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I Am Mother (2019): Mother / Daughter (Pink Floyd vs Pearl Jam)

Ormai abbiamo capito come funziona il gioco, esattamente
come tutte le videoteche, videonoleggi e biblioteche in cui siete stati, il
paginone di Netflix vi mette davanti al naso un sacco di titoli, il gioco è
pescare quelli che meritano, evitando gli altri.

Tra quelli meritevoli inserite tranquillamente questo “I Am
Mother”, un film che dopo aver fatto il giro di qualche festival (tra cui il
Sundance) è uscito nei cinema australiani, e per il resto del mondo su Netflix,
il film d’esordio del regista esordiente Grant Sputore.

Eh Eh Eh Eh
Che succede? Dicevo, il regista Grant Sputore…
Eh Eh EH EH!
TVovate foVse Visibile
il nome GVant SputoVe? Beh si in effetti fa ridere. Però il
ragazzo ha un buon occhio bisogna dirlo. Trama è cominciamo.
L’umanità si è estinta. Forse non una gran perdita per
questo pianeta ma quello che potrebbe essere la fine di quasi qualunque storia è
l’inizio di questa. In un bunker ultra tecnologico un robot chiamato Madre, mette
a scaldare sul pentolino un embrione umano e sforna una bimba chiamata
semplicemente Figlia. Insieme all’umanità deve essersi estinto anche l’ufficio
anagrafe. Madre cresce la bambina come se fosse sua figlia, educandola nel
migliore dei modi possibili, insomma come farebbe qualunque genitore con la
testa – non per forza robotica – sulle spalle.

Mother, do you think they’ll like the post? (Quasi-cit.)

Unica regola: non si esce dal bunker, perché fuori la solita
nube tossica radioattiva-mortale-assassina, la famigerata nebbia che rivolta la
gente come un calzino dei Simpson, rende la vita fuori dalla struttura impossibile
per qualunque essere umano. Tranne per una donna, chiamata donna, e non Donna,
perché gli Yankee hanno come nome femminile quello di Donna, no, questa donna
di nome donna è una donna di nome e di fatto ed è anche Hilary Swank. Che è una
donna, ok, fino qui mi sembra abbastanza logico.

Appena ho scritto, “non si esce dal bunker, la vita fuori non
è possibile per via delle condizioni”, il 99% di voi aveva già capito che era
una bella balla, il restante 1% invece lo aveva già capito prima che iniziassi
a scriverlo, perché in fondo è un espediente tanto banale da essere già stato raccontato
in mille storie identiche. Poi caro 99% non offendetevi, quelli sono l’1% sono élite!
Hanno fatto le scuole alte mica per niente.

“Tu non sai chi sono io, ho recitato in…”, “Karate Kid 4, si mi ricordo di te, ho un computer al posto del cervello”

La forza di “I Am Mother” non è l’originalità della trama,
non è nemmeno un ritmo PIM PAM! Tutto brio e azione, diciamo che è un film che
si prende i suoi tempi per raccontare la storia in 115 minuti che a tratti
potrebbero sembrare anche troppi. Anzi a dirla tutta la forza della pellicola
non è nemmeno avere un regista dal nome incredibilmente figo tipo MAX POWER,
no, la forza del film è altrove, ma prima parliamo del livello di NON
originalità della pellicola, giusto per fissare qualche paletto.

Lucius ha espresso benissimo il concetto, di fatto “I Am Mother” potrebbe essere Alien Covenant ripulito dalle frescacce filosofiche
con cui Ridley Scott(o) cerca di darsi un tono, nel finale le motivazioni di
Madre davvero sembrano ricalcate su parte delle trama di “Covenant”, con l’aggiunta
della scusa per non uscire dal bunker, che come abbiamo già detto è una balla,
nemmeno una di quelle solidissime, sembra una di quelle cose che si dicono ai
bambini, per spaventarli a fin di bene, tipo il Babau e quella altre roba da
mamma lì.
Digerito questo, “I Am Mother” fa quasi tutto giusto, a partire
dall’aspetto del film, in cui la tecnologia risulta davvero futuristica ma
minimale, la location è asettica ma tutto sembra molto più costoso dell’effettivo
budget finale del film, circa dieci milioni di fogli verdi con sopra facce di
ex presidenti defunti.
Molti dei quali usati per creare il robot Madre, in realtà
un costume ben fatto indossato da Luke Hawker, vitaminizzato dagli effetti
speciali della Weta, che però parla con la voce di Rose Byrne. Idea geniale perché
ha le movenze di papà e la voce di mamma, in pratica genitori 1 e genitore 2
insieme, tiè!

“Preferisco il termine, unità genitoriale primo oppure unità genitoriale secondo, grazie”

“I Am Mother” è un film piccolo sostenuto da un cast quasi
tutto femminile davvero azzeccato, senza rivelarvi troppo sul quel (ben poco)
che resta da scoprire della storia, Hilary Swank è davvero azzeccata specialmente
affiancata alla giovane Clara Rugaard che si carica letteralmente la pellicola
sulle spalle.

Ma se la svolta, chiamiamola per comodità rivelazione, del
pre finale del film non vi sorprenderà molto se avete già visto “Alien Covenant”,
il meglio “I Am Mother” lo riserva nel finale che da un senso a tutto il
percorso dei personaggi.
Madre per tutto il tempo cresce sua figlia nel modo migliore
possibile, in modo anche amorevole per essere una macchina fatta d’acciaio e
tubi, anche se tanti psicologi al mondo si sono comprati la barca e la casa al
mare grazie e madri calorose più o meno quando un robot fatto di freddo metallo.
Ed è qui che “I Am Mother” mena il suo colpo più duro.
Grant Sputore avrà anche un nome che fa ridere ma è un
ragazzo intelligente, lo dimostra utilizzando la famigerata “Baby mine”, da noi
più temuta con il titolo di “Bimbo mio”, direttamente dal film Dumbo, in un
modo molto più azzeccato di quanto non abbia fatto Tim Burton. Il pezzo diventa la ninna nanna di Madre alla figlia,
una canzone che troverà una logica nel suo finale.

Ooh babe, of course Mamma’s gonna help build the wall (Cit.)

Perché “I Am Mother” parla di questo alla fine, potrà anche
essere fatta di acciaio e metalli vari e agire per scopi che sembrano usciti da
un film di Ridley Scott(o) – e nemmeno uno di quelli belli – ma una madre è
sempre una madre, e quella di questo film sembra uscita da un pezzo dei Pink
Floyd, quella bomba atomica emotiva di “Mother”, solo che questa volta il muro
che sua figlia arriverà a costruire prima e distruggere dopo, non è fatto di
metaforici mattoni, ma è un bunker avvolto in una bugia.

Proprio come la madre di Pink (nel disco oppure nel film di
Alan Parker del 1980) Madre aiuta sua figlia a costruire un muro, di metaforico
qui ci trovate solo l’inevitabile conseguenza, prima o poi i figli arriveranno
a mettere in discussione le verità assolute imposte dai genitori, ed una figlia
arriverà a dire alla madre: «Don’t call me daughter, not fit to». Così io
intanto sono passato dall’improbabile parallelismo con un capolavoro della
musica, ad un’altra perla.

“Cassidy, dimmi che non era tutta una scusa per citare i Pearl Jam”

I Pearl Jam su storie di genitori bastardi e figli ribelli
ci hanno fatto tirato su una bella carriera, tutti i figli del mondo sanno che
prima o poi però la ruota gira per tutti, che le mela non cade mai troppo
lontano dall’albero e tutte quelle cose lì, e se vi sembra che io abbia usato
un po’ troppe canzoni per scrivere di questo film, Grant Sputore al momento
giusto usa anche lui una canzone – la già citata “Bimbo mio” – e fa quadrare alla grande il suo film.

Di film di fantascienza che partono dalla fine dell’umanità
per parlare di essa, ne abbiamo visti tanti, non tutti riusciti come questo,
che è piccolo e probabilmente se fosse uscito in sala, sarebbe stato spazzato
via, quindi per certi versi ben venga Netflix, a salvare titoli come questo. D’altra
parte “I Am Mother” ci insegna che la tecnologia, come la mamma può avere dei pro e dei contro no?
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