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I cancelli del cielo (1980): il crepuscolo del sogno americano (e di un’intera epoca)

In un arco di tempo abbastanza lungo, l’indice di sopravvivenza scende a zero diceva qualcuno, artisticamente parlando per Michael Cimino quell’arco di tempo è stato molto breve. In un attimo è passato dalla festa per l’oscar di “Il cacciatore” (1978), ad essere il regista del film che ha messo fine a tutto, ai fasti dei film Western al cinema, all’epoca della New Hollywood e anche alla United Artists.

Il discorso ovviamente è più articolato di come ci è
stato tramandato, l’utopia della New Hollywood, un momento di quasi totale
libertà creativa, che ha segnato buona parte degli anni ’70 e della produzione
cinematografica americana di quel periodo, aveva già cominciato a mostrare le
prime crepe. Lo avevano capito Peckinpah,
Milius messo al bando, ma anche
Coppola e Scorsese, quindi non stupitevi se ancora oggi quest’ultimo guarda con
malcelato sospetto il cinema più popolare, perché il momento chiave è stato il
1975, Lo Squalo di Spielberg aveva
mostrato una nuova via e le Guerre Stellari di Lucas l’avevano seguita.

L’era reaganiana era alle porte e il 1980 un bel numero
tondo, perfetto per essere segnato sul calendario come la data per un nuovo
inizio e poi, volete mettere la comodità di un capro espiatorio? Un nome contro
cui puntare il dito evitando il lungo (ma comunque abbondantemente
semplificato) spiegone che vi siete appena sorbiti? Quel nome è quello di Michael
Cimino con il suo “I cancelli del cielo”.

“Meglio mettersi comodi, penso che la premessa di Cassidy sarà lunga”

Cimino ha sempre avuto l’etichetta di “enfant prodige”, una
gavetta come sceneggiatore per mettere le mani ad un paio di classici,
anche se nella sua testa Cimino già sognava un grande Western epico, ispirato
ad un fatto realmente accaduto subito dopo la guerra civile americana, uno
scontro tra coloni immigrati dall’Europa e alcuni allevatori locali, di cui
Cimino aveva già pronta una bozza in stato avanzato di sceneggiatura intitolata
“The Johnson County War”, ma la United Artists pronta a farlo esordire dietro alla
macchina da presa, non se la sentiva di puntare subito così in alto, quindi gli
affidò una cosa facile facile con Clint Eastwood, perché il vecchio Clint li ha
tenuti a battesimo tutti. Il risultato? Quella meraviglia di “Una calibro 20
per lo specialista” (1974), anche se ho sempre preferito il titolo originale
“Thunderbolt and Lightfoot”. La conferma che Cimino era arrivato dove
meritava di stare é il suo film successivo, “Il cacciatore” (1978) sarebbe
stato per sempre ricordato come uno dei più scintillanti esempi di cinema della New Hollywood ad Ovest di “Apocalypse
Now” (1979).

Oscar, successo, trionfo. La storia del cinema in questo
senso è chiara, appena un regista raggiunge l’apice, si butta anima e corpo sul
film della vita, quello che può consacrarlo per sempre oppure marchiarlo a vita
con la lettera scarlatta, nel caso di Cimino, barrate tranquillamente “B” perché “The
Johnson County War”, dopo essere lievitato ulteriormente di qualche altra
decina di pagine era diventato “I cancelli del cielo”, ed ora la United Artists,
con le casse gonfie dopo i successi di Qualcuno volò sul nido del cuculo e Rocky II,
non aveva più scuse.

“Certo che è davvero lunga questa premessa eh?”

Anche se i segnali erano stati abbastanza chiari, già sul
set di “Il cacciatore”, Cimino aveva avuto da ridire sulla paternità della
sceneggiatura e per via della sua estrema precisione nel girare, la Universal
Pictures vide lievitare il numero di giorni del piano di lavorazione ma anche
il budget, gonfiato fino a 15 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex
presidenti defunti. Ma tutto sommato il gioco valeva la candela, perché “The
Deer Hunter” oltre ai premi grossi, portò a casa quasi 50 milioni di fogli
della stessa tipologia, diventando immediatamente un classico. La United
Artists invece, con “I cancelli del cielo” scoprì di non avere la stessa
fortuna della loro concorrenza e nemmeno le spalle così larghe, anche perché
sul disastro produttivo del film, sono stati sprecati al tempo fiumi di
inchiostro.

In questo film anche farsi la barba diventa una forma d’arte.

Il gruzzolo iniziale di soldi stanziato dalla United Artists
per “Heaven’s Gate” era di 7 milioni e mezzo, una cifra sensata contando che
una buona fetta del cast non era venuta via per molto, malgrado fossero tutti
nomi piuttosto grossi: Jeff Bridges aveva già recitato per Cimino in “Thunderbolt and Lightfoot”, Christopher Walken arrivava dritto da “Il cacciatore”, mentre per i due protagonisti affarone! Kris Kristofferson
aveva appena finito di guidare il convoglio di Peckinpah (gran successo al botteghino) mentre John Hurt, era solo il
protagonista della scena di pranzo
più famosa (e stomachevole) della storia del cinema, insomma tutti nomi di
prima qualità. La battaglia vera fu per il nome dell’attrice che avrebbe dovuto
interpretare il ruolo di Ella Watson, la protagonista femminile del film.

“Penso che questo post sarà più lungo del film finito”

La United Artists voleva Jane Fonda. No, Jane Fonda no! Deve
recitare mica fare ginnastica! Allora prendiamo Diane Keaton. No, voglio
Isabelle Huppert, risposta in coro dei produttori: «CHIIIII??». Isabelle
Huppert, rossa francese disposta davvero a sporcarsi le mani anche nelle scene
più toste, e nella sua carriera ne ha girate tante, anche per Verhoeven, dove
guarda caso il suo personaggio si chiama quasi allo stesso modo ovvero Elle. Ma alla produzione la Huppert non piaceva
perché non era una bellezza abbastanza americana e non parlava nemmeno troppo
bene l’inglese, Cimino invece la voleva proprio per quello, perché Ella doveva
rappresentare l’America che voleva raccontarci lui e per farlo, doveva prendere
qualcuna arrivata dall’Europa come i primi coloni, perché evidentemente alla United
Artists avevano momentaneamente dimenticato che gli americani, quelli veri,
sono chiusi nella riserve.

United States of Isabelle Huppert.

Alla fine la spunta Cimino che da qui in poi non si guarda
più indietro, alimentato dal sacro fuoco dell’arte, fa lievitare il budget a 13
milioni di dollarazzi, riuscendo nell’incredibile impresa di accumulate giorni
di ritardo sulla tabella di marcia a partire già dalla prima settimana di
riprese, pare che per un solo minuto di girato utilizzabile, era riuscito a
spendere un milione di dollari. I tempi si allungarono all’infinito diventando
paragonabili a quelli della conquista dell’America, per assecondare la sua
maniacale cura per il dettaglio, Cimino era capace di tenere ferme centinaia di comparse solo per
istruirle sui singoli movimenti da eseguire, far demolire e ricostruire (a volte
più volte) interi set e costringere gli attori a ripetere dialoghi e battute per
un numero infinito di ciak. Pare che il piano di lavorazione diventò così lungo
e dilatato, da permettere a John Hurt di girare un altro film nelle pause, parliamo di “The Elephant Man” (1980) di David Lynch, questo per dire che
Giovanni Ferito preferiva sottoporsi alle lunghissime sedute di trucco per
sprofondare dentro i lineamenti deformi di John Merrick, piuttosto che ripetere
ancora le battute scritte da Cimino.

“Non sono un animale! Sono un essere umano, un attore” (quasi-cit.)

Per via del piglio non proprio democratico utilizzato sul
set, Michael Cimino si guadagna il non proprio simpaticissimo nomignolo di
Ayatollah, appioppato da parte dei suoi collaboratori mentre la notizia di questa
travagliata produzione comincia ad attirare l’attenzione della stampa. Cimino non
la prende benissimo è impone di girare a porte chiuse, quello che succede alle
soglie dei cancelli del cielo, resta qui almeno fino al 2 settembre del 1979,
quando il giornalista dell’LA Times Les Gapay, che si era fatto assumere come
comparsa, ha testimoniato e messo nero su bianco molto di quanto vi ho
descritto qui sopra (storia vera).

Il film di Cimino aveva già tutte le penne (intinte nel
curaro) cinematografiche pronte a dargli addosso, per l’infelice scelta di
allontanare i giornalisti, inoltre con un budget faraonico ormai lievitato fino
all’insana cifra di 44 milioni di dollari, l’unico modo che “I cancelli del cielo” aveva per
convincere tutti, era di essere una capolavoro mai finito, cosa che di fatto è,
ma prima bisognava superare le colonne d’Ercole del montaggio, il vero
spartiacque per un film, perché se il set può anche permettersi di essere una
bagno di sangue è in sala di montaggio che un film prende forma e anche qui,
Cimino è andato leggermente sopra le righe.

Bello eh? Però è tutta roba che costa un occhio della testa.

«Eccolo il mio film terminato, 5 ore e 45 minuti». Credo
che le urla dei dirigenti della United Artists si siano sentite fino in Cina.
La casa di produzione impose i 219 minuti della versione originale, ma dopo le
prime recensioni negative di critici inferociti che stroncavano il film,
optarono per cercare almeno di guadagnare qualcosa al botteghino e con
indiavolati colpi di machete, distribuirono la versione da 149 minuti, una
tragedia a cui il pubblico, dopo tutta quella pubblicità negativa non era
interessato, infatti il film incassò 3 miseri milioni di dollari (storia vera). La “director’s cut” da 216 minuti osannata a Cannes, a quel punto suonava quasi come una
beffa per Cimino.

Sarà pure vero che “Heaven’s Gate” dura come le feste
comandate e ha incassato risate e infamia al botteghino, ma vale ancora la pena
trovare 219 (o 216) minuti per tornare nel 1870, con gli amici James Averill (Kris
Kristofferson) e William Irvine (John Hurt) entrambi laureati ad Harvard, che
dopo vent’anni si ritrovano nella piccola cittadina di Casper nella contea di
Johnson in Wyoming, in cui le storie tra coloni e allevatori stanno cominciando
a diventare tesissime. Si perché il potente e spietato Frank Canton (Sam
Waterston) capo allevatore della Wyoming Stock Growers Association è pronto ad
eliminare i coloni accusandolo, ingiustamente o meno, come ladri e sobillatori,
per farlo si serve del talento di Nathan D. Champion (Christopher Walken) un
vigilante per altro amico di Averill, che nonostante faccia un lavoro che
richiede un discreto pelo sullo stomaco, è comunque un uomo con una certa dose
di etica.

Visto inquadrature appena meno ricercate in vita mia.

Questa polveriera ha una sola zona franca, dove ogni
diatriba deve restare fuori, mi riferisco alla sala da ballo dell’imprenditore
John L. Bridges (il quasi omonimo Jeff Bridges), un tendone centrale per la
vita della comunità ribattezzato i cancelli del cielo, qui non valgono le
discussioni e gli scontri, sono concessi solo balli, armonia e violinisti sui
pattini, in quella che è la scena più lunga, famosa, lunga, bella, articolata,
lunga ed affascinante di tutto il film. Dura un’infinità (mi pare di avervelo
detto), ma beccami gallina se non è tra quella manciata di scene che fareste
vedere ad un Marziano sbarcato sulla Terra, per spiegargli cos’è questa cosetta
chiamata settima arte.

Buongiorno E.T. benvenuto sulla Terra, questo si chiama cinema e quello è un violino, hai altre domande?

“I cancelli del cielo” ovviamente non è il seguito di “Il
cacciatore”, ma idealmente è la sua continuazione tematica, la guerra del
Vietnam era la guerra (di logoramento) che aveva corroso il famigerato
“American way of life” partendo dai suoi giovani, che tornati da laggiù erano
ormai irrimediabilmente danneggiati. “Heaven’s Gate” invece punta alla
giugulare, andando ancora più indietro nel corso della storia, Cimino punta a
dimostrare quanto ci fosse di sbagliato nel sogno americano, partendo dalle sue
fondamenta, con la precisa intenzione di smontarlo fin dalle sue origini.

“Ogni tanto cerca di non pestarmi i piedi se ti riesce”

Una nazione nata nel sangue e costruita da immigrati, per
Cimino è un Paese violento e per buona parte razzista, il regista ci racconta
la storia dal punto di vista di quelle mani che hanno costruito l’America, per citare un pezzo parte della colonna
sonora di un film per certi versi analogo. “I cancelli del cielo” è stato
davvero la fine per il Western classico, perché ha saputo assimilare il
crepuscolo della frontiera che era già stato narrato da Peckinpah e John Ford,
in un film che a volte sembra più un dramma in costume, rugginoso, polveroso e
in grado di tirare fuori la sua anima da Western epico, nell’enormità di molte
delle sue inquadrature ma soprattutto nel messaggio.

La narrazione di Cimino ci tramanda una storia di prevaricazione
sociale del forte sul più debole, furti, colpi di fucile e stupri sono la
colonna vertebrale di un Paese dove la libertà sarà anche per tutti, ma ha un
costo alto, molto alto.

Michael Cimino, arte su pellicola, 1980.

Non ho la pretesa di spiegare cinema a nessuno, il cinema lo
puoi ammirare oppure al massimo, puoi tentare di raccontarlo come provo
(indegnamente) a fare io, ma è chiaro che il ritmo lento dei film, il più delle
volte serva a scavare nelle emozioni dei personaggi, lasciando al pubblico il
tempo per elaborare. Cimino da questo punto di vista giocava proprio in un’altra
categoria, la violenza colpisce forte, gli scontri sono battaglie ingloriose e
infinite e la scena di stupro (dolorosissima), rappresenta la morte del sogno Americano,
letteralmente violentato sotto i nostri occhi impotenti, impersonato da una bellezza come Isabelle
Huppert che rappresenta una intera nazione, alla faccia della United Artist che
voleva chiunque altra in un ruolo così complesso e delicato.

Non facciamoci mancare nemmeno una sparatoria, purché sia in grande stile.

Forse è vero che “Heaven’s Gate” non ha le interpretazioni
dai tratti forti e marcati su cui poteva contare “The Deer Hunter”, ma qui
avrebbero stonato proprio perché i personaggi nascono come degli sconfitti fin
dal principio, anche se non ho proprio nulla da eccepire sulle prove dei
singoli attori, Kris Kristofferson è dolente, Isabelle Huppert sensuale e piena
di vita, anche se il migliore resta probabilmente Christopher Walken, alle
prese con il personaggio più sfaccettato e complicato di tutti.

Dove davvero “I cancelli del cielo” dimostra tutta la sua
potenza è nella costruzione di immagini grandiose in grado di riempire lo schermo, bisogna scomodare Kubrick per trovare altra
geometrica e studiatissima bellezza, in inquadrature che sono letteralmente
delle opere d’arte. Si potrebbe scegliere fotogrammi a caso di questo film, stamparli
in alta definizione e appenderli sulle pareti di casa, perché si tratta davvero
di un quadro in movimento che contrappone la bellezza di un Paese e dei suoi
luoghi, alla miseria umana che lo popola. A casa Cassidy questo infinito film è
sempre stato tenuto in altissima considerazione, qualunque appassionato di
cinema non può restare indifferente davanti ad un’opera cinica ma piena
d’amore, maestosa ma disgraziata, insomma non può passare inosservato un
Classido.

Michael Cimino ha pagato per tutti, il suo film oltre ad
aver fatto fallire la United Artists, viene ricordato come quello che ha condannato all’esilio dal
grande schermo il Re di tutti i generi cinematografici, quello che
periodicamente viene dato per morto ovvero il Western. Ma è stata un’estrema
semplificazione, il botto più grosso e proprio per questo utilizzato come capro espiatorio, di un’era che stava già tramontando, quella della New Hollywood.

Dopo questo disastro di critica e pubblico, Cimino non è
stato più lo stesso, al suo fianco è rimasto solo un altro reietto della Mecca
del cinema Americano come Mickey Rourke, che per altro compare in un piccolo
ruolo anche in questo film. Sono arrivati altri grandi film per il regista, ma
nel frattempo qualcosa si era rotto, visto che Cimino è stato al centro di
attacchi personali, in una sorta di distruzione del suo personaggio, che lo ha
portato ad allontanarsi progressivamente da tutto, a partire dai giornalisti.

“Non ti preoccupare Mike, presto sarà l’anno del dragone… occhiolino, occhiolino”

Eppure “L’anno del dragone” (1985) o “Verso il sole” (1996)
restano film bellissimi, esattamente come “I cancelli del cielo” che oggi viene
giustamente considerato per quello che era già quarant’anni fa, ovvero un
classico del cinema, ma solo oggi tutti sono pronti a riconoscerlo come tale. Perché Padre Tempo è il miglior critico cinematografico del mondo e Cimino, pur
avendo pagato per tutti, ha messo su pellicola immagini di durezza e
bellezza tali, da non poter essere messe in discussione, il regista si è
davvero spinto fino ai cancelli del cielo, almeno di quello cinematografico.

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