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I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005): Favola senza lieto fine

In ogni filmografia, anche quella più rispettabile, prima o
poi deve cadere un po’ di pioggia, quindi preparate gli ombrelli, perché questo
è il capitolo fradicio d’acqua della rubrica… Gilliamesque!

Dopo il flop al botteghino di un film comunque destinato a
diventare di culto come Paura e delirio a Las Vegas, per Terry Gilliam inizia
una delle fasi più complicate della sua carriera: le produzioni complicate
hanno funestato la carriera di Gilliam contribuendo a dare di lui l’immagine di
un regista impossibile e con le mani bucate, a riabilitare l’immagine dell’unico
Python americano (ancora per poco, visto che il 2006 si avvicina) ci pensa il
documentario Lost in la Mancha, da
cui emerge un Gilliam caparbio, ma capace di mantenere la calma anche davanti ai
peggiori casi di “Negation of the Pussy”, la sfiga, come è stata
definitivamente ribattezzata dal direttore della fotografia di fiducia del
regista, Nicola Pecorini.

Dicono, però, che quando piove, poi diluvia, perché tutti i
progetti di Gilliam successivi agli anni ’90, sono funestati da problemi
produttivi che vanno dall’enorme al gigantesco, alternativi a budget
infinitesimali e dosi altissime di “Negation of the pussy”. Nei sette anni che
intercorrono tra il suo fine settimana a Las Vegas e un nuovo film da regista, Terry le tenta tutte per portare sul
grande schermo “The defective detective”, un progetto che urla “GILLIAM” a
pieni polmoni, la storia di un devastato detective che indagando sulla
scomparsa di un bambino finisce in un assurdo mondo fiabesco fatto di alberi
volanti e cavalieri, ma il massimo che riesce a ottenere per raggranellare un
po’ di denaro, è la regia di “The Secret Tournament”, diretto nel dicembre del
2001, sono tre minuti di girato che probabilmente nemmeno sapete essere stati
diretti da Gilliam (sempre supportato dal fidato Pecorini alla fotografia), ma
che avete visto di sicuro, se vi dico calciatori che prendono parte ad un
torneo segreto, con Éric Cantona a fare da arbitro e “A Little Less
Conversation” di Elvis Presley come sottofondo musicale, voi cosa dite?
Bravi, proprio il celebre (e ammettiamolo fighissimo) spot di una certa marca
che porta il nome della divinità Greca della vittoria.
La notizia passa abbastanza sotto traccia, ma avremmo dovuto
capirlo, perché in tre minuti scarsi e firmando un lavoro che più su
commissione di così non è davvero possibile, Gilliam piazza la zampata: come
quasi tutti i personaggi dei suoi film, anche i calciatori protagonisti di “The
Secret Tournament” stanno chiusi dentro una gabbia, vezzo e tratto distintivo
del cinema del nostro Terry. Poco? Sì, ma tocca accontentarci, perché le cose
possono solo peggiorare.
La cosa più vicina a “The defective detective” che viene
proposta a Gilliam è la storia di una particolare coppia di investigatori,
impegnati a risolvere un caso ambientato nel mondo delle favole, si tratta
della sceneggiatura di “The Brothers Grimm” scritta da Ehren Kruger, uno con un
curriculum pieno di titoli altisonanti, ma che se poi li guardi bene da vicino
non sono proprio tutta questa gran cosa (ho sempre avuto un rapporto complicato
con “Scream 3” o con “The Ring”).
Sulla carta l’idea di rendere i fratelli Grimm due “Indagatori
dell’Incubo” che affrontano il paranormale, in realtà truffando i poveri
creduloni con trucchi che di fatto sono a tutti gli effetti cinematografici, ma
ben prima che un’altra coppia di fratelli (Auguste e Louis Lumière)
inventassero la settima arte, non è niente male, ecco, però, i film non si fanno
sulla carta, sono un complicatissimo rebus fatto di sceneggiatori, attori,
registi, direttori della fotografia e produttori che per questo film hanno un
cognome noto, se non addirittura famigerato e, guarda caso, pure loro sono due
fratelli: I Weinstein.

Come passare dai Gumbys ai Weinstein, per scoprire poi che non sono troppo diversi.

Sapete con chi altro nel mondo del cinema ho un rapporto
complicato? Monica Bellucci, se siete tra quelli che s’impettiscono quando un
nostro connazionale ha successo fuori da uno strambo Paese a forma di scarpa,
la Monicona nazionale vi avrà dato sicuramente delle gioie, ma questa
argomentazione la lascio a chi vuole percorrerla, possiamo accordarci per un
pareggio se vogliamo dire che belle come la Bellucci al suo meglio, ne abbiamo
viste proprio poche, poi ci sarebbe l’altra faccenda, la recitazione. Ecco, qui
casca l’asino perché Monica è indifendibile e per via dei suoi, non proprio
irresistibili, trascorsi recitativi si porta dietro una fama che la precede, se
provate a chiedere qui da noi, “The Brothers Grimm” è quello dove ci recita la
Bellucci, infatti il titolo italiano del film sembra fatto apposta per sottolineare
la sua presenza, ma se devo dirvelo in tutta onestà, Monica Bellucci è il
problema minore di “I fratelli Grimm e l’incantevole strega”.

“Auch! Mi sa che siano nei guai seri questa volta”.

Per motivi di puro “Gilliamismo” ho il DVD di questo film
nella mia collezione, la parte migliore forse sono i contenuti speciali (il che
è tutto detto), nella traccia audio del commento del regista, Gilliam dichiara
che questo è il suo primo film in cui i personaggi sfoggiano denti pulitissimi
e non sporchi come al solito e poi
aggiunge scherzando di essersi venduto. Ma per via della travagliata
produzione, i denti scintillanti degli attori, sono il compromesso meno grave
che Gilliam ha dovuto accettare per portare a termine questo film.

Gilliam e il fidato Tony Grisoni riscrivono buona parte
della sceneggiatura, ma non essendo iscritti alla famigerata “Writers guild of America”
non vengono accreditati, in compenso, i Weinstein gli impongono svariate
modifiche e pretendono un finale ottimista per la vicenda. Terry che ha sempre
dimostrato che quando è il momento di fare a capocciate con i produttori
burocrati in doppio petto per uno dei suoi film (lo aveva già fatto con
successo per Brazil) é bravissimo a mettere le corna a
terra e la guerra fredda tra Gilliam e i Weinstein fa interrompere la
produzione del film per sei mesi, tempo che l’ex Monty Python impiega per
dirigere “Tideland”, ma questa è un’altra storia e ne parleremo la prossima
settimana.

Invece che promosso al Reparto recupero informazioni è diventato subito capo dell’esercito invasore!

Ma l’uomo che ha tenuto duro per Munchausen, lottato per Brazil
e inseguito Don Chisciotte dal 1991, secondo voi può abbandonare i Fratelli
Grimm nelle mani degli orchi noti come Weinstein? Proprio no e credetemi, io
sono profondamente convinto che la testardaggine sia una virtù, ma da testardi
bisogna anche capire quando è il momento di mollare il colpo, questa poteva
essere una di quelle volte alla luce dei fatti.

Sì, perché i Weinstein richiedono il loro tributo di sangue a
Gilliam e malgrado l’opposizione del regista licenziano in tronco Nicola
Pecorini, colpevole di aver criticato le loro scelte (perché se Terry è Don
Chisciotte, Pecorini è il suo degno scudiero) e non paghi fanno fuori anche il
compositore scelto da Terry, Goran Bregovic sostituito dal ben più canonico Dario
Marianelli che, infatti, risponde con un tema musicale sull’anonimo andante.

Dopo aver coniato l’espressione Negation of the pussy, vorrei sapere che parola ha usato per i Weinstein.

Ora, io lo so che nell’anno di grazia 2018, parlare male dei
Weinstein è la normalità, sarebbe pure facile andare a ripescare i pettegolezzi
riguardante la scelta delle attrici che compaiono nel film, che fossero due
bastardoni in grado di fare il bello e il cattivo tempo con i loro modi
discutibili lo sapevamo noi spettatori, figuriamoci gli addetti ai lavori, ma
se volete sapere la mia, a me sono sempre stati sul cazzo, fondamentalmente per
questo film (storia vera). Lo so, vale poco, ci tenevo a condividere la mia
posizione sull’argomento, un giorno mi farò stampare una maglietta con su
scritto: “Nicola Pecorini was right”.

La parte che preferisco di “I fratelli Grimm e l’incantevole
strega” è il fatto che Will e Jake utilizzino trucchi cinematografici,
orgogliosamente analogici per stupire le persone e convincerle a pagarli per i
loro stratagemmi, un’idea fortemente Gilliamesca che, però, è ben poco sfruttata
e gettata nel calderone di un film che ha dentro di sé davvero troppa roba,
tutta molto poco amalgamata e che, purtroppo, risulta insipido. I personaggi sono
estremamente piatti, di fatto tutta la caratterizzazione dei due protagonisti
si riassume così: «Fagioli Jake, fagioli!».

Anche gli angeli i Grimm mangiano fagioli.

Sì, perché il credulone Jake da bambino, ha scambiato la
mucca di famiglia per dei fagioli magici che poi magici si rivelano non essere
per niente, invece di comprare la medicina per la piccola sorella Grimm
condannandola così a morte, dettaglio che suo fratello Will gli ricorderà per
tutta la vita (e la durata del film), di fatto Jake è una sorta di Fox Mulder,
anche lui si sente in colpa per aver condannato sua sorella, ma come l’agente
dell’FBI non perde la fede che là fuori ci sia qualcosa ancora da spiegare. Peccato che l’arco narrativo dei personaggi non si completi mai per davvero, al
massimo si perde in un non ben delineato triangolo amoroso con la bella
Angelika, personaggio femminile fin troppo canonico, di fatto è la solita tipa
tosta che va di moda nei film moderni, che non ha nulla a che vedere con la
donna angelicata, sempre inseguita e destinata a salvare il protagonista che,
invece, è tipica del cinema di Gilliam.

“La verità è la fuor…” , “Oh sta zitto!”.

Nemmeno le singole scene che vedono protagonisti i personaggi
delle fiabe, riescono a dare qualcosa alla trama, le brevi comparsate di
Cappuccetto Rosso o di Hänsel e Gretel non si amalgamano con il resto della
storia, sembrano più che altro strizzate d’occhio fini a loro stesse, non basta
far gridare «Raperonzolo!» a Jake quando si lancia dalla torre usando i lunghi
capelli della strega come il personaggio delle fiabe, o cacciare a forza nella
storia una comparsata dell’omino di marzapane (dopo “Shrek”, davvero!?)
realizzato in brutta computer grafica, l’unico momento alla Gilliam per me è il
rospo che viene leccato per provocare una visione, perché le principesse delle
favole che baciavano rospi lisergici e poi vedevano bei principi azzurri, in
realtà erano solo delle fattone degne di Raoul Duke e del Dr. Gonzo!

Ragazzo non ti lamentare, in tanti si farebbero trasformare volentieri in rospo, per beccarsi una leccata da Lena Headey.

I film ispirati alle fiabe nei primi anni 2000 sembravano la
nuova tendenza, ma se escludiamo pochi e dimenticabili titoli, sono stati
spazzati via dai film di supereroi (che per altro Gilliam mal sopporta), ma
oltre alla sensazione generale di aver puntato sul cavallo sbagliato, è chiaro
che i compromessi che Gilliam ha dovuto accettare e i troppi paletti imposti
dalla produzione, si siano tradotti in un filmetto anonimo, uno blockbuster in
costume meno carismatico di un “Van Helsing” (2004) qualunque, a cui mancano le
chiavi di lettura e le ossessioni tipiche del cinema di Gilliam: il trionfo
della fantasia sulla realtà è quasi totalmente assente, la critica ai burocrati
(qui rappresentati dagli invasori francesi) molto all’acqua di rose e persino
gli elementi fantastici che nel cinema di Gilliam fanno sempre irruzione rappresentati
con trucchi rigorosamente analogici, vengono soppiantati da una più
economica (stando alla produzione) grafica computerizzata che era già vecchia e
brutta nel 2005, a rivederla ora direi che fa proprio pena e schifo.

Il digitale è un corpo estraneo, nel cinema del nostro Terry. 

Non stiamo
a girarci attorno: alberi che camminano, il grosso lupone che fa gli occhi
dolci e tutte le altre scene in CGI fanno male agli occhi, non solo perché
risultano pessime, ma perché stanno lì a ricordarci del compromesso che uno dei
più caparbi e visionari registi di sempre ha dovuto accettare per avere in
cambio cosa? Il punto più basso della sua filmografia, questa volta il gioco
non vale davvero la candela, ridurre un regista davvero visionario, a poco più
di un arredatore di interni è davvero uno spreco, se voglio vedere belle
immagini vuote, con un’estetica immediatamente riconducibile al nome dell’uomo
dietro la macchina da presa, mi riguardo uno degli ultimi (e il più delle volte
inutili) film di Tim Burton, Gilliam si merita più di questo.

Cosa resta ancora del cinema di Gilliam in questo film? Per
assurdo, alcune delle migliori scenografie mai viste in uno dei suoi film, i
costumi, ad esempio, sono fantastici e l’uso delle lenti grandangolari da
manuale, basta guardare l’arrivo dei fratelli Grimm nella cittadina di Karlstandt
invasa dai Francesi perché sia chiaro che Terry è davvero troppo bravo per
andare sprecato con una storiella così.
Quel poco di valido che possiamo trovare in questo film
arriva anche dagli attori, confermando ancora una volta il più sottovalutato talento
del regista originario del Minnesota, ovvero la sua capacità di dirigere gli
attori.

Trovatemi un altro che dirige con una testa di bambola appesa al collo, poi ne riparliamo.

Il Will di Matt Damon è spavaldo e arrogante al punto giusto
da funzionare nel ruolo di uno che campa di espedienti, meglio di lui Heath (detto
“BIP”) Ledger che qui per la prima volta si sporca le mani con un personaggio
che non è il solito biondino di tutti i suoi titoli precedenti, ma un nerd ante
litteram, un nerd nell’eccezione originale del termine, ovvero un sociopatico
che non riesce a parlare alle donne e vive il suo mondo interiore in modo
impacciato, scivolando sul fango quando cammina e collezionando figure di
niente. Il primo nome fatto per interpretare Jake fu, ovviamente, quello di
Johnny Depp che in carriera le ha tentate tutte per tirarsela da vero divo
schifando tutti i film del regista che ha contribuito a lanciare la sua
carriera, proprio per questo l’entrata in scena di “BIP” Ledger è significativa,
un vero talento, disposto a sporcarsi le mani e di salire a bordo alle
produzioni (spesso rischiose) di Gilliam, destinato ad iniziare un nuovo sodalizio
artistico, se le cose non fossero andate drammaticamente male, ma anche questa,
è un’altra storia che tratteremo in un altro capitolo di questa rubrica.

“Mi stai dicendo che devo tornare su questo blog? Non sono già stato abbastanza sfortunato, no?”.

Come detto, Monica Bellucci, malgrado la sua bizzarra
pronuncia dell’Inglese (ma non che ridoppiata da sé stessa in Italiano vada poi
meglio) tutto sommato ha un contributo non negativo e riesce a non risultare
ridicola, almeno finché la pessima CGI non trasforma il suo volto in un puzzle,
questo sì, davvero ridicolo.

Quando vedo recitare la Bellucci ho la stessa identica reazione.

Meglio di lei la cazzutissima Lena Headey, la
futura Cersei (Trentasei) di Giocotrono
che per quanto mi riguarda resta un bel vedere almeno quanto la Bellucci (se non di più, gusto mio), ma
sul suo talento nel recitare non ci sono dubbi.

Tra i fedelissimi di Terry, troviamo per la terza volta in
un suo film Jonathan Pryce, il suo ufficiale francese, schifato da tutti, dai
villici e dal disgustoso cibo locale funziona, sembra una versione meno
diabolica e un po’ più comica del personaggio del viscido burocrate che
interpretava in Munchausen, inoltre
grazie ai suoi strumenti di tortura, Gilliam ha di nuovo l’occasione per
chiudere anche i protagonisti di questo film dentro una gabbia! Un giorno
sarebbe carino che qualcuno chiedesse a Terry da dove nasce questa sua
fissazione per le sbarre.

Tutto il film riassunto in una sola immagine.

Una menzione speciale la merita uno dei miei attori
preferiti: Peter Stormare nei panni del torturatore italiano (con tutti i
clichè che ne conseguono). Mercurio Cavaldi è davvero una delle poche cose che
davvero funzionano del film, anche quando va sopra le righe con la recitazione
(cosa che accade spesso) il suo personaggio è uno spasso e, per altro, l’unico
che nel corso del film che ha un arco narrativo completo, tanto che riesce a
diventare uno dei beniamini del pubblico. Fatevi un piacere: gustatevi l’Italiano
esageratissimo e tutto da ridere di Stormare in lingua originale, se proprio
deciderete di rivedervi questo film come ho fatto io per questa rubrica, se non
altro godetevi le poche cose positive che ha da offrire.

Stormare potrebbe migliorare anche il peggiore dei film.

Dopo sette anni da Paura e delirio e Las Vegas, questo
filmetto massacrato da una produzione più che tormentata non incassa quanto
voluto e lascia a tutti l’amaro in bocca, i commenti allora erano più o meno
tutti sul genere: “Gilliam non ne ha più, ex ribelle bollito” e altre gentilezze
del genere. Ma Coach Rudy Tomjanovich ci ha insegnato che non bisogna mai
sottovalutare il cuore di un campione, io dal canto mio sono convinto che non
si debba nemmeno sottostimare un uomo dall’immaginazione apparentemente
infinita ed una testa molto, molto, ma molto dura.

Tra sette giorni vedremo il perché, la rubrica continua vi
voglio pronti, andiamo a caccia di squali!
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