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I guerrieri della palude silenziosa (1981): (S)conforto del sud

Tutti i più grandi registi del mondo hanno nella loro
filmografia un film apparentemente dimenticato che, in realtà, è di importanza
capitale, oggi è il turno di quel film, benvenuti al nuovo capitolo di… King of
the hill!

Non vorrei sembrare esagerato, ma è proprio grazie a questo
film che considero Walter Hill uno dei più grandi, non vorrei dire che ho
iniziato una rubrica a lui dedicata solo grazie a questo “I guerrieri della
palude silenziosa”, però quasi, perché di film belli Gualtiero ne ha fatti
tanti, ma questo resta sempre un po’ nel sommerso, come se si fosse perso tra
le paludi della Louisiana.

La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Walter Hill
insieme a Michael Kane e David Giler, l’idea era portare sul grande schermo due
soggetti a basso budget, storie di sopravvivenza che non avessero bisogno di
fantastilioni di bigliettoni verdi con sopra le facce di alcuni ex presidenti
defunti per essere girati. Una era proprio “Southern Comfort”
l’altra? Beh, l’altra era un filmetto di cui potreste aver sentito parlare che
Hill per un po’ avrebbe anche dovuto dirigere, prima di restare a bordo solo
come produttore e “padrino” di tutte le operazioni, una cosina che piano piano
è cresciuta nel budget che risponde al titolo di Alien.

“Gualtiero, ma proprio in questa paludaccia ci dovevi
portare?”, “Ti è andata bene Andrew, potevamo finire tutti sulla Nostromo”

Fin dal titolo italiano, il chilometrico “I guerrieri della
palude silenziosa”, è chiaro che in uno strambo Paese a forma di scarpa si è
cercato di mettersi subito in scia al successo planetario di I guerrieri della notte che già di suo era appesantito da quel “della notte” molto ridondante. Qui si è fatto ben di peggio perché, purtroppo, è andato perso il satirico
titolo originale “Southern Comfort“ che non solo è molto più figo, ma anche
molto più adatto all’atmosfera del film, infatti come mi capita per film come A 30 secondi dalla fine e 2002 – La seconda odissea, mi viene più
naturale chiamare con il loro titolo originale, ben più azzeccato.

Vi ricordate L’eroe della strada (sempre a proposito di italiche traduzioni…) quando Chaney e
Speed dopo aver regolarmente vinto un incontro in uno degli stati sudisti, non
ricevevano i loro soldi sudati e si lamentavano? Ecco, in quel caso il doppiaggio
italiano un po’ retrò del film, traduceva tutto parlando di una vigliaccata che
non rendere onore alla tipica “accoglienza del meridione”. Ecco, “Southern
Comfort” potremmo tradurlo così, l’accoglienza del meridione, ma anche una
strizzata d’occhio al famosissimo liquore che porta lo stesso nome, tipico
proprio della Louisiana dove il film è ambientato. Considerando quello che succede
ai protagonisti, intitolare un film “accoglienza del meridione” è un giochino
di parole che ci siamo fumati, anzi bevuti proprio come se fosse Southern
Comfort (bevanda non film). Una sottile ironia che i titolari della Southern
Comfort hanno dimostrato di avere quando hanno concesso ad Hill di usare il
nome del loro prodotto per il titolo del suo film, questo spiega perché nei
titoli di coda si leggono chiaramente i ringraziamenti all’azienda
produttrice, per la gentile concessione fatta (storia vera).

Possiamo farci tutti un goccio, in onore dei titoli di testa del film.

Nella Louisiana del 1973, si svolgono le manovre di
addestramento della guardia nazionale e la squadra Bravo ha un compitino di
tutto riposo, trentotto chilometri di palude gelida ed inospitale, si parte con
il minimo dell’attrezzatura e dei caricatori a salve al grido di «Civili in
pace soldati in guerra!», anche perché i ragazzi, al fine di uno sfiancante
weekend di addestramento tra soli uomini, avrebbero un obbiettivo secondario
magari non nobilissimo, ma che sta loro molto a cuore, ovvero… Ehm, fatemi usare
le stesse parole del film, raggiungere «Sei puttane da combattimento in attesa
del nostro assalto» e se il concetto non fosse arrivato, meglio aggiungere
anche «Ci fotteranno meglio di quanto non ha fatto la guardia nazionale». Siamo
nei primissimi minuti del film e già tornano di moda le parolacce, perché
ricordatevelo: nessuno si insulta come accade nei film di Walter Hill e anche
da questo punto di vista “Southern Comfort” è capace di regalare delle chicche
linguistiche anche al più turpe scaricatore di porto… Garantito al limone!

“Guarda che posto di merda! E ci vorrà più di una notte per andarcene” (quasi-cit.)

La squadra Bravo è variegata, i due opposti sono il biondo
soldato Spencer (Keith Carradine dentro un altro gruppo di guerrieri ma sempre diretto da Hill) un po’ rozzo, ma
spavaldo e fatalista e il caporale Hardin (Powers Boothe) texano di El Paso,
con una laurea in chimica, due opposti costretti a stare insieme, in quello che
è un classico del cinema di Walter Hill e lo diventerà sempre di più come
vedremo nei prossimi capitoli della rubrica.

La svolta arriva quando i nostri, per attraversare una parte
della palude, prendono in prestito delle canoe lasciate lì per la caccia da
alcuni Cajun, la popolazione locale di lingua francese che pratica bracconaggio
e altre attività da gentiluomini, tipo distillare “Moonshine” il whiskey
illegale. I Cajun non parlano una parola di Inglese e viceversa i soldati
di francese conoscono giusto qualche pratica amorosa che vorrebbero utilizzare con le
già citate professioniste del settore, come fare a prendersi le barche senza scatenare
un incidente diplomatico? Facile: si lascia un bel biglietto. Vi giuro, fanno
proprio così.

“Non fate quelle facce incazzate, vi abbiamo lasciato anche un biglietto!”

Ma non aiuta se poi il soldato Stuckey (Lewis Smith) ha
l’intelligentissima pensata di mettersi a sparare con il suo M60 a salve,
contro i Cajun appena arrivati che rispondendo al fuoco con proiettili veri,
fanno fuori il comandante e lasciando il gruppo senza radio, in pieno
territorio ostile, capitanati dal tanto volenteroso, ma ben poco carismatico sergente
maggiore Poole (Peter Coyote).

Un’incomprensione, per di più evitabilissima, dettata da un
gesto scemo e da problemi linguistici, che ricorda in tutto e per tutto i
problemi di convivenza tra cowboy e indiani nel vecchio West e quella che
comincia è una nuova rilettura dell’Anabasi di Senofonte, proprio come lo era
già stato in precedenza I guerrieri della notte, solo che qui l’ambientazione non sono le stilosissime strade di New
York, ma le inospitali paludi della Louisiana, anche se entrambi i posti hanno
in comune la fotografia curatissima di Andrew Laszlo, un fedelissimo di Hill.

“Ma che razza di postaccio, non ci vivrebbe nemmeno Shrek”

Gualtiero Collina è finito per dirigere questo film, come
detto, ma a ben guardare qualche punto in comune con Alien si nota subito:
l’idea del gruppo di guerrieri, in questo caso soldati, in un terreno inospitale
e assediati dai nemici ricorda certo The Warriors, ma anche un po’ Aliens – Scontro finale e anche l’elemento Horror della saga aliena
patrocinata da Walter Hill qui si fa sentire.

“Proiettili a salve? Ma come diavolo ci difendiamo, a parolacce?!” (Quasi-cit.)

“Southern Comfort” è ambientato nel 1973, un anno dopo
l’uscita di un altro classico “Deliverance” di John Boorman ed, in fondo, anche i
soldati della squadra Bravo vivono il loro “tranquillo weekend di paura”
scontrandosi con i bracconieri Cajun che, però, hanno molto in comune con i
contadinacci Redneck del film di Boorman. Proprio come il gruppo di amici
composto da Jon Voight e Burt Reynolds, i soldati della guardia nazionale sono
stranieri in terra straniera, ma se gli amici radunati per un fine settimana di
pesca venivano uccisi e violentati per quello che rappresentavano (la civiltà
ordinata e precisina di chi viene dalla città) i soldati di “Southern Comfort”
vengono uccisi per quello che sono, per le divise che portano, anche
se l’assedio per loro sarà su due fronti.

Quello esterno rappresentato dai Cajun senza volto, che si
vedono poco, di sfuggita come la gang di Distretto 13 oppure come gli Xenomorfi di “Alien”, ma letali allo stesso modo, anche perché seminano trappole mortali in
questa giungla, come se fossero degli Yautja usciti da Predator. Infatti, uno dei cacciatori Cajun è interpretato da Sonny
Landham, manco a farlo apposta.

“L’accoglienza del sud, tzè! Prossima volta in montagna me ne vado!”

Il fronte interno, invece, è quello dei soldati, la loro
perdita di fiducia che va di pari passo con le ore passate nell’acqua gelida, a
girare infinitamente, spesso anche a vuoto, nel vano tentativo di ritornare
alla civiltà a cui appartengono. La tortura della goccia, un logorio che Walter
Hill gestisce magistralmente con la sua regia incredibilmente misurata e grazie
alle musiche di Ry Cooder, alla seconda collaborazione con il regista (e il
tassametro corre…) che qui con la sua chitarra firma un bluesaccio ritmato,
riflessivo, fighissimo, che accompagna il dramma della squadra Bravo che perde
pezzi e sanità mentale ad ogni minuto che passa.

Sì, perché il principio è sempre di La Cosa di John Carpenter, metti insieme dell’umanità, costringila
a convivere in una situazione difficile e aspetta di veder venire fuori il
peggio, guarda caso, nemmeno a farlo apposta, il soldato Cribbs è interpretato
da T.K. Carter, che era stato anche in Antartide per Carpenter… Se T.K. Carter
vuole venire in vacanza con voi, voi state a casa!

“Amico ho avuto una grande idea per le vacanze, Rio delle amazzoni, vedrai solo relax”

Quello che inizia a tutti gli effetti come un Western
moderno, proprio come Predator cambia genere in corso d’opera e con il passare
dei minuti, quando i cadaveri di animali lasciati dai Cajun come monito per i
soldati («Cristo, hanno sparato a bambi») cominciano a comparire, il film
diventa lentamente un horror, con la paranoia che serpeggia tra i soldati, con
il mitico Fred Ward che qui
interpreta l’incazzatissimo caporale Reece, uno che si è portato delle
pallottole vere da casa ed è pronto ad usarle contro quei bastardi Cajun, perché di
più pericoloso di un uomo finito in una situazione di merda, c’è solo un uomo
armato, finito in una situazione di merda alla ricerca di un nemico a cui dare
la colpa.

Come migliorare un bel film? Metterci dentro quel mito di Ferdinando
Reparto.

A proposito di facce note, il primo Cajun incontrato dai
nostri “bravi” della squadra Bravo, ha il faccione di Brion James, un altro
destinato a diventare un attore feticcio di Hill, dopo una piccola particina in
Hard Times, ma prima di diventare uno dei replicanti di Blade Runner.

Prima che Scott(o) lo rendesse famoso, Hill lo aveva già reso famigerato.

Mentre lo stava girando, anche Walter Hill sapeva che tutto
questo sarebbe stato interpretato dal pubblico e dalla critica come un’allegoria
sulla guerra del Vietnam, anche se per sua stessa ammissione Gualtiero ha
sempre rigettato fortemente questa chiave di lettura che ci può stare, ma, ammettiamolo,
sarebbe un po’ riduttiva per un film così.

Sì, perché “Southern Comfort” è un film incredibile, che ti
inchioda alla poltrona anche alla dodicesima visione, Hill ha il polso
fermissimo di chi sa esattamente cosa sta facendo, provate a dare ad un regista
meno capace, la scena di uno dei personaggi che dà di matto e si disegna una
croce sul petto da angelo vendicatore e guardate come il film va in vacca.
Invece, Walter Hill non perde un colpo, in 102 minuti Gualtiero Collina ci porta
nell’inferno delle paludi della Louisiana e dritti sparati dentro un “Cuore di
tenebra” fatto di persone che si odiano, che impazziscono e che odiano un
nemico che li tiene letteralmente per le palle, un western che diventa un
horror e che riflette sulla natura umana e sul militarismo senza moralizzare,
ma soprattutto senza appesantire mai il ritmo e la trama, al massimo, facendo
arrotolare lo spettatore sulla poltrona per la tensione crescente.

“Non la reggo tutta questa tensione fino alla fine, ho già avuto una giornataccia!”

Costato meno di otto milioni di presidenti spirati stampati
su carta verde, il film ha portato a casa noccioline, negli Stati Uniti e nel
mondo, lo stesso Hill ci ha sempre scherzato sopra, dicendo che non ha mai
potuto nemmeno dire qualcosa tipo «Questo film è molto amato in Giappone»,
perché non ha incassato niente da nessuna parte e anche qui da noi è ancora
(purtroppo) piuttosto introvabile. Scandaloso visto che è uno dei migliori di
un regista incredibile come Hill, Classido? Per usare il gergo dei soldati di
questo film: “E che cazzo, sì!“.

Negli ultimi venti minuti poi “Southern Comfort” cala la
maschera e abbraccia l’horror in tutto e per tutto e anche se gli unici
sopravvissuti del gruppo sembrano al sicuro nella comunità cajun in festa, la
tensione resta altissima, Walter Hill utilizza un montaggio alternato per
mostrarci un paio di maiali che vengono uccisi e scuoiati, un pessimo presagio
per i nostri soldati, alla facciazza della accoglienza del meridione” del
titolo.
I protagonisti non possono calare la guardia malgrado l’atmosfera
festosa e il pezzo “Parlez nous à boire” – suonato e cantato da Dewey Balfa un
famoso cantante folk americano proprio di origini Cajun – sarà pure allegrotto
quanto volete, ma per i protagonista suona un po’ come una campana a morto, una
specie di Degüello per dirla come avrebbero detto ad Alamo.

Una festa in cui se non sei l’ospite d’onore, potresti diventare la portata principale.

Il finale è tiratissimo ed ormai in piena zona “survival
horror” in cui bisogna usare le unghie e gli artigli per restare vivi e l’ultima
scena è quasi beffarda, l’arrivo dei camion dell’esercito rappresentano la civiltà
e il risveglio da un incubo per i protagonisti, ma dopo quello che hanno fatto,
con tutto quello che avranno di cui rendere conto, è davvero un finale lieto?
Questo viaggio nel cuore di tenebra dell’America più profonda, lascerà dei
segni sui protagonisti per sempre.

“Southern Comfort” è un film grandioso e apprezzato davvero
troppo poco rispetto al suo effettivo valore, in una filmografia piena di
titoli dall’enorme peso specifico, questo resta una prova di talento cristallina,
la prossima settimana, invece, ne vedremo… Un’altra. Vi toccherà aspettare solo,
fatemi fare il conto… 168 ore!

Fate un salto a trovare il Zinefilo, che ha tradotto per noi una bellissima intervista a Walter Hill intento a ricordare la lavorazione di Southern Comfort, da non perdere! Visto che ci siete poi, ricordatevi della locandina d’epoca del film direttamente dalla pagine di IPMP.

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