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I Muppet nell’isola del tesoro (1996): Tim Curry batte bandiera pirata

Mi ero preparato, pensate che mi sono anche riletto “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, classico che non rileggevo dai tempi della mia infanzia, insomma avevo fatto i compiti in vista di questo trentennale che doveva essere una passeggiata, tra canzoni piratesche e quella grande cosa blu e umida chiamata oceano, invece niente, il 2026 ha colpito ancora, molto duramente.

Anche se era malato e lontano dalle scene da molti anni, ci ha lasciati il grande Tim Curry e non so nemmeno da dove cominciare ad elogiarlo, i ruoli mitici in carriera si sprecano, un caratterista senza grilli per la testa, con più talento manifesto di molti considerati delle stelle della recitazione, mi sono reso conto che il suo Long John Silver era davvero l’ultima grande “maschera” della sua filmografia che mi mancava qui sulla Bara, anche se avrei preferito ricordare la versione dei Muppet in circostanze più liete.

Mi dispiace Tim, questo compleanno non avrei mai voluto doverlo festeggiare così.

Qui casca il pirata Cassidy, perché se uno dovesse giudicare “I Muppet nell’isola del tesoro” soltanto dalla qualità dell’adattamento di Stevenson, probabilmente oggi starei scrivendo questa recensione con una benda sull’occhio e una bottiglia di rum davanti, pronto a dimenticare tutto. Il film non è brutto, sia chiaro, ma ha un problema abbastanza grosso: ogni volta che arrivano i Muppet sembra di essere tornati a casa, ogni volta che il film decide di ricordarsi che esiste anche un cast umano viene voglia di chiedere alla produzione di far tornare Gonzo in campo e prendere il comando.

Che poi, diciamolo, partire da Stevenson e arrivare ai Muppet è una di quelle operazioni che sulla carta sembrano perfette: hai pirati, tesori, ammutinamenti, mappe, isole misteriose, marinai poco raccomandabili e una quantità di personaggi che già sembrano usciti da un Muppet Show ubriaco. Dopo quella meraviglia di Festa in casa Muppet, adattare un altro classico della letteratura inglese sembrava quasi un gioco da ragazzi, solo che Dickens e Stevenson non giocano esattamente la stessa partita.

Il personaggio che ha generato una lunga causa legale con la SPAM (storia vera)

Il film infatti parte con Jim Hawkins, interpretato da Kevin Bishop, che lavora alla locanda insieme a Gonzo e Rizzo, perché evidentemente Stevenson nel 1883 non aveva pensato abbastanza alla necessità di mettere un topo narratore dentro la storia. Ed è proprio Gonzo (che cita continuamente Star Trek), insieme a Rizzo, a fare da collante alla vicenda, con quella particolare abilità dei Muppet di sapere perfettamente di essere dentro un film senza per questo smettere di raccontarti la storia, questa è una delle cose che funzionano meglio.

I Muppet non hanno mai avuto bisogno di fingere di essere realistici: il loro superpotere è sempre stato quello di prendere una situazione completamente assurda e comportarsi come se fosse la cosa più normale del mondo. Kermit può essere il capitano Smollett, Miss Piggy può diventare Benjamina Gunn, Sam l’Aquila può essere il primo ufficiale e nessuno si ferma un secondo a chiedere spiegazioni. Perché dovrebbero? Abbiamo appena visto un ranocchio comandare una nave pirata, a questo punto il contratto con lo spettatore è chiarissimo, anche se Miss Piggy è stata un po’ inserita a forza nella storia, visto che Stevenson non aveva previsto molti personaggi femminili.

La versione de “Gli ammutinati del Bounty” che ho sempre sognato.

Ma il vero MVP del film è proprio lui, Tim Curry, che fa esattamente quello che Caine faceva nella versione natalizia precedente, sempre diretta da Brian Henson, ovvero essere due spanne sopra tutto il resto del cast. Il suo Long John Silver, per quanto differente dalla controparte cartacea, è semplicemente perfetto.

Curry aveva quella faccia che poteva passare dal sorriso più rassicurante del mondo alla promessa di una morte atroce nel tempo necessario a sollevare un sopracciglio. Era nato per interpretare gente della quale non dovresti fidarti e aveva il dono ancora più raro di riuscire a farti fidare di loro lo stesso. Anche se scrivere al tempo verbale passato è un dolore, avrei preferito lasciare due dita ai cannibali come il pirata di Curry, piuttosto che questo.

«Tanto ti basta una mano sola Cass, scrivi comunque velocemente»

Il suo Long John Silver funziona proprio per questo: è un pirata, certo, è interessato al tesoro e non ha esattamente un rapporto sano con il concetto di fedeltà, però Curry gli mette addosso una simpatia irresistibile, anche una certa dose di carisma. Lo si vede quando si confronta con il giovane Jim: Silver può raccontare una bugia grande come l’Hispaniola e tu sei comunque lì ad ascoltarlo perché, prima di tutto, vuoi vedere dove va a parare.

Tim Curry poi, dopo aver fiutato l’aria, ha capito al volo il tono del film. Qui non combatte contro i Muppet, ci gioca, e questa è una differenza enorme, oddio ci lotta anche, perché il suo duello con Kermit è fantastico, però ci siamo capiti no? Ci sono attori che, messi accanto a un pupazzo, sembrano improvvisamente terrorizzati dal fatto di essere entrati in un mondo dove il loro collega ha la testa di feltro. Curry invece sembra aver finalmente trovato il suo habitat naturale, non prova a normalizzare il film, non cerca di ricordarci continuamente che lui è l’attore vero e gli altri sono pupazzi, ci si butta dentro. Infatti viene da pensare che Long John Silver sia quasi un Muppet anche lui, solo che purtroppo qualcuno ha dimenticato di costruirgli una gamba, magari di pezza.

«Avrà ‘L’ordine di Lenin’ per questo, Comandan… Ah no, scusate, l’abitudine»

La cosa ancora più bella è il rapporto con Jim, perché la parte migliore del personaggio non sta soltanto nella perfidia del pirata, ma nella sua capacità di instaurare con il ragazzo un rapporto sincero, per quanto inevitabilmente compromesso dalla sua avidità. Silver gli vuole bene, o quantomeno gli vuole bene per quanto uno come Silver possa volere bene a qualcuno, e questa contraddizione rende il personaggio molto più interessante del semplice cattivone che vuole mettere le mani sul tesoro.

Per il resto è un solidissimo film. Abbiamo Billy Bones interpretato da Billy Connolly (molto felice di essere stato il primo a morire in un film dei Muppet!), abbiamo Fozzie, Gonzo, Rizzo, Kermit, Miss Piggy e Sam, abbiamo una ciurma di pirati che sembra essere stata selezionata con il criterio “chiunque sappia cantare e abbia un problema con la legge”, abbiamo le canzoni, le gag, le rotture della quarta parete e quel particolare umorismo dei Muppet che può funzionare benissimo per un bambino e contemporaneamente infilare una battuta che soltanto un adulto noterà. Ad esempio, il produttore Frank Oz non amava molto la gag del dito di Fozzie, ma funziona così bene che anche lui ha riconosciuto a Brian Henson che sì, è una delle più divertenti del film.

Il problema è che, rispetto a Festa in casa Muppet, qui il meccanismo ogni tanto perde colpi, perché la storia di Stevenson dovrebbe essere il motore e invece, a tratti, sembra quasi un ostacolo che il film deve trascinarsi dietro. Ad esempio, Jim Hawkins dovrebbe essere il cuore dell’avventura e invece, circondato da Muppet e Tim Curry, sembra il vincitore di un concorso che gli ha permesso di assistere alle riprese dal vivo. Gli interpreti umani vengono giudicati piuttosto macchiettistici, mentre Curry spicca, testa e spalle sopra tutti gli altri, per manifesta superiorità.

«Cosa ci fa qui questo marmocchio, vogliamo solo pupazzi»

Il Long John Silver di Stevenson è una creatura molto più ambigua e inquietante. È un uomo capace di manipolare, mentire, tradire e allo stesso tempo conquistarsi l’affetto di Jim. Nel film dei Muppet questa parte viene inevitabilmente alleggerita, perché qui Silver deve anche cantare, ballare e stare dentro una commedia familiare, ma Curry riesce comunque a conservare qualcosa: quel sorriso, quello sguardo, quella sensazione che dietro la battuta ci sia sempre un secondo pensiero. Ed è esattamente il motivo per cui, quando c’è lui, il film prende vita.

Per quanto riguarda le canzoni, qui devo fare una confessione: alcune sono bellissime, altre mi hanno fatto pensare che forse Stevenson, da qualche parte nell’aldilà, stesse ancora cercando di capire perché Jim Hawkins stesse improvvisamente cantando. Anche se “Cabin Fever” (in italiano “Ho la claustrofobia”, adattamento così così) è il genere di numero musicale che giustifica l’esistenza stessa dei Muppet: una nave piena di marinai confinati in mezzo all’oceano che impazziscono perché non succede nulla, quello che succede sono beh… I Muppet!

Godetevela in originale, cento volte migliore.

Hans Zimmer, perché sì, dietro tutto questo casino c’è pure Hans Zimmer, costruisce una colonna sonora che sa essere piratesca e avventurosa quando serve. Il film può anche avere un pupazzo verde al comando, ma ogni tanto sembra davvero di essere dentro un kolossal d’avventura. Questo è il paradosso di “Muppet Treasure Island”: un film che vorrebbe essere contemporaneamente una grande avventura piratesca, un adattamento di Stevenson, un musical per famiglie e un episodio gigantesco del Muppet Show. Quando trova l’equilibrio, è meraviglioso, quando lo perde, si sente.

Però c’è una cosa che oggi, trent’anni dopo, mi interessa più di tutte le altre ed è proprio Tim Curry, perché rivedendo Long John Silver dopo la sua morte, tutto il resto assume un peso diverso. Curry è stato Frank-N-Furter, Darkness, Pennywise, Wadsworth, è stato un pirata, un criminale, un diavolo, un maggiordomo, un attore teatrale di enorme talento e uno di quei caratteristi che non avevano bisogno di essere protagonisti per diventare immediatamente la cosa che ricordavi del film. Questa forse è la definizione che mi piace di più per lui: un attore che non entrava in un film, entrava nella memoria.

Grazie di tutto, Tim, ci mancherai davvero troppo, come sempre… Ci vediamo nei film!
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