
Nel 1986 il cinema voleva raccontare la fine del mondo con gli occhi di un ragazzo, nasce così “I guerrieri del sole”, diretto da Alan Johnson e prodotto dalla Brooksfilms, la casa di produzione fondata da Mel Brooks. Lo so, a rileggerlo oggi, suona come un piccolo paradosso, il re della risata che finanzia un’epopea post-apocalittica adolescenziale.
Siamo in un futuro devastato dalle radiazioni, gli adulti sono quasi tutti scomparsi, vittime di una guerra nucleare che non vediamo ma di cui respiriamo la polvere (probabilmente radioattiva). Quasi tutta l’acqua del pianeta è controllata dal Protettorato, un’organizzazione para-militare che governa il pianeta ma anche la gioventù, confinata in orfanotrofi che sembrano campi di lavoro, in cui l’unico svago concesso è lo Skateball, il classico sport futuristico immaginario di molti film della nostra vita, che sembra un po’ il frutto di un’orgia tra il lacrosse, l’hockey su pattini e il Rollerball.
I nostri protagonisti sono quindi una banda di bimbi sperduti, un po’ famiglia allargata un po’ squadra di Skateball il cui nome di battaglia è quello dei Solarbabies, guidati dal loro capo Jason (Jason Patric) e con dei nomi da fricchettoni, nemmeno fossero la banda di possessori degli anelli di Capitan Planet, giusto per citare un altro gruppo di adolescenti eco-combattenti. Per darvi un’idea dei nomi, parliamo di Terra, Tug, Rabbit, Metron, e la mascotte del gruppo che però ha un nome normale, Daniel. Forse lo bullizzavano per via del nome.

La svolta arriva quando dallo spazio, come un lucente salvatore o una profezia, arriva una sfera di luce ribattezzata Bodhi (o Bohdai stando alla pronuncia), che diventa l’oggetto MacGuffin libera poteri, ma anche quello su cui i cattivoni del Protettorato vogliono mettere le loro zampacce, da qui parte un’avventura muovendosi sui pattini per riportare nel mondo acqua e libertà.
La trama, sulla carta, è lineare, ma è nell’immaginario che il film trova la sua dimensione più interessante, motociclette che sfrecciano tra carcasse industriali, costumi che mescolano fumetto, videoclip anni ’80 e suggestioni quasi western, un’estetica che oggi potremmo definire ingenuamente pop ma che allora aveva il coraggio dell’eccesso, strade polverose quando volete, ma sempre abbastanza battute da poter essere percorse con i pattini.
Su tutto, aleggia l’ombra lunga degli anni ’80, rivedere oggi “I guerrieri del sole” in occasione dei suoi primi quarant’anni significa anche attraversare un pezzo di immaginario tipico di quel decennio, sono evidenti gli echi di Mad Max – Oltre la sfera del tuono, ma il film non ha la cupezza mitologica della saga australiana. Qui tutto è più colorato, più dichiaratamente fumettistico, un po’ come se i Goonies avessero dei pattini a rotelle.

In fin dei conti, forse è proprio questa la forza del film e allo stesso tempo la sua debolezza insieme. Forza, perché “Solarbabies” non si prende mai troppo sul serio e accetta la propria natura di favola post-atomica. Debolezza, perché a tratti sembra tutto un po’ scombinato nel tono, anche per la media dei film anni ’80 che erano ben più permessivi (per nostra fortuna!) per certe tematiche, ad esempio qui non è chiaro come mai la dottoressa Shandray, sexy perché fatta a forma della Kryptoniana dei due Superman di Donner, ovvero Sarah Douglas, qui così, senza preavviso, se ne esce con frasi del tipo: «Troverà il modo di non farti annoiare» riferite al capo dei cattivoni, così, una deriva quasi da commedia scollacciata inattesa.
La produzione targata Brooksfilms aggiunge un ulteriore livello di lettura, la casa di Mel Brooks, pur nota per tutt’altro registro, aveva già dimostrato di saper intercettare progetti fuori dagli schemi, oltre ad aver tenuto a battesimo David Lynch, basta dire che nello stesso anno di “Solarbabies” il Maestro Brooks ha prodotto uno dei remake più virtuosi di sempre, oltre che uno dei film più bello di sempre, per curiosità, era diretto da un altro regista di nome David. In questo caso Mad Mel ha scommesso su un film che oscilla tra racconto di formazione e avventura distopica, con un risultato spiazzante ma non privo di personalità e quando intendo dire che ci ha scommesso, lo ha fatto per davvero!

Il regista a cui Mel Brooks aveva originariamente inviato il copione, giù bello carico di istanze ecologiste, di “Solarbabies” era, tenetevi forte, John Boorman, vi sembra strano? Prendetevi un momento per ripensare alla filmografia e ai temi cari al regista e avrete un’altra prova della genialità del Maestro Brooks. Eppure Boorman aveva capito certe debolezze strutturali della trama e insisteva per poterla riscrivere, dando più spazio agli elementi religiosi già comunque presenti nella trama, ma Brooks aveva già tutto predisposto per volare in Spagna a girare il film e non poteva permettersi altri ritardi, quindi ha pensato bene di licenziare Boorman per direttissima finendo per fare quello che fa sempre, assegnare le regie dei film al suo uomo di fiducia, ovvero Alan Johnson, che però una volta in Spagna, ebbe ogni genere di problema.
Come avrebbe scoperto anche Terry Gilliam dopo di lui, se vai nel deserto spagnolo per girare e scegli il momento sbagliato per farlo, preparati a litrate e litrate di pioggia. Le infinite giornate di pioggia hanno prolungato così tanto le riprese, facendo lievitare il budget dai nove milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti a circa venti milioni, pagati di tasca sua, da Mel Brooks, mettendo un’ipoteca sulla casa, soldi che non ha mai più rivisto, perché il film al botteghino andò malissimo (storia vera), anche se Mad Mel sostiene che con il tempo e l’uscita in home video, il film ha recuperato dei soldi, costruendosi il suo zoccolo duro di fan.
Nel deserto di questo film, lo scontro tra buoni contro cattivi si consuma, ma senza adulti, o per lo meno, (quasi) senza adulti tra le fila dei buoni. Uno degli aspetti più curiosi, rivedendo il film oggi, è la costruzione del conflitto. I “cattivi” sono eccessivi e teatrali, mentre i “buoni” più sobri ma non per questo meno agguerriti. In assenza di figure adulte, la violenza assume un tono ambiguo, si tratta di un gioco come quella sorta di Rollerball messo su dai ragazzi? Una guerra vera? Un rito di passaggio?

Il film suggerisce, forse involontariamente, che la linea tra civiltà e barbarie è sottilissima quando a mancare è l’esperienza, anche perché non c’è nostalgia del mondo perduto, perché i protagonisti non lo hanno mai davvero conosciuto, l’importante è avere abbastanza acqua per affrontare il futuro e via, si vola sui pattini! Che poi voglio dire, c’è qualcosa di più anni ’80 dei pattini a rotelle?
Il cast è gustoso, spero non vi sfuggirà il fatto che Jason (Patric) e Terra (Jami Gertz) si sarebbero ritrovati a recitare insieme in Ragazzi perduti. Se poi aggiungiamo che il più giovane del gruppo, Daniel, è fatto a forma di uno che probabilmente avete visto altrove come Lukas Haas, spero non vi sfuggano altri dettagli, come ad esempio il fatto che Tug sia interpretato da Peter DeLuise, che non è un caso di omonimia, è proprio il figlio di Dom DeLuise. Capite che i gradi di separazione con il produttore qui, sono meno dei canonici sei.

A distanza di quattro decenni, “I guerrieri del sole” non è diventato un classico nel senso canonico del termine, nel senso che se va bene, lo ricordiamo in dodici. Non è un film perfetto, ma nemmeno uno di quei capolavori nascosti, risulta inevitabilmente invecchiato eppure ancora molto efficace, il suo messaggio ecologista nemmeno troppo velato, il magnetismo per il decennio dei jeans a vita alta e questa storia dal taglio molto giovanile, per assurdo lo potrebbe rendere un film più giusto per il pubblico di oggi, impossibile non pensare all’influenza avuta da questo film su titoli come, che so… Turbo Kid.
Va detto però che “I guerrieri del sole” possiede ancora una qualità rara, quella di credere fino in fondo al “mondo” che ha saputo mettere su con questa storia. Di distopie al cinema ne abbiamo viste parecchie, poche però sono state combattute sullo schermo con un tale livello di genuina combattività da risultare ancora così rivoluzionari.

Forse è questo il vero motivo per cui vale la pena rivederlo a quarant’anni dall’uscita, non per cercare il capolavoro nascosto, ma per respirare un po’ di vera aria radioattiva degli anni ’80, carica di immaginazione, anche troppa visto che non tutto torna in maniera cartesiana, anche se l’idea di avventura quella sì, resta tutta ancora lì da vedere e rivedere.


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