Home » Recensioni » I figli degli uomini (2006): quando sarà il momento, ci ricorderemo di essere umani?

I figli degli uomini (2006): quando sarà il momento, ci ricorderemo di essere umani?

Tra i titoli che compiono gli anni nel corso del 2026, non potevo proprio saltare “I figli degli uomini” di Alfonso Cuarón, perché parecchie delle sue previsioni è riuscito ad azzeccarle, ma prima di tutto, facciamo un passo indietro: Cuarón, dal Messico con furore, aveva agevolmente pagato pegno firmando un filmone ad alto budget, per la precisione uno degli Harry Potter. Superata questa tappa obbligatoria di carriera, il nostro era pronto per qualcosa di più personale e mi ha sempre fatto molto piacere notare che, un regista tenuto molto in considerazione dalla critica “alta”, si sia lanciato in una doppietta di film di fantascienza, in cui il genere era al servizio della narrazione.

Eppure “I figli degli uomini” era in circolazione da molto prima, esattamente dal 1992, nato dalla penna della scrittrice di fantascienza P. D. James, uno che occultava il suo genere dietro le iniziali perché ehi, una donna che scrive fantascienza? Uhmm… Infatti ho sempre trovato simbolico il fatto che nel romanzo, ad essere sterili sono gli uomini, dettaglio che è stato cambiato nel passaggio al grande schermo, meditate gente, meditate.

Ci sono altri strati di narrazione presenti nel libro e scomparsi nel passaggio sul grande schermo, ad esempio tutta la classificazione dei maschietti in base al grado di bellezza, ma è normale, si tratta di adattamento per di più, molto rimaneggiato, visto che alla voce “sceneggiatura” troviamo addirittura cinque nomi: Alfonso Cuarón, David Arata, Timothy J. Sexton, Mark Fergus, Hawk Ostby. Tutti uomini.

Non per mettervi ansia, ma nella timeline dei film di fantascienza, ormai abbiamo raggiunto questo film.

Quindi partiamo subito con il puntare il dito verso l’elefante al centro della stanza, le due critiche che da vent’anni vengono mosse a questo film e che gli hanno impedito di diventare un classico contemporaneo, ma solo un buonissimo film dato per scontato un po’ da tutti sono essenzialmente due: l’alto quantitativo di Gesù in una trama “troppo semplice”. Al pubblico puoi fare ogni sgambetto, lo puoi prendere per il naso, fregarlo con trailer ingannevoli, ma se gli offri solo una trama lineare, che si sviluppa bene e non ambisce a chissà quali strati di lettura, rischi di offenderlo, mai capito il perché, cioè sì, ma sono più disilluso nei confronti dei cinefili di quanto qui non lo sia Theo nei confronti della società, quindi passo ad altro, di ben più interessante.

Come il suo paesano Guillermo del Toro, anche Alfonso Cuarón è devoto alla narrazione per immagini, che il più delle volte nei film di entrambi i registi compensa e aggiunge tutte le informazioni che il pubblico, abituato ad ascoltarli i film più che guardarli… Se tieni il naso sul telefono, ti de-evolvi come spettatore in questa direzione. Le parole di Cuarón sono il suo manifesto programmatico: il Cinema è diventato schiavo della narrazione (quelli che io chiamo spiegoni) io voglio che la narrazione sia schiava del cinema.

Ogni volta vorrei mettere in pausa e avere uno zoom abbastanza potente per leggermi gli articoli su un mondo andato a rotoli, forse non sarebbero tanto diversi dal giornale di oggi.

Il mondo di “I figli degli uomini” è stato costruito con questa regola aurea in testa, si capisce che parla di un futuro che potrebbe essere mercoledì prossimo perché le auto sono state scelte dal regista tra i modelli con il design più strano, poco famigliare agli occhi del grande pubblico, quello americano in particolare, ecco spiegata l’utilitaria francese guidata senza freni oppure la buffa Fiat Multipla (esposta anche al Guggenheim, storia vera) per l’unica scena che ancora tutti ricordano di questo film.

Eppure la narrazione per immagini di Cuarón è ovunque, anche negli altri piani sequenza del film, a partire da quello di apertura, che ci introduce alla morte di Baby Diego, che oggi per noi sarebbe un influencer, per una società dove ogni due secondi scoppia una bomba per strada e gli immigrati sono trattati come cittadini di serie B se non proprio animali, letteralmente, visto che stanno nelle gabbia davanti alle quali passeggia anche Clive Owen. Alfonso Cuarón ci catapulta in un futuro che, al momento dell’uscita nel 2006, sembrava cupo e provocatorio, vent’anni dopo, fa semplicemente impressione per quanto sia diventato molto più attuale, un racconto distopico che torna utile per spiegare il telegiornale della sera.

Film o telegiornale? Meditate gente, meditate.

La premessa è brutale nella sua semplicità: l’umanità è diventata sterile. Zero nascite per quasi vent’anni. Niente bambini, niente futuro, solo una società che sopravvive per inerzia, barcollando tra crisi migratorie incontrollabili, governi sempre più repressivi e un clima sociale che sembra una polveriera. La disperazione è ovunque, avvolta da un cinismo collettivo che sembra il vero carburante di un mondo arrivato al suo ultimo giro di lancette, quando un protagonista disilluso e perfettamente in linea con questo (non tanto coraggioso) nuovo mondo, si ritrova a dover scortare la nuova Vergine Maria, la prima donna incinta dopo vent’anni.

Cuarón prende tutto questo e invece di fartelo spiegare da un narratore onnisciente o da qualche scienziato con la lavagnetta, te lo fa vivere addosso. Ti lancia nel fango, ti schiaffa nel traffico londinese pieno di checkpoint militari, ti fa camminare con i personaggi tra profughi arrabbiati, terroristi improvvisati e cittadini che si stringono ai pochi brandelli di normalità rimasti. La sua regia è un’unica lunga immersione visiva, il trionfo dello show don’t tell, perché “Children of Men” funziona benissimo, non tanto per la storia molto semplice che ha da raccontare, ma per come lo fa.

La citazione che farà felici tutti i fan dei Pink Floyd.

Ricordo ancora commenti dall’anno 2006, roba tipo: “Un film diretto benissimo con una trama banale come un messaggio domenicale del Papa”. Sì, la base cattolica del regista si nota tutta qui, come emergeva anche nel finale del suo successivo film di fantascienza, i richiami all’iconografia cattolica ci sono tutti, ma tutto quello che manca (per fortuna!) in termini di spiegoni, ci viene fornito semplicemente guardandolo il film: basta fare attenzione ai poster, ai ritagli di giornale appesi che vediamo spesso sullo sfondo, sono carici di informazioni su un lavoro di “World building” fatto nel dettaglio e soprattutto, ricco di dettagli. Che poi il messaggio di speranza del film sia carico di elementi religiosi, mi interessa il giusto, non devo condividere la fede del regista per godermi la storia che vuole raccontarmi e qui Cuarón la racconta alla grande. Si, è il momento di parlare dei famigerati piani sequenza!

Del primo, quello di apertura vi ho già detto, quindi zompiamo direttamente all’unica scena sopravvissuta nella mente del grande pubblico, quella che ogni tanto spunta ancora sui reel di IG: il piano sequenza in auto è cinema che ha anticipato il futuro. Oggi una scena così sarebbe molto più semplice da realizzare per via delle dimensioni delle macchine da presa digitali, nel 2006 Alfonso Cuarón, il suo direttore della fotografia Emmanuel Lubezki e tutta la sua squadra di tecnici, hanno dovuto risolvere problemi tecnici per poterla portare in scena quella sequenza.

Nel 2006 guardandola al cinema, ho passato il tempo a chiedermi due cose, la prima, dove cacchio avevano messo l’MDP? La risposta l’ho avuto dopo, per far entrare una macchina da presa grossa come uno scaldabagno nell’abitacolo, hanno tagliato via parte della lamiera del tetto e la scelta di una Multipla è stata anche tecnica oltre che narrativa, a quel punto ci voleva una macchina abbastanza capiente per obbiettivo e cast (storia vera).

Come far entrare una Fiat nella storia (del cinema)

Già coordinare un piano sequenza non è semplice, pensate dover far funzionare tutta la sequenza dell’attacco dell’abitacolo dovendo rispondere anche al mio secondo quesito: come cacchio hanno fatto Clive Owen e Julianne Moore, sapendo di non poter sbagliare per non dover ricominciare il piano sequenza da capo, a fare quel giochetto della pallina sparata con la bocca? Ok lo so, un tocco di green screen oppure beh, quei due sono magici.

Era dai tempi di Priscilla che non vedevo una pallina fare tali magie.

Ma tecnicismi a parte la sequenza è un piccolo manuale di come si passa dalla tranquillità al caos (se non proprio al panico) nella stessa scena, ma anche il resto del film riserva soprese, ad esempio il finale con Clive Owen che avanza tra palazzi sventrati e proiettili che fischiano da tutte le parti? Anche quello è un piano sequenza (anche se montato insieme molto bene) che tradisce una regola tacita con il pubblico, ad un certo punto degli schizzi di sangue sporcano la lente della macchina da presa e resteranno lì fino alla fine della sequenza. Sarà anche un modo per “mostrare il trucco” mettendo i bastoni tra le ruote all’occhio della MDP come narratore omnisciente, ma è un modo per restituire la brutalità del momento che paga comunque dividenti.

Parlando di Clive Owen, nel 2006 era ovunque nei film, qui incarna perfettamente un antieroe, uno che non ha più voglia di crederci, che ha perso entusiasmo, fede, ottimismo e probabilmente anche il gusto per i vestiti stirati. Facciamo la sua conoscenza nel primo – di tanti – piani sequenza del film, quello introduttivo dove si compre il caffè e lo allunga con un po’ d’alcool (la colazione dei campioni) e capiamo subito che Theolonius Faron, detto Theo, è una figura sciatta, disillusa, che incarna esattamente l’umore dell’umanità del film. Ma proprio questo lo rende l’uomo perfetto per essere trascinato suo malgrado dentro una fuga che è letteralmente l’ultima speranza della specie. Owen porta sulle spalle un dolore sommesso, mai urlato, che emerge nei gesti minimi, negli sguardi, nel modo in cui sembra sempre un po’ più stanco del necessario, il perfetto protagonista di un Noir o di un neo-Noir, gli manca giusto il Fedora in testa.

Accanto a lui, Michael Caine regala una delle sue interpretazioni più sorprendenti dei 2000: un hippie anziano, sarcastico, tenero e totalmente fuori dagli schemi, il cui humor è una delle poche cose che riescono a strappare un vero sorriso in un mondo ormai incapace di produrne. Il suo personaggio vive in una piccola isola di umanità fatta di vinili, erba e battute amare. Jasper poteva diventare una macchietta, invece Alfonso Cuarón ci fornisce tutte le informazioni sul passato del personaggio con un paio di carrellate sulle foto e gli articoli che tiene appesi in casa, al resto ci pensa un’istituzione vivente come Caine, a dare forza ad un personaggio fatto di cannette, puzzette e vinile dei Deep Purple, un figlio dei fiori che non ha mai smesso di crederci, malgrado il mondo lo abbia reso un dinosauro che ride in faccia all’autorità a colpi di «Tirami il dito», eroe.

Libri, divano, musica Rock, cane ed erba: Michael Cane modello di vita e ideale per la pensione.

I momenti teneri che emergono da Jasper non mancano, a Cuarón bastano piccole pennellate per creare un mondo e i personaggi che lo popolano, ad esempio la scena con la moglie di Jasper ci dice tutto di lui, anche attraverso la scelta musicale, Franco Battiato nella sua versione dei Rolling Stones.

Il vero miracolo bipede comunque resta Kee (Clare-Hope Ashitey), la giovane donna incinta, incarnazione fragile e potentissima di tutto ciò che resta da salvare. La maternità, in un mondo che l’ha perduta da quasi due decenni, diventa qualcosa di sacro in un film in cui l’iconografia cattolica si spreca, basta dire che i rivoluzionari si chiamano Pesci, più cattolico di così non si poteva. Certo, rivelare il segreto di Kee, il pancione che nasconde sotto i vestiti, mostrando il personaggio circondato da mucche, non è proprio la scelta più delicata mai fatta da Alfonso Cuarón nella sua carriera, però compensa con il modo in cui la narrazione per immagini fa arrivare forte il suo messaggio: nel futuro che somiglia a mercoledì prossimo di “Children of Men” immigrati, donne, minoranze etniche, sono cittadini di serie B, letteralmente chiusi dentro gabbie, se il nuovo Messia deve nascere, chi può metterlo al mondo se non l’esempio di una cittadina di serie B?

Delicatissima (cit.)

Questa scelta oggi verrebbe accolta a colpi di cori ottusi tipo Woooooookeeeee! Ma il messaggio è chiarissimo e Cuarón ci gioca, come da Kee che percula Theo dicendole di essere incinta («… ma sei scemo?») perché comunque parliamo di una Vergine Maria in stile Bara Volante, che sogna di chiamare il nuovo Gesù una cosa tipo Froley o meglio Bazooka, se si tratta di una femmina. Eroina!

Il film si completa con una serie di personaggi-archetipo che riempiono lo scenario, abbiamo terroristi militanti troppo pragmatici per essere considerati veri estremisti di sinistra come Julian, impersonata da Julianne Moore. Fino al viscido Danny Huston che cena davanti al David di Donatello, incarnando il potere che divora tutto, se ne frega di arte e persone ed è ossessionato dagli immigrati, il candidato ideale per il centro-destra in qualunque Paese del mondo, per altro Danny parla benissimo italiano, pensateci.

«Permesso, fate passare il futuro per favore, grazie»

Charlie Hunnam qui faccio sempre difficoltà a riconoscerlo con quei rasta biondi mentre Chiwetel Ejiofor copre un ruolo adatto al suo status di eterno quasi famoso, menzione speciale per Syd, quel fascista di merda (cit.) che parla in terza persona, che entra in scena in un modo, sembra un voltafaccia arrivista e poi beh, fa il voltafaccia arrivista perché tanto resta un fascista di merda (cit. in questo caso mia), affidarlo alla faccia da schiaffi di Peter Mullan è stata una grande pensata.

Rivisto oggi, “I figli degli uomini” è un film che ha sinistramente anticipato molto, persino una pandemia globale, se all’epoca sembrava un’ipotesi cupa, oggi sembra più vicino al telegiornale e a certe immagini dal mondo che ci arrivano dallo schermo, sia della tv che dei Social. Cuarón ci aveva già avvertiti e a chi piacciono i vari meme, questo film è ambientato nell’anno X, iniziate a vestirvi così, ricordo che “Children of Men” è ambientato nel 2027, quindi festeggiare i suoi primi trent’anni era qualcosa da fare a stretto giro, in ogni caso.

Episodio IV: una precaria speranza

Nonostante tutto questo buio, il film non è mai veramente disperato, o meglio, la disperazione c’è, ma non è l’ultima spiaggia. Perché “I figli degli uomini” è anche un film sulla resistenza della speranza, su come, anche in un mondo al collasso possa sopravvivere un gesto di altruismo e di coraggio. Sarà anche un film pieno di cattolicesimo, ma parla di come l’essere umano, anche quando è ridotto allo stato più primitivo e brutale, possa ancora scegliere di essere migliore, di essere beh, umano.

Vent’anni dopo, “I figli degli uomini” non è semplicemente invecchiato bene, è diventato un classico contemporaneo dato per scontato, così tanto che viene citato poco, perché troppo pubblico sembra solo interessato ad una trama percepita come complessa e che alla narrazione per immagini – che qui domina incontrastata – non dà il giusto peso. Questo film di Cuarón viene ricordato giusto per il piano sequenza in auto, dimenticando che videogiochi popolari basati su trame simili, sono arrivati solo dopo “Children of Men” (si, sto pensando a “The last of us” che è del 2013), ma rispetto a tutto questo, dovremmo invece ricordarci come sia riuscito ad essere politico senza essere didascalico, emotivo senza essere manipolatorio, spettacolare senza bisogno di strafare ma soprattutto, un film che ci ricorda quanto sia fragile – e preziosa – l’idea stessa di futuro.

5 7 voti
Voto Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
14 Commenti
Più votati
Recenti Più Vecchi
Film del Giorno

La fine di Oak Street (2026): anche i dinosauri lo fanno

Forse un giorno andremo al museo a vedere i fossili della filmografia di David Robert Mitchell come oggi andiamo a vedere quelli dei dinosauri. Appena quarantenne, ha firmato un titolo [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2025 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing