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I 3 dell’Operazione Drago (1973): il suo nome è Lee, Bruce Lee

Siete tutti invitati a questa missione su di un’isola
pericolosa, quindi guardia bella alta, oggi tocca al nuovo capitolo della
rubrica… Remember the Dragon!

Gli anni ’70 bruciano nella “Bruceploitation”, i film del
Maestro Lee spaccano i botteghini e
la febbre marziale per i gongfupian (i film con combattimenti a mani nude)
incalza, tanto che nemmeno gli americani possono più ignorare il fenomeno.
Stanchi di ricevere dalla Cina solo dei Wuxia, pieni di svolazzanti cavalieri
erranti, gli americani decidono che è il momento di investire, succede quindi
l’impensabile, una grande casa di produzione americana, la Warner Bros. decide
di mettere in produzione un film di arti marziali con un orientale come
(quasi) protagonista, per farlo vuole il migliore al mondo, che non può che
essere il lanciatissimo Bruce Lee.

Con una mano ti rompo, con un dito ti insegno (quasi-cit.)

Dopo aver scritto, diretto, interpretato e picchiato
Chuck Norris
coreografato un co-produzione messa su con soldi cinesi e italiani, Bruce Lee ha l’occasione di
fare lo stesso ma più in grande, da una parte il denaro della Golden Harvest,
dall’altra i fogli verdi con sopra facce di ex presidenti Yankee defunti messi
sul tavolo dalla Warner. L’occasione è irripetibile, tanto che il Maestro Lee
abbandona il set del film su cui stava lavorando, convinto che al suo ritorno
avrebbe potuto completare la visione di una pellicola che avrebbe messo
finalmente in chiaro la filosofia del suo Jeet Kune Do. Il destino ha voluto
diversamente, ma di “Game of Death” parleremo nel prossimo capitolo della
rubrica, ora era il momento per Bruce Lee di utilizzare finalmente quel titolo
che apprezzava tanto e non aveva ancora avuto l’occasione di usare, era il
momento di andare a girare “Enter the Dragon”.

Trattandosi di una co-produzione americana, il Maestro si
ritrova ad affrontare nuovamente coloro che gli avevano sfilato la sua idea per
la serie televisiva “Kung Fu”, affidandola a David Carradine e per certi versi,
anche in “Enter the Dragon” ci sono piccoli e grandi compromessi che il Maestro
ha dovuto accettare, ma tirando una riga e valutando per bene il risultato
finale, tutto sommato Lee ha fatto un grande affare. Il quantitativo di
iconografia sfornata dai 102 minuti di “Enter the Dragon” è tale, da rendere
questo film una pietra miliare della cultura popolare e senza ombra di dubbio,
un Classido!

Iniziamo dai compromessi minori, nel 1973 nessun americano
pagante sarebbe stato disposto a vedere un film con un cinese assoluto
protagonista, cavolo non sono ancora pronti oggi quasi cinquant’anni dopo! Ecco perché
il nome di Bruce Lee compare prima del titolo del film, insieme a quello di
John Saxon, idolo delle platee femminili che in carriera è stato diretto da
tutti, ma proprio da tutti, Huston, Blake Edwards, Vincente Minnelli, Otto
Preminger, Don Siegel, ma anche i nostri Lenzi, Castellari e Mario Bava, anche
se sicuramente lo ricorderete nei panni del padre di Nancy in Nightmare di Wes Craven.

A sinistra, il papà di Nancy a destra, uno che avrebbe potuto prendere a calci anche Freddy Krueger.

Il terzo nome di questa “Operazione drago” (invenzione del titolo
italiano, tanto sfizioso quanto chilometrico) è una scommessa per la Warner,
costretta a trovare al volo un sostituto per il dimissionario karateka Rockne
Tarkington, disperso e introvabile al momento di iniziare a girare, che con la sua
assenza ha lasciato campo libero a Jim Kelly, tennista ed esperto di Karate
Shoryn-ryu, alto, dinoccolato, con la pettinatura afro e soprattutto nero. Un
personaggio che da solo è diventato l’incudine sui cui sono stati forgiati
tutti i marzialisti neri della Blaxploitation, di norma degli sciupafemmine con
il gusto per i pugni e i calci usati per raddrizzare torti. Jim Kelly si è
ritrovato a recitare ancora vari ruoli di questo tipo, non sempre con gran
fortuna (…anzi!) ma vi invito a
riflettere: un personaggio di contorno di “Enter the Dragon”, quasi
esclusivamente da solo è diventa il modello per un intero sottogenere, ecco
questo dovrebbe darvi più o meno l’idea della dimensione del monolite
precipitato sulla cultura popolare che è questo film.

Beccatevi questo Pantera Nera con l’afro (Wakanda per sempre!)

Il compromesso più grande che ha dovuto accettare Bruce Lee?
A mio avviso passare da un film dove aveva il totale controllo, ad uno dove era
diretto da Robert Clouse, uno con una lunga gavetta alle spalle, finito a
dirigere tanti film di arti marziali, ma a ben guardare, famosi ma di certo non belli. Anche
perché “Enter the Dragon” sembra montato da qualcuno a cui sono stati legati i
pollici con il nastro isolante, eppure il film è stato un tale successo, da
dare a tutti l’illusione che Clouse fosse anche qualcuno in grado di capirci qualcosa
di questa roba cinese con la gente che si prende a sberle, giusto per ribadire
quando sia netto il confine tra il prima di “Enter the Dragon” e il dopo.

Ma è inutile girarci attorno, se questo film è grandissimo
lo dobbiamo al Maestro Bruce Lee, basta dire che tutte le facce e i personaggi
comparsi in “I 3 dell’Operazione Drago”, sono diventate delle icone negli Stati
Uniti e di conseguenza in tutto il mondo occidentale, un esempio? L’enorme
sgherro Bolo Yeung è diventato tanto memorabile da guadagnarsi nel tempo un suo
culto personale, che lo ha portato ad incrociare i pugni con Van Damme in “Senza
esclusione di colpi” (1988) e “Double Impact” (1991), questo per ribadire il
fatto che ogni elemento di questo film, amplificato dal megafono di una produzione
e distribuzione americana, in un momento in cui Bruce Lee e la febbre per i
film di arti marziali era al suo massimo, ha avuto un impatto clamoroso sulla
cultura popolare, forse anche più su quella occidentale, che su quella
orientale.

Nulla mi toglie dalla testa che Bolo abbia ispirato anche Tuono.

Si perché “Enter the Dragon” era il tentativo di portare
avanti l’idea del “cinese errante” che risolve torti a colpi di Jeet Kune Do
Kung Fu, filtrata da una sensibilità americana, questo spiega perché Bruce Lee
qui interpreta una sorta di James Bond cinese, che grazie ad un pretesto della
trama, si ritrova in una situazione per cui le armi non si possono utilizzare ed è
necessario cavarsela solo con le arti marziali. Ma anche il MacGuffin di “I 3
dell’Operazione Drago” è talmente iconico da essere diventato un classico,
avete presente il cliché dell’isola sperduta, governata con pugno di ferro (e
mai come in questo caso, non si tratta di una figura retorica!) da uno spietato
dittatore che organizza tornei di arti marziali? Ecco, questo modello
proto-Bondiano è nato qui, per finire ad essere utilizzato un po’ ovunque, anche
nei film su Mortal Kombat. In questo
senso, avere anche una colonna sonora in pieno stile anni ’70, firmata dal
grande Lalo Schifrin, non fa che aggiungere tocchi Bondiani a questo classico.

“James Bond? Mai sentito nominare, non frequento personaggi secondari”

Per la sua entrata in scena Bruce Lee fa le cose in grande,
offrendo enorme visibilità ad un grande nome di Hong Kong, uno che ha sempre
preferito occuparsi di coreografie lasciando il palcoscenico ad amici come
Jackie Chan, sto parlando di Sammo Hung che ironicamente è diventato celebre
come protagonista di una parodia dei film di Bruce Lee (“Enter the Fat Dragon”)
e che qui sfida il Maestro, in quello che potrebbe essere il mio combattimento
preferito del film, ed è solo il primo!

Fat Dragon vs The Dragon (Sammo e Bruce, troppo mito per una gif sola)

Bruce Lee batte Sammo e poi salta fuori dall’inquadratura
con un non richiesto ma spettacolare salto, giusto in tempo per ritrovarsi a
recitare un ruolo da Maestro dove può snocciolare alcune delle sue massime («Non
pensare. Senti! È come un dito che punta alla luna. Non concentrarti sul dito o
perderai tutta la gloria del cielo»), il tutto mentre la trama prende forma. Il
Maestro di Lee ha allenato anche un allievo passato al “lato Oscuro”,
disonorando il Tempio Shaolin, il disgraziato in questione è Mr. Han (Shih Kien
che ha recitato in più di cento film, ma tutti lo ricordano solo per questo), lo
stesso losco figuro che l’FBI o la CIA, insomma l’agenzia Yankee che assolda
Lee, organizza tornei sulla sua isola privata.

Nel montaggio più che spezzettato (se non proprio
psichedelico a tratti), vengono aggiunte motivazioni, legna secca
accatastata vicino al fuoco del Maestro Bruce Lee: Han è inarrivabile, ha
bandito le armi dall’isola dopo un attentato che lo ha quasi ucciso in passato, tra le fila dei
suoi sgherri più fidati, milita anche il maledetto O’Hara (il solito Bob Wall),
che in un flashback inutilmente lungo e articolato, scopriamo essere il
responsabile del suicidio della sorella di Bruce Lee. Sapete come funziona no?
Ci vuole un parente morto facente funzione di catalizzatore, questa volta è
toccato alla sorella.

“Spero che ti piacciano i Pink Floyd perché sto per abbattere il muro”

Impossibilitato ad utilizzare i pollici opponibili dal
nastro isolante in cui erano avvolti, Robert Clouse spezzetta ancora un po’ il
film allungando il brodo con il flashback sul passato di Saxon e di Jim Kelly,
che ben prima del movimento “Black Lifes Matter” vediamo infastidito da due
poliziotti (ovviamente bianchi), che lo fermano sulla via dell’aeroporto, lui lì manda KO prima di rubare loro la macchina di servizio. Più economico che
pagare un taxi no?

Il viaggio per raggiungere l’isola però è lungo, Saxon che
ha il vizio di scommettere su tutto, si gioca soldi anche su una lotta tra
mantidi religiose pur di riempire il tempo, Bruce Lee invece, coglie
l’occasione per utilizzare il film (e il tempo del viaggio) per impartire a
tutti un’altra lezione, quando un rompicoglioni tipo losco a bordo lo
infastidisce in cerca di rissa, Bruce lo convince a sfidarsi non nel poco spazio
della barca, ma su una piccola isoletta e quando il frescone sale a bordo della
scialuppa, Bruce molla gli ormeggi lasciandolo andare alla deriva, un esempio
di quella che lui chiama “L’arte di combattere senza combattere”, che poi è la
prima lezione che ti insegnano a qualunque corso di auto difesa, il miglior
combattimento è quello che riesci ad evitare perché ricordate, il Maestro Lee, sta
sempre insegnando la sua filosofia di vita applicata alle arti marziali (e
viceversa), anche quando sembra non stare facendo niente su una barca, in mezzo
al mare.

All’arrivo sull’isola tutti si distraggono con le prostitute
bellezze locali, ma non il Maestro, lui resta concentrato e per incontrare il
contatto sull’isola, la bella agente Mei Ling (Betty Chung), il nostro eroe
indossa una tutina nera e si aggira di notte per l’isola nei panni di
Diabruceleek.

Diabruceleek, il re del terrore (dell’occidente)

Ridendo e scherzando però, se ne vanno via quasi 45 minuti
di film e se vi dicevo che ogni dettaglio di questo film è diventato
iconografia pura, quando Bruce Lee incontra l’odiato O’Hara per la prima volta,
lo vediamo “riporre” la gamba, in una scena che verrà ripresa identica da Neo in Matrix, perché l’elenco dei film
influenzato da “Enter the Dragon” è lungo come il vostro braccio, credetemi.

“Metti subito via quella gambetta se non vuoi scoprire chi è il vero eletto”

Se il diabolico Mr. Han è un cattivo di stampo Bondiano (con
tanto di gatto bianco in braccio da accarezzare), la sua caratteristica
principale è quella di una mano destra smontabile, una menomazione che lui ha
trasformato in arma, grazie ad una collezione di arti avvitabili notevole, il
mio preferito resta la letale “manina grattaschiena” pelosa, anche se mi sono
sempre chiesto se Han avesse anche altre opzioni nella sua collezione, tipo la
mano scovolino per far brillare le pentole e togliere via lo sporco ostinato,
oppure la mano torcia, comodissima per leggere a letto.

Han è molto arrabbiato perché una volta è andato in bagno dimenticandosi di togliere gli artigli.

Ma essendo un film anticipatore di mode e strutture,
capirete da voi che Lee per arrivare ad affrontare il “Boss finale”, dovrà eliminare prima tutti i suoi sgherri, e se nel finale di Dalla Cina con furore, il doppiaggio Italiano ci aveva regalato una
“frase maschia” memorabile, qui molto meno magnanimo, ci toglie una delle frase
più iconiche mai pronunciate dal Maestro Lee: quando il maledetto O’Hara per
fare il gradasso prima del loro incontro, frantuma una tavoletta di legno con
un pugno, Lee in italiano risponde con un fin troppo manicheo e noioso «Morirai
O’Hara, morirai», mentre in lingua originale la frase era tanto memorabile da
diventare leggendaria, «Boards don’t hit back», le tavolette non restituiscono
i colpi… Ma Bruce Lee si!

Una volta ho detto la stessa cosa mentre avvitavo una mensola (storia vera)

Lo scontro con O’Hara lo ammetto, è il mio preferito del
film. Lo so, l’ho detto anche riguardo a quello con Sammo, però è così, di
questo film vado pazzo per tutto, basta aspettare la scena successiva per
assistere ad un momento ancora più iconico. Bruce Lee umilia O’Hara colpendolo
due volte di fila, quando l’americano si incazza, Lee lo stende con uno spettacolare
calcio e poi non si lascia nemmeno impensierire quando l’imbufalito O’Hara lo
attacca con una bottiglia rotta. Una scena leggendaria in cui il kimono bianco
di Lee è diventato il modello per Marshall Law (con due “L” mi raccomando, il risultato cambia altrimenti), uno dei
personaggi di “Tekken”.

O’Hara è talmente infame…

… Che si merita di essere menato due volte.

L’ultimo atto di “I 3 dell’Operazione Drago” è puro Bruce
Lee al massimo della sua potenza e concentrazione, lo vediamo liberare tutti i
prigionieri chiusi delle celle sotterranee, combattendo con un bastone e poi con
i Nunchaku e se avete l’occhio abbastanza allenato, tra gli sgherri mandati a
terra da Lee, potreste scorgere anche un giovane Jackie Chan.

Ma è l’ultimo combattimento ad essere il mio preferito in
assoluto del film (avete capito l’andazzo no? Sono un caso irrecuperabile),
Bruce Lee tra pugni, calci e urla da gatto scopre la stanza segreta tappezzata
di specchi di Han, ed ora io mi chiedo, perché il dittatore di un’isola
dovrebbe avere una stanza segreta piena di specc… No scusate, fate finta di
nulla, preferisco non sapere, a volte l’ignoranza è un bene.

Quando pensate a quanto è stato iconico il Maestro, ricordatevi di questa immagine.

Da una parte Bruce Lee, dall’altra Shih Kien con l’artiglio
a quattro lame avvitato sul polso, di suo non è un grandissimo combattimento,
di fatto si risolve tutto con un paio di calci memorabili, ma proprio due di
numero, però è l’ambientazione a rendere memorabile la scena. Bruce Lee con i
segni di artigliate sanguinati su guance e addominali è la foto che molti di
noi avevano in camera (presente!). Ma la camera piena di specchi è una sorta di
appropriazione culturale, di fatto è “La signora di Shanghai” (1947) di Orson
Welles, filtrata attraverso la sensibilità dei film di menare, ancora oggi,
quando un film si gioca una scena finale ambientata in una stanza piena di
specchi (e gli esempi sono tanti,
davvero tanti), io sfido chiunque a
dirmi che il riferimento non sia diventato nel tempo, più il film di Bruce Lee
che quello di Orson Welles, in fondo sempre di grandi Maestri del cinema stiamo
parlando.

“Dal punto di vista diegetico il film migliore è quello di Welleeeeeeeeeee…” CRASH!

Ancora una volta Bruce Lee porta avanti la sua lezione,
l’artista marziale per vincere deve avere il controllo del suo ambiente per
utilizzarlo a suo piacimento, seguendo la profezia fatta dal suo Maestro ad
inizio film (quasi uno “spoiler” del finale), Bruce Lee distrugge gli specchi
annullando il vantaggio di Han, esattamente come farà rompendo i vetri e
facendo entrare la luce, letale per il suo avversario in “Game of Death”.

I
film di Bruce Lee oltre ad essere puro intrattenimento di genere, sono stati
iconografici, ma anche un modo perfetto per il Maestro per portare al grande pubblico
la sua filosofia, peccato che secondo la cultura popolare (di cui questo film
fa parte), rompere specchi non sia un gesto che porta molta fortuna, infatti
Lee non ne ha avuta molta, e nel prossimo capitolo parleremo proprio di questo, abbiamo
ancora un gioco a cui giocare, un gioco di morte.

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