meraviglia di Méliès, diventa chiaro da subito, dai primi cinque fatidici minuti, quelli che determinano tutto l’andamento di un film, la prima inquadratura, che attraversa la Parigi innevata per infilarsi dentro la stazione fino a raggiungere l’occhio di Hugo è una dichiarazione di intenti, per Scorsese il cinema è movimento, spazio, immersione, qualcosa che funziona e può sfruttare tutte e tre le dimensioni, se non proprio anche la quarta, il tempo. Ecco perché sono convinto che esistano solo tre o quattro film contemporanei che abbiano saputo sfruttare gli occhiali e il prezzo maggiorato, tre gli hanno diretti Cameron, Dante e Raimi, l’ultimo porta la firma di Scorsese.

Alla ricerca di questo tempo e cinema perduto, Scorsese rende omaggio alla forza dell’arte di Méliès e a tutto l’amore per ogni scenografia dipinta, per ogni trucco artigianale o esplosione di cartapesta generata con un taglio di montaggio. Scorsese le ricostruisce con una cura quasi religiosa e grande rispetto, come se lui i suoi pretoriani Dante Ferretti, Sandy Powell e la solita immarcescibile Thelma Schoonmaker, siano lì con lui per restaurare un orologio che non ha mai smesso davvero di battere il tempo giusto.
Come se non bastasse, Scorsese decide di inserirsi lui stesso nel meccanismo, con uno dei suoi soliti cameo, piccolo ma eloquente, l’operatore sorridente che scatta la fotografia, non di certo una comparsata per vanità ma l’ennesimo gesto di stima che fa da ponte tra creatore e creazione, come a volerci ricordare che dietro ogni scena, ogni trucco, ogni miracolo cinematografico, c’è la mano di chi custodisce e dirige il tempo del racconto.

In questo senso, “Hugo” dialoga direttamente con tutta la filmografia di cui fa parte, se in altri film i personaggi erano divorati dall’eccesso – di violenza, di potere, di denaro – qui l’eccesso è quello della meraviglia. Ma se ci pensate la struttura è simile: un uomo che ha conosciuto la gloria cade, si ritira, si spegne. Méliès, come Jake LaMotta (e a differenza sua non è nemmeno uno stronzo) o come tanti altri eroi scorsesiani, è un re decaduto, solo che la sua arena non è il ring, ma il palcoscenico della fantasia.
La differenza sostanziale è che in questa fiaba per ragazzi (o per ragazzi grandi che amano il cinema), la redenzione arriva, non attraverso il sangue o la violenza, ma attraverso il riconoscimento. Quando Méliès viene celebrato e il suo passato restituito alla luce, Scorsese sembra parlare anche del destino del cinema stesso, un’arte che rischia continuamente di essere inghiottita dall’oblio (il costante additare di zio Martino cosa è cinema e cosa non lo è), ma che rinasce ogni volta che qualcuno la guarda con amore.
Ho una passione per l’ispettore interpretato da Sacha Baron Cohen, con la sua gamba meccanica e la sua ossessione per l’ordine, è quasi una caricatura del controllo istituzionale, un antagonista più grottesco che minaccioso, anche lui, in fondo, è un ingranaggio difettoso in cerca di equilibrio. Ma in generale il casting, che ad una prima occhiata può sembrare il più pazzo del mondo (Christopher Lee in un film di Scorsese? Sì!) risulta perfettamente azzeccato sia per volti, che per tono dei singoli personaggi.

Ciò che colpisce di “Hugo” è la sua dolcezza inaspettata per uno passionale ma in modo di solito apparentemente ruvido nei temi come Scorsese, che non scade mai nel sentimentalismo facile. Il Buon Vecchio Zio Martin evita la trappola della favola zuccherosa grazie a una messa in scena rigorosa, a un montaggio che alterna intimità e spettacolo, la fotografia del fidato Robert Richardson che risulta calda e mai stucchevole, virando tutta verso i toni del blu e dell’oro. La Parigi ricostruita non è realistica, è immaginata, una città filtrata dalla memoria del cinema che sembra uscita a sua volta da Méliès.
Per certi versi, lo strambo soggetto uscito da un libro per ragazzi e presentato in 3D, potrebbe essere uno dei film più “puri” di Scorsese, non perché sia semplice, ma perché è esplicito nel suo amore. “Hugo Cabret” parla di sogni, ma non li banalizza, anzi ci ricorda che il cinema nasce come trucco, come illusione, come magia da fiera, eppure, proprio in quell’illusione, trova la sua verità.

Quando l’automa finalmente disegna l’iconica immagine del viaggio sulla luna, il cerchio si chiude, il messaggio segreto non è una frase, ma un disegno, non è parola, ma un’immagine, insomma Scorsese che ci ribadisce che il cinema non si spiega, si guarda.
“Hugo Cabret” non riesco a vederlo come un’anomalia nella carriera di Martin Scorsese, al massimo come una delle sue più sincere confessioni, che non nasconde una certa forma di gratitudine verso chi ha inventato il mezzo e che gli ha permesso di esistere come autore, se non proprio gratitudine verso quel bambino che, nascosto tra gli ingranaggi, continua a credere che ogni cosa abbia uno scopo.

Nel 2011 anche l’altro grande regista di New York, ovvero Woody Allen ha guardato al cinema del passato, da quell’annata è uscito un film che faceva lo stesso – però male – e che si è beccato anche dei premi come il sopravvalutato “The Artist”. Scorsese invece non ha mai giocato sporco, per qualcuno l’idea di ritrovarsi in fila per il nuovo film del Maestro di New York insieme ad una serie di mocciosi potrà essere stato insopportabile, almeno quanto doverlo guardare con gli occhialetti sul naso, ma “Hugo” resta un pezzo importante della filmografia di cui fa parte, un ingranaggio scintillante che tiene insieme tutto il resto, senza di lui, mancherebbe il cuore.
Perché alla fine non si tratta di 3D, non è solo una favola in costume, non è soltanto un film per ragazzi o un esercizio tecnico da teorici del cinema, non è cinema, è Martin Scorsese e visto che oggi siamo stati in una stazione, prossima settimana, capolinea gente, la rubrica imbocca il binario del suo ultimo capitolo, non mancate!


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing