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Hustle (2022): diamanti grezzi (della pallacanestro)

Adam Sandler deve
aver pensato che se è andata così bene infilando un solo giocatore della NBA, nello
specifico Kevin Garnett in Diamanti grezzi, perché non fare un intero
film strapieno di nomi provenienti dalla massima lega di pallacanestro professionistica
americana?

Su quanto io non ami
il “Sandman” nei panni di comico e su come lo preferisca nei suoi ruoli drammatici,
per fortuna avevo già detto tutto proprio nel post su Uncet gems, nel
frattempo la mia posizione ufficiale non è cambiata, in compenso è normale
veder spuntare Sandler a bordo campo durante le telecronache delle partite
della NBA, forse è stato proprio qui che ha deciso di interpretare e co-produrre
(tra gli altri insieme a LeBron James) questo dramma sportivo da qualche
giorno disponibile su Netflix. Ora io non so se Sandler arriverà mai a vincere
un Oscar, ma considerando quanto le sue prove drammatiche piacciano al
pubblico, forse dopo questo film è un passo più vicino a farcela, anche se forse un
giorno scopriremo che il “Sandman” preferirebbe vincere un anello dei campioni
della NBA.

A volte i nomi
coinvolti nella produzione non sono indicativi del risultato finale, in questo
caso si, perché gli sceneggiatori di “Hustle” sono Will Fetters, autore di “A star
is born” (2018) e Taylor Materne, firma dietro un paio di NBA 2K, più o meno da
quando il gioco è diventato una specie di GTA con i giocatori di basket al
posto dei gangster, e non fate battutacce su questo. Quindi il film è davvero tutto qui, una sorta di “É nata
una stella” ambientato nel mondo del basket NBA, riuscitissimo e avvincente per
chiunque non sia appassionato del gioco con la palla a spicchi, imperdibile per
tutti gli altri, perché “Hustle” si gioca al meglio le sue carte e la sua
ambientazione, ovvero Philadelphia.

“Trust the process” in alternativa “Trust the Sandman”

La città dell’amore
fraterno ha alcune icone intoccabili, la “Liberty Bell”, Rocky, il libidinoso
panino Cheesesteak e i Philadelphia 76ers, la squadra a cui manca il titolo di
campioni NBA dal 1983, quando Julius “Dr. J” Erving portò i suoi in trionfo
volando (letteralmente) sul campo dello Spectrum, ormai demolito in
favore di un’arena nuova e più moderna. Adam Sandler interpreta Stanley
Sugerman, scout per i 76ers, colui che gira il mondo in cerca di nuovi talenti,
di fatto quello che faceva Paolo Villaggio in Sistemo l’America a torno.

Scelte azzeccate del
film, primo estratto: inserire un personaggio immaginario come quello di Sandler
in un contesto reale come il “Trust the process” dei 76ers, quello con cui la
squadra della città sta cercando di tornare alla vetta, un pezzo e un giocatore
alla volta. Secondo estratto: scegliere proprio una città operaia, che ama le
storie di redenzione come sfondo, parliamo di un posto dove una delle attrazioni
più visitate non è il museo d’arte, ma la statua di Stallone posizionata accanto
alla mitica scalinata proprio del museo su cui correva Rocky (storia vera).

“Siediti così ti posso guardare negli occhi, lo hai visto Rocky?”, “Ho visto Creed, vale lo stesso?”

Inoltre non è più l’NBA
dei vostri padri (cit.), la lega da diversi anni ormai ha aperto ai giocatori
stranieri diventando più globale, in NBA sono arrivati e hanno vinto argentini,
greci, tedeschi (come Dirk Nowitzki, che qui compare in uno spassoso cameo) e
gli occhi sono puntati su sloveni come Luka Doncic, che oltre ad apparire a sua
volta in “Hustle”, dopodomani si prenderà l’NBA, quindi se un tempo i futuri
campioni nella parte dei giocatori, si chiamavano Ray Allen e recitavano in He Got Game, oggi è normale che il talento nascosto da portare nella NBA, arrivi
da un posto non ben specificato della Spagna e sia fatto a forma di Juancho
Hernangómez, ex ala dei Boston Celtics ora in forze agli Utah Jazz, che qui
interpreta Bo Cruz, detto il Boa, ma non Cruz il missile, perché quello è un
nomignolo stupido.

Anche se poi a ben
guardarlo, più che alla critica sociale di Spike Lee, “Hustle” somiglia di gran
lunga a “My giant” (1988), dove un altro grande appassionato di NBA come
Billy Crystal, scovava i 2,31 metri di Gheorghe Mureșan. Ma sono dettagli
perché il film funziona malgrado la sua trama lineare, che prevede un cameo di
Robert Duvall nei panni del proprietario dei 76ers Rex Merrick, e del principe
ereditario Vince Merrick, interpretato da Ben Foster a cui è stato chiesto di
fare la parte da stronzo che di solito viene appioppata all’attore. Consolati
Ben, a Queen Latifah (altra che non manca mai quando si parla di film sul
basket), è stato chiesto di fare la parte della moglie del protagonista e il
suo personaggio è letteralmente tutto qui.

“Magari verrà fuori meglio di rimbalzi d’amore”, “Disse quello che ha fatto Zohan”

“Hustle” non è la
rivoluzione, non cambierà la storia dei drammi sportivi per sempre, ma riesce
ad essere un solidissimo e coinvolgente film perché applica lo schema alla lettera
e il “come” la storia viene portata in scena, supera di gran lunga il “cosa”
essa contiene e vuole raccontarci. Al netto di una trama che sa tanto di già
visto è l’aderenza alla realtà a rendere credibile la vicenda, la vita dello
scout NBA in giro per il mondo è davvero quella che vediamo fare al personaggio
di Adam Sandler, così come la trafila per portare un giocatore al Draft, la
famigerata lotteria, porta di accesso alla NBA per tutti gli aspiranti cestisti.

Quindi se per gli
appassionati dell’NBA è uno spasso riconoscere il mitico Boban Marjanovic (ormai
lanciatissimo a recitare, ma d’altra parte è un cabarettista di 2.24 con
delle mani grandi come due pale da neve) oppure vedere Moritz Wagner interpretare il tedesco Haas, ancora di più riconoscere nei panni di loro stessi Trae
Young, Jordan Clarkson, Khris Middleton, Aaron Gordon, Kyle Lowry, Seth Curry, Tobias
Harris, Dr. J, Shaq, Charles Barkley, fino ad arrivare ai tecnici come Mark Jackson, Doc
Rivers, Sergio Scariolo oppure Brad Stevens, che poi è quello che nella realtà Hernangómez
lo avrebbe anche scelto per davvero.

Adam e la sua squadra per vincere al campetto (non perdetevi il dietro le quinte)

Una menzione
speciale se la merita un’altra icona vivente di Phila, ovvero Allen Iverson che
ovviamente fa una battuta su quanto non siano fondamentali gli allenamenti (per
lui ormai un ritornello degno di un pezzo Rap), anche se i nomi
coinvolti sono davvero tanti, infatti una buona fetta dei titoli di coda del
film sono occupati dall’elenco completo di tutti, con tanto di immagini, più o
meno vintage, delle loro vere giocate sul campo, anche se davanti alla macchina
da presa, quelli che si sono calati nella parte più di tutti sono Kenny Smith nei
panni del procuratore Leon Rich e il sorprendente Anthony Edwards, che sfoggia
notevoli doti da faccia da schiaffi nel ruolo di Kermit Wilts, personaggio che
sta al protagonista come un Apollo Ivan Clubber da battere sul campo, per dimostrare
al mondo di aver battuto i propri demoni personali. Io ve lo dico, sulla
stoppata finale ho fatto partire un urlo dal divano di casa, tipo gran giocata
guardano l’NBA, tanto le cane ormai sono abituate, quando sentono il “gnic gnic”
delle scarpe sul parquet e la palla che rimbalza non ci fanno più caso (storia
vera).

“Io ti spiezzo in due”, “Stai buono ranocchio, ora ti rimando da Miss Piggy”

“Hustle” è un film in
cui la verosimiglianza è garantita da tutti questi nomi e dalla regia dell’esordiente
Jeremiah Zagar, che sa come rendere le parti migliori di una partita, pur
trattandosi di un film che ha un filmato diventato virare come punto di svolta
chiave della trama, “Hustle” si gioca così bene le sue carte da riuscire a
conquistare, basta guardare la prova di Juancho Hernangómez per capirlo.

La trama non gli
chiede niente di particolarmente complicato a livello di recitazione, giusto di
spremersi una solitaria “lacrima maschia” al momento giusto, detta fuori dai
denti, nel confronto diretto Ray Allen avrebbe meritato un Oscar, eppure
Hernangómez è perfetto per il ruolo dell’unicorno, espressione tanto amata dai
nostri cugini Yankee in casi come questo, anche se nel film viene descritto
meglio, ovvero come se Scottie Pippen e un lupo avessero avuto un figlio («In che
senso? Ha la faccia pelosa?»). Hernangómez con dosi abbondanti di auto ironia è
perfetto anche quando batte tutti al campetto con gli stivali Timberland ai
piedi, poi trovo significativo poi che per caratterizzare Bo Cruz, sia stato scelto
di rappresentarlo come uno bravo in attacco ma fenomenale in difesa, dando così
maggiore rilevanza alla porzione di campo dove si vincono le partite.

“La persistenza della memoria difensiva” un Dalí.

Dove vince la sua
partita invece “Hustle”? Nella prova di Adam Sandler senza ombra di dubbio, il
suo aspirante allenatore, brillante scout e talentuoso anche come procuratore (per
di più di cuore e con la testa sulla spalle) è un personaggio che può esistere
solo nella finzione cinematografica ed è bravo Sandler e renderlo realistico,
scherzando sulla ciccia, recitando con la barba incolta in equilibrio tra
malinconia e umorismo, il ruolo di Mickey Goldmill della situazione gli viene fuori bene e in
maniera credibile, ma il vero colpo da KO di “Hustle” è il suo giocare in casa,
su un terreno complicato per i drammi sportivi, per di più ambientati a Philadelphia. 

Rocky inseguiva la gallina, Bo invece il pollo.

Devi avere delle
palle monumentali, in alternativa una faccia indistinguibile dal culo per
giocarti svariati “Training montage” con la città di Rocky come sfondo, “Hustle”
ci riesce benissimo dimostrando di aver assimilato la lezione del film di Stallone
e di poterla applicare alla perfezione anche alla pallacanestro, mostrata
finalmente qui come un gioco dove alla faccia delle credenze popolari, non
basta essere alti e avere buona mira (questa poi, particolarmente inutile), ma anche
se nasci con il talento di Bo Cruz devi comunque lavorare durissimo per
migliorare, dettaglio che se non fosse proprio per Stallone, sarebbe del tutto
assente dalle storie occidentali, dove il talento sembra spesso un super potere caduto
dal cielo. 

Insomma tra finali NBA, finali scudetto serie tv (restate su queste Bare, domani vi sgancio la bomba da tre punti) e film, tutto il tempo che non passo a giocare a
basket ultimamente, lo passo guardando pallacanestro alla tv, poteva andare decisamente peggio e se Adam Sandler si è messo in testa di farmi dimenticare le sue
commedie, direi che ha mandato a segno un altro gran tiro dalla lunga distanza.

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