
Prima che gli ippopotami diventassero virali sul Web, ma molto dopo un celebre film con Bud Spencer, la Wing-woman ed io avevamo una piccola ossessione per questi mammiferi, il nostro piccolo tormentone casalingo è presto detto: se l’ippopotamo è pacifico, di buon umore e tranquillo è un Happy Hippo, quando invece si incazza è un Cruel Hippo. Lo so, è una di quelle cose che fanno più ridere nel normale vocabolario tra moglie e marito, prendetela così, mi serve per arrivare al punto.
Dopo decenni di film brutti sugli squali, così tanto da aver fatto cambiare la percezione del pubblico su questi animali, che va ricordato, il più delle volte preferiscono fare la loro vita e in rarissimi casi attaccano l’uomo in mare (l’esatto opposto di quello che fanno al cinema insomma), era inevitabile che qualcuno facesse due più due: al pubblico piacciono gli ippopotami, facciamo un film con un ippopotamo assassino, anche se nel corso della storia scopriamo essere un’ippopotama.
Chi ha firmato questo film? James Nunn. No, non è uno scherzo, esiste davvero un regista e sceneggiatore di nome Giacomo Suora e non è parente di Giacomo Pistola. Cosa ha firmato in precedenza Nunn? Shark Bait che vi riassumo: tre ragazzotti idioti sulla loro moto d’acqua vanno a fare una gita per divertirsi, restano incastrati in mezzo all’acqua e attaccati da uno squalo.

Anno 2026, Giacomo Suora se ne esce con “Hungry”: la storia di una banda di donnine e omini in gita nelle paludi della Louisiana, con lo scopo di divertirsi e vedere qualche grosso coccodrillo, restano incastrati in mezzo all’acqua e attaccati da un ippopotamo (che poi si scopre essere una lei).
La differenza principale è che gli ippopotami, a differenza degli squali cinematografici, non hanno bisogno di sceneggiatori particolarmente fantasiosi per risultare pericolosi. Nella realtà sono tra gli animali più aggressivi in circolazione e non hanno nemici naturali lo ripeto: Non. Hanno. Nemici. Naturali. Il problema è che quando li guardi sembrano dei sassi con le zampe e le orecchie da peluche, se uno squalo entra in scena il pubblico pensa: “siamo nei guai”. Se compare un ippopotamo, il primo pensiero è: “ma guarda che faccia simpatica”. Poi quello apre la bocca e ci puoi parcheggiare dentro una Panda. Di traverso.
Il problema di “Hungry” è che per essere un film intitolato così, ci mette un’eternità a servire il piatto principale. Capisco voler creare attesa, costruire tensione e giocarsi qualche tuffo sospetto nell’acqua per tenere alto il livello di guardia dello spettatore, ma qui Nunn sembra quasi vergognarsi del suo mostro. Risultato? La nostra Cruel Hippo entra davvero in scena dopo quasi un’ora di film e, quando finalmente arriva, spesso è nascosta dal buio, dall’acqua fangosa o da inquadrature talmente prudenti da far sembrare il regista un fotografo naturalista che teme di disturbarla.
Nel frattempo il secondo atto si trascina un po’ come una barca incagliata nel fango della Louisiana. I personaggi vanno avanti e indietro, cercano soluzioni, discutono, si separano per poi ritrovarsi, mentre la trama gira in tondo aspettando che qualcuno abbia il coraggio di liberare l’ippopotama dal recinto della sceneggiatura.

Anche perché i personaggi sono più o meno quelli che ti aspetti da un “Animal attack” contemporaneo: la ragazza simpatica con i problemi economici è destinata alla sopravvivenza, l’amica con gli ormoni in modalità crociera tropicale, la guida locale, il pensionato tosto ex pompiere, il ragazzino e altri figuranti assortiti con il cartello “carne da macello” appeso al collo, nessuno particolarmente memorabile, ma nemmeno fastidioso, semplicemente esistono perché qualcuno dovrà pure finire nel menù del giorno, anche se il menù del giorno sarebbe tecnicamente vegetariano.
Va detto che quando Cruel Hippo decide finalmente di fare la Cruel Hippo, qualcosa si muove, il bestione funziona, ha peso, presenza e quel misto di assurdità e pericolo che rende guardabili questi B-movie domenicali, quei film che io chiamo “Porcate di mezzanotte”, quelli che inizia a guardare a quell’ora, perché vuoi vedere un altro film, ma niente di troppo impegnativo. Nunn, in fondo, la tensione la sa gestire e nelle scene di fuga e sopravvivenza dimostra di conoscere il mestiere, il problema è che proprio sul più bello il film prende una svolta che mi ha lasciato piuttosto perplesso.
Rimasti in pochi, i sopravvissuti finiscono asserragliati dentro una casa e l’ultimo atto diventa una sorta di assedio domestico contro l’ippopotama inferocita, ora, capisco il tentativo di cambiare scenario, ma l’effetto è straniante. È un po’ come se Spielberg, arrivato al terzo atto de Lo Squalo, avesse deciso che l’Orca era sopravvalutata e che la resa dei conti finale dovesse consumarsi in un trilocale di Amity, con Bruce che prova ad entrare dalla porta del soggiorno.

L’idea sulla carta potrebbe anche avere un suo perché, ma finisce per togliere respiro al film proprio quando avrebbe dovuto aumentare la spettacolarità. Un ippopotamo furioso dovrebbe sfruttare l’acqua, gli spazi aperti, il terreno che lo favorisce, vederlo trasformato nel vicino di casa molesto che continua a prendere a testate le pareti non è proprio il massimo dell’epica.
Alla fine, “Hungry” resta quello che è, un B-Movie onesto, piatto, girato con una professionalità dignitosa, che si prende sul serio nel senso che non prova mai ad aprire all’ironia (dopo la selva di filmacci con animali sotto effetto di droghe, meglio così!) che vive e muore assieme alla sua premessa. Non è abbastanza spaventoso da divertire, non è abbastanza folle da diventare memorabile, insomma la attendevo un po’ questa versione quasi live action (ha un animale in CGI, quindi è come quella roba che sforna la Disney ma con un dodicesimo del budget) di “Cruel Hippo”, ma il risultato è deludente. Mi tengo stretto lo scherzo del vocabolario di casa Cassidy.


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