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I Langolieri (1995): la paura vola basso

Dear passengers from 90’s nostalgia, Cassidy’s Flying Coffin welcomes you. Please fasten your seatbelts. Commander Quinto Moro will make us all fly back in time. Enjoy the flight.

C’è stato un momento negli anni ’90 in cui ogni cosa firmata dal Re – quello che scrive, non quello che canta – sembrava destinata a diventare un film o un prodotto per la tv. Era il periodo d’oro delle miniserie col nome di Stephen King in cartellone. Robe da sparare in prima serata, adattate e ripulite per il pubblico mainstream.

La cosa più importante in una serie del Re, è mettere il nome del Re ben in vista

La miniserie dei Langolieri uscì nel ’95 negli States, in due episodi, ma arrivò in questo Paese di lavativi solo nel ’97, contando anche su qualche replica in formato spezzatino (smembrata in quattro episodi). E’ l’ennesima produzione ABC dal kinghiano di ferro Richard P. Rubinstein, il cui sodalizio col Re era iniziato col primo Creepshow sino a The night flier.

Reduce da un’altra miniserie un pelino più ambiziosa di questa, ovvero “L’ombra dello scorpione”, Rubinstein ha puntato su un racconto minore dalla raccolta “Quattro dopo mezzanotte”. Ed è proprio alle quattro dopo mezzanotte che inizia l’odissea dei passeggeri del volo 29, che li porterà all’incontro con i misteriosi Langolieri.  Peccato che le tre ore – TRE ORE!!! – siano una durata criminale, specie per com’è strutturato il secondo episodio, che arriva stanchissimo alla fine.

Mettiamo il dito sulla piaga: il tempo. Pure la ragazzina cieca non vede l’ora che la storia finisca.

La serie funziona come un luuuuuungo episodio di Ai confini della realtà o X-Files, prodotti che però avevano il dono della sintesi. Qui la furbata di ABC stava nel continuare a mungere il nome di King ed il format a episodi, ma con un budget infinitamente più modesto di altre produzioni simili. Il budget non sarebbe un problema fintanto che lasci lavorare gli attori, gente come David Morse e Dean Stockwell può tenere in piedi una scena da sola. Ve lo dico: i luuuuunghi monologhi di Stockwell li ho sempre apprezzati, anche se lo scrittore di romanzi che spara teorie fa tanto il Fox Mulder della situazione, che guarda caso ci becca sempre [Di personaggi così la bibliografia di King è strapiena! Nota Cassidiana].

Il guaio è che manca l’immaginazione per mettere in scena un gran finale che vira nel fantastico più sfrenato. Il tutto è stato girato sulla soglia di casa King (che si concede il solito cameo), nel vero aeroporto di Bangor nel Maine, perfetto per un posto squallido e dimenticato da Dio. Peccato che la produzione non avesse abbastanza soldi per farlo chiudere durante le riprese, e si lavorava col via vai dei passeggeri e degli aerei (storia vera).

Quando consumi i soldi per le scenografie e non te ne restano per il cast.

Anche se le mie fonti dicono sia rubacchiata a un’altra vecchia serie, la premessa è intrigante, e si sviluppa bene per la prima oretta: nove passeggeri e un rompicoglioni su un volo notturno si svegliano scoprendo che tutti sono scomparsi. Degli altri passeggeri e dell’equipaggio sono rimasti solo gli effetti personali: borsette, orologi, persino dentiere. Mi è sempre sfuggita la logica per cui gli scomparsi abbiano lasciato tutto tranne i vestiti, sarà il puritanesimo a stelle e strisce. Immaginare la gente nuda? Che vergogna! Un peccato veniale che fa gioco ai dubbi sulle modalità di sparizione dei passeggeri, ma è qualcosa che stona. E mi ha sempre divertito che quando la ragazzina cieca trova la parrucca, la prima cosa che pensa sia lo scalpo di un morto.

Mi piace come ragioni ragazza

Se chiedete a me “I Langolieri” è un prodotto perfetto per quelle notti in cui ti manca sia la voglia di vivere che di guardare qualsiasi cosa. Quelle in cui rischi di passare più tempo a scrollare i titoli su una piattaforma, senza poi guardare nulla perché nel frattempo s’è fatto tardi. La visione ideale è quella in cui ti addormenti un minuto prima che i Langolieri facciano la loro ingloriosa comparsa, perché per le prime due ore si lascia guardare. Poi Tom Holland – il regista, non il supereroe – tira un calcio al secchio rovesciando tutti i Langolieri sul pavimento dimostrando di essere un lavativo, sia nella sceneggiatura che nella regia.

Holland rinuncia proprio a fare l’adattamento dalla carta allo schermo, ricalcando passo passo il racconto, quasi con gli stessi dialoghi (a tratti parola per parola, per la gioia di King immagino). In questo però riesce a fallire la caratterizzazione dei personaggi, salvo due o tre: la bambina cieca, lo scrittore, il banchiere psicotico. Ci fa sorbire invece luuuuuunghi battibecchi e spiegoni che fanno rallentare il tutto. Per fortuna una manciata di facce giuste del cast (e un doppiaggio notevole) tengono in piedi la baracca.

Ci sono un inglese, un banchiere, uno scrittore, un nero, una bambina cieca… pare l’inizio di una barzelletta molto, mooolto lunga.

Il bestiario umano messo in scena da King è vario, ma in un racconto con ben pochi spargimenti di sangue, a subire un alleggerimento sono i personaggi, resi il più possibile empatici e positivi. Il tutto fa risaltare meglio lo sgradevole, arrogante e insopportabile banchiere psicopatico, che salva la serie dalla noia anche grazie all’interpretazione di Bronson Pinchot. Il suo Craig Toomy è il motivo per cui ricordo la serie e l’ho rivista con piacere, al netto degli obbrobri nel finale.

L’elemento misterioso non basta a tenere acceso l’interesse ma Toomy è una minaccia concreta, spariglia le carte e la sua psicosi aggiunge tensione. Pinchot restituisce la follia del personaggio in ogni sua forma, negli eccessi d’ira, nella paranoia pura e semplice, nel linguaggio del corpo.

Bronson Pinchot nella posa degli eroi della Bara (essere un cattivo coi fiocchi vale come impresa eroica)

La serie muore a metà del secondo episodio, quando i Langolieri si manifestano in un incubo di orrenda CGI che ridicolizza ogni mistero. Il design delle creature è ignorante quanto la loro messa in opera. Ahimè, sembrano quel che sono: delle palle che rotolano a coppie, come quelle cascate a tutti i telespettatori che hanno visto la serie. Alla faccia della regola per cui il mostro fa più paura se viene mostrato poco o nulla. Se nel racconto di King i voli notturni sono chiamati “da occhi rossi”, qua gli occhi rossi sono la naturale conseguenza per l’uso sconsiderato di CGI, con l’aggravante di un accanimento crescente man mano che il minutaggio avanza.

L’ora finale è una tortura, con una trama romantica ficcata dentro a forza perché boh, dopo che il personaggio di Laurel ha fatto da tappezzeria per tutto il tempo, esaurito il ruolo di figura materna deve fare l’interesse romantico del James Bond da discount che salva tutti (e dopo che i due s’erano guardati male per tutto il tempo, WTF?)

La miniserie la trovate in chiaro sul tubo, doppiata in italiano in ben due canali perciò non avete scuse, ma vi avviso:

A 2 ore e 12 minuti arriva quest’inquadratura, ed è il momento per smettere di guardare.

RIFLESSIONE SPOILER: come in molti prodotti americani del secolo scorso, il tizio di colore inevitabilmente muore, mentre si salva quello che va in giro con una t-shirt gialla e indossa i sandali sopra i calzini. Capite che questa gente c’ha dei problemi.

Grazie a Quinto Moro per pilotato questa bara di nuovo nella nostra epoca. Ora non fate i lavativi e andate a leggervi qualcuno dei suoi racconti cliccando forte QUI.

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