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I cavalieri dalle lunghe ombre (1980): La banda fratelli

Il western è la vera cifra stilistica di ogni regista
americano, il padre di tutti i generi, quello con cui prima o poi tutti devono
fare i conti e anche il protagonista del nuovo capitolo della rubrica… King of
the hill!

Anche se, a dirla tutta, Walter Hill si è sempre considerato
un regista di western, Driver l’imprendibile
lo era a tutti gli effetti, solo che aveva le auto al posto dei cavalli e se
non gli fosse capitata per le mani la possibilità di entrare nella storia del
cinema con I guerrieri della notte,
lui un western voleva dirigerlo davvero, ma di “Last gun” si sono perse le
tracce.

Però, nel 1980, oh! Non ascolto ragioni! Questa volta faccio un
western! Dev’essere quello che ha affermato Gualtiero Collina quando ha potuto
collaborare (non accreditato) a completare la sceneggiatura di “I cavalieri
dalla lunghe ombre”, scritto a svariate mani da: Bill Bryden, Steven Phillip Smith e da una coppia di
fratelli, Stacy Keach e James Keach che da tempo accarezzavano l’idea
di interpretare altri due fratelli piuttosto celebri, Frank e Jesse James. Siccome
molto spesso nella loro filmografia finivano a recitare con David Carradine, il
nostro, che un’occasione per lavorare e fare film in vita sua non l’ha mai
rifiutata (la sua filmografia parla chiaro in tal senso) se n’è uscito con l’idea:
«Hey raga! Anche io ho un paio di fratelli che fanno gli attori!».

…Ok, dubito fortemente che David Carradine abbia mai detto
«Hey raga!» in vita sua, ma il senso è lo stesso.

I fratelli Keach, che realizzano il sogno di essere i fratelli James.

Walter Hill finisce per dirigere questo film in un anno
abbastanza particolare per il western, i titoli simili erano già quasi delle
riflessioni sulla fine dell’epoca della frontiera: “Tom Horn” (1980) interpretato
da Steve McQueen, dopo innumerevoli cambi di regista usciva proprio in quell’anno,
mentre “Bronco Billy” diretto e interpretato da Clint Eastwood, raccoglieva
ingiustamente pernacchie, non capito da critica e pubblico. Ma, soprattutto, il
1980 è l’anno di un glorioso disastro come quello di “I cancelli del cielo” di Michael
Cimino, un capolavoro a tutti gli effetti, il cui clamoroso tonfo al botteghino
finì per diventare il monito per tutte le grandi case di produzione per tornare
ad investire sul Re di tutti i generi cinematografici.

A ben guardarlo, “The Long Riders” ha un’impostazione
classica, ma non è l’ennesima trasposizione della legenda di Jesse James e del suo
assassinio da parte del codardo Bob Ford, quella è stata portata al cinema un
miliardo di volte da “Jess il bandito” (1939, la versione più vicina alla
storia secondo lo stesso Hill) fino a “L’assassinio di Jesse James per mano del
codardo Robert Ford” (2007) che, come potete intuire dal titolo, parla dell’assassinio
di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.

Una prateria di titoli di testa, come da tradizione della rubrica.

No, qui Walter Hill paga il debito con il suo maestro, l’uomo
che lanciò la sua carriera al cinema dirigendo la sua sceneggiatura per “Getaway!”
(1972) ovvero Sam Peckinpah, da cui prende in prestito l’idea dell’ultimo
eroismo compiuto da una banda di perdenti come accadeva in “Il mucchio
selvaggio” (1969) e mescola tutto, con una visione proletaria dei personaggi
che potremmo ricondurre ad Akira Kurosawa e quell’aria da ultimo valzer che
potrebbe ricordare un po’ “Il pistolero” (1976) di Don Siegel. Invece, di
concentrarsi solo sul più noto e carismatico membro della banda di Jesse James,
ovvero il leader del gruppo, Hill sforna una saga familiare che sa di tragedia
collettiva.

Per fare ciò, coglie al volo l’idea dei fratelli Keach
affidando loro il ruolo di Frank e Jesse James, ma tira dentro anche i
Carradine, TUTTI i Carradine! David interpreta la faccia da schiaffi di Cole
Younger, Robert è Bob Younger, mentre a Keith Carradine tocca Jim
Younger. Basta così? Col cavolo! Una volta aperta la diga della fratellanza,
Walter Hill non si è più fermato, ecco perché Dennis e Randy Quaid  interpretano Ed e Clell Miller, mentre ai
fratelli Christopher e Nicholas Guest toccano Charley e Robert Ford. Vi
ricordate la “banda Fratelli” dei Goonies? Ecco, Walter Hill l’ha radunata davvero!

Mi sembra il caso di dirlo: Brothers in arms.

Anzi, a dirla proprio tutta, Hill aveva contattato
anche Jeff Bridges e suo fratello Beau Bridges che hanno rifiutato per via di
precedenti impegni lavorativi (storia vera).

Per “I cavalieri dalle lunghe ombre” Gualtiero Collina
inizia la sua storica collaborazione con il musicista Ry Cooder, campione di “Slide
guitar” e colonna portante di tanto cinema di Hill, iniziate a contare il
numero della collaborazioni tra i due, Cooder terrà banco da qui fino alla fine
della rubrica. Nella colonna sonora il chitarrista rielabora alla sua maniera
un classico del folk americano come “Jesse James”, ma soprattutto firma una
colonna sonora malinconica, pezzi che sanno di cose andate, oppure che stanno
per andarsene per sempre, che detta il passo di tutto il film, al resto, invece,
ci pensa Walter Hill.
Nel 1866, dopo la fine della guerra tra il Nord e il Sud
degli Stati Uniti, la famigerata banda di Jesse James, continua a rapinare
banche, treni e diligenze unioniste, come se il Missouri fosse la foresta di
Sherwood.

“Bro, qui ci vuole un azione di gruppo, tutti uniti come se fossimo fratelli”, “Ma noi siamo tutti fratelli!”

Dopo ogni colpo la banda si divide il bottino, allontana
componenti troppo esagitati (interpretati, non a caso, da quel vero matto di Randy
Quaid), condividono bevute, litigano per le donne e qualcuno sogna di
sistemarsi e sposarsi. Le vicende umane e sentimentali di questa “banda Fratelli”
ricalcano i punti di forza e le debolezze dei personaggi, tutti molto
consapevoli di essere in una spirale che non finirà benissimo per molti
di loro, forse per tutti.

Lo stesso Walter Hill ha riassunto molto bene il film, la
storia della banda di Jesse James non termina con la morte di Jesse, ucciso a
tradimento mentre sistemava un quadro storto sul muro (la fine che farò io, non
posso vederli i quadri appesi storti, mi mandano in tilt!), quindi diventava
anche complicato riassumere tutti gli eventi nella classica struttura a tre
atti, per questo per lui tutto “I cavalieri dalle lunghe ombre” è idealmente
ispirato ad una battuta di un film di Jean-Luc Godard: «The jokes are funny but
the bullets are real», le battute sono divertenti, ma i proiettili sono reali.

“E se la cosa non vi fa ridere, preparatevi al fuoco di fila”

“The Long Riders” è tutto qui: la storia di un gruppo di
ragazzi spiritosi e spericolati, che non erano a conoscenza delle increspature
che hanno causato e quando lo hanno capito davvero, erano pronti alla fine
della loro storia che poteva arrivare come hanno vissuto, tra battute e
proiettili.

“I cavalieri dalla lunghe ombre” dura cento minuti spaccati
e per numero di eventi, sembra lungo quanto il suo titolo italiano, sulla vhs
registrata dalla tv che avevo finivo sempre per vederlo a puntate, anticipando
una vita a seguire serie televisive, eppure il ritmo è buono, mentre la
struttura è simmetrica al limite dell’ossessivo, perché oltre a volersi accaparrare
tutte le coppie (o le triplette) di fratelli attori in circolazione, Walter
Hill affida il ruolo del rapinatore di banche a Northfield ad uno che prima di
diventare un signor scrittore e bazzicare assiduamente il cinema, faceva il
rapinatore di banche, ovvero Edward Bunker.

Cavalli, revolver e cappelli a testa larga. Signore, signori, Walter Hill ha sfornato un altro classico!

Questo è il livello di cura del dettaglio che Hill imprime
al film, anche nella ricostruzione dei luoghi, ad esempio, a me fa impazzire la
banca e l’obitorio piazzati uno accanto all’altra, visto il via vai di gente portata
con i piedi avanti da un posto all’altro.

Ma oltre alle doppiette di fratelli, “I cavalieri dalle
lunghe ombre” ha quasi tutto in doppia copia, ci sono due funerali, uno
estremamente dolente che sembra quasi segnare la fine di un’epoca. Ha due tra
fidanzamenti e matrimoni e ha anche un paio di duelli, uno girato in maniera
assolutamente clamorosa, come solo la regia elegantissima di Hill può essere.
Quando Cole Younger (David Carradine) deve vedersela con Sam
Starr (il solito James Remar, uno che
diventerà una presenza in questa rubrica) diciamo per il cuore – ma non solo –
di Belle Starr (Pamela Reed), una lotta al coltello con le regole indiane: le
estremità di una corda di un metro o poco più, da tenere tra i denti dei
contendenti e vinca il più cattivo.

“Ehi tu mr. Kung fu, vieni qui a sfidare il mio coltello…”

L’ennesima scena in cui proprio come in L’eroe della strada, Gualtiero dimostra la sua abilità nel dirigerei combattimenti e le scene d’azione, non solo perché le coreografie (curate dal grande Craig R. Baxley) sono ottime, ma anche perché il numero di inquadrature scelte da Hill sono variegate e rendono la scena molto avvincente, oltre che girata alla grande.

“…Quello un coltello? Questo è un coltello!” (Cit.)

A proposito di scene dirette come si dirige in Paradiso e
di momenti simmetrici, il film inizia e finisce con due rapine, quella conclusiva
di Northfield è una citazione chiarissima, quasi una dichiarazione d’amore al
maestro Sam Peckinpah, il modo di alternare il montaggio, di utilizzare il
rallenti e di spargere il sangue è lo stesso di “Bloody Sam”, in quella che molti
hanno etichettato frettolosamente come “Hill che rifà Peckinpah”, quando, invece,
è una scena grandiosa perché questo film ha un’altra cosa in doppia coppia, gli
“Huevos”, non credo sia necessaria la traduzione.

Per me “I cavalieri dalla lunghe ombre” è uno di quei grandi
western crepuscolari sulla fine dell’era della frontiera, che non viene mai citato
abbastanza quando si parla di grandi western crepuscolari sulla fine dell’era
della frontiera. Perdonatemi, ma con tutti questi doppi e tripli, anche io oggi
sono in fissa con ribadire i concetti due volte.

Ogni volta che rivedo questa scena, resto incollato allo schermo come se non l’avessi mai vista (storia vera).

Molti registi di genere, cresciuti a pane e Western, lo
hanno interpretato, senza poterlo affrontare direttamente, penso a George A. Romero, oppure a Carpenter che cavalli e cappelli a tesa
larga li ha incrociati sempre solo di striscio. Walter Hill qui ha avuto l’occasione per ripagare il debito d’onore
con il genere che lo ha artisticamente formato, per nostra fortuna non sarà
nemmeno l’ultima volta nella sua carriera a in questa rubrica.

Quindi, per oggi finiamo qui, ma tra sette giorni avremo un’altra
banda di fratelli da seguire, fratelli in guerra questa volta, portatevi il
bicchiere, il whiskey (di una marca in particolare) lo offre la Bara Volante. Nel frattempo però, vi ricordo la locandina d’epoca di questo film, direttamente dalla pagine di IPMP!
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