
La nostra nuova scrittrice di fiducia, torna l’amica Rebel Rebel per fare quello che di solito faccio io: scrivere dei film di Clint Eastwood, quest’anno abbiamo un compleanno che solo lei avrebbe potuto trattare così bene, Rebel Rebel, la Bara è tua!
Che in questo film Clint non spari a nessuno è vero fino a un certo punto. Certo non impugna la 44 Magnum dell’ispettore Callaghan ma tuttavia riesce nell’intento di mettere al tappeto, non un antagonista, ma la spettatrice e lo spettatore, e lo fa usando armi di lacrimazione di massa, decisamente più sofisticate e più ostiche da maneggiare (e non se ne abbiano a male gli amanti delle sparatorie, cinematografiche s’intende).

I Ponti di Madison County/The bridges of Madison County viene presentato in California, a Burbank (sede centrale degli studi della Warner Bros nonché della Disney) nel maggio del 1995 e porta la firma di Clint Eastwood che lo produce, lo dirige e ne interpreta il co-protagonista. Con questa pellicola Eastwood firma la sua 18sima regia e lo fa quando già è considerato uno dei più grandi cineasti americani di sempre. È la prima volta in cui, quel monumento di nome Clint, all’epoca sessantacinquenne, si cimenta con una trama che è il paradigma del genere romantico/sentimentale. La vicenda si basa sul romanzo best seller di Robert James Waller, uscito nel 1992 e adattato per il grande schermo da Richard LaGravenese, non proprio un pivello, candidato all’Oscar già qualche anno prima per lo script di La leggenda del re pescatore. Il risultato che ci regala è un capolavoro. Senza eccessi, senza scadere neanche per un secondo nel melodramma, questo film è un colpo al cuore che fa piangere senza ritegno.
Conosciamo la storia d’amore narrata nel film tramite i diari e gli oggetti che Francesca Johnson (Meryl Streep), dopo il decesso lascia in eredità ai due figli e lo fa per una ragione profonda e precisa, ovvero essere conosciuti per ciò che davvero si è stati, per ciò che ci ha definiti, soprattutto da chi abbiamo amato tanto. La lettura dei diari conduce in Iowa, siamo nel 1965. Francesca è una casalinga di origini italiane (del sud, di Bari) che ha sposato un soldato americano e che ora vive in una fattoria isolata col marito e i due figli adolescenti. Non è propriamente infelice ma il suo sguardo (perché questo è un film di sguardi e di silenzi) è privo di gioia, sembra quello di chi ha perso qualcosa e s’intuisce all’istante che quello sguardo troverà presto ciò che ha smarrito nel corso del tempo. La sua famiglia si allontana per partecipare ad una fiera di bestiame, lasciandola sola a casa per i prossimi quattro giorni. È nell’arco di questa piccola parentesi di solitudine, già desiderata dalla moglie/madre prima ancora delle implicazioni amorose che stanno per piombarle addosso, che Francesca farà la conoscenza di Robert Kincaid (Clint Eastwood), fotografo del National Geographic giunto in zona per immortalare i famosi ponti coperti della contea. In questi quattro giorni tra i due crescerà ad un ritmo esponenziale un sentimento di amore e passione, inedito nella vita di entrambi, che porterà Francesca a dover fare una scelta: restare o andare? Rispettare l’impegno di vita siglato anni addietro, tutelando marito e figli da un dolore che non meritano e non capirebbero – rinunciare – o cominciare una nuova vita, quella che inconsapevolmente ha sempre desiderato, con l’uomo che l’ha fatta ritornare la ragazza di Bari, quando tutte le opportunità parevano possibili? La scelta è obbligata e straziante.

E poi c’è LEI. Una donna che più che un’attrice è l’attrice. Maryl Streep che quando era in culla è stata sfiorata sulla fronte dalla divinità del cinema al sussurro di “Va recita e stendili tutti!”. Fin dalla prima scena il personaggio di Francesca sprigiona una bellezza che s’incrementa minuto per minuto perché non nasce, non solo e non tanto, dall’avvenenza fisica del primo sguardo ma tracima dall’interno. La curva delle labbra in continuo movimento, gli occhi che raccontano ad ogni espressione molto, molto più delle battute, la gestualità prettamente femminile nel senso più lato del termine. Sin dal primo incontro con Robert, Francesca intuisce molto prima di lui (perché è una donna, senza offesa!) che quest’uomo rappresenta un evento per la sua vita ed allora compaiono nuove pose corporee: il gesto di sfiorarsi il collo, il sistemarsi i capelli con pudore, eccitazione, cenni in cui ogni donna si è rivista. Uno scoppio di risata tonda e improvvisa che siamo indotti a credere che non le accadesse da troppo tempo. La grandezza della Streep, come di ogni grande attrice/attore, sta qui, nel farci sentire lì in quell’istante, con lei, dentro di lei.

Sarà questo l’unico film in cui le due star lavoreranno insieme ma l’impatto che ha lasciato ne vale altri venti. L’alchimia che emana dallo schermo, via via che l’amore tra Francesca e Robert cresce e si manifesta, come da copione ( e scusate il gioco di parole) ha dato fiato a rumors secondo i quali tra i due, durante i 42 giorni che servirono per le riprese, ci fu effettivamente un’intensa storia d’amore. Com’è prevedibile, e forse anche strategico nel lancio di un film che affronta il tema della passione e anche del tradimento, nessuno dei due ha mai né confermato né smentito le voci anche se è un dato di fatto che Eastwood una volta terminate le riprese, concluse la relazione con la sua compagna Frances Fisher. Indagare se il ciak fu galeotto o meno credo che poco importi ma è bello crederlo e immaginarlo perché l’intensità, la complicità, che s’instaura tra Francesca e Robert sullo schermo è talmente coinvolgente e credibile, che è come se non si volesse che fosse limitata ad un film che comincia, finisce (tristemente fra l’altro). Si vorrebbe allora che proseguisse in qualche universo parallelo, o meglio, qui nella realtà.

Ciò che sorprende maggiormente nei IPDMC è la capacità di Eastwood di girare un film che inquadra il mondo con occhi femminili, ed è una specie di cortocircuito realizzare che, colui che ha rappresentato per tutta la sua lunga vita d’attore e regista il prototipo del macho inarrivabile e solitario (anche Robert in certo modo lo è), sia così capace di leggere la vita con gli occhi delle donne e portarcela su pellicola.
Significativo per esempio che il figlio maschio sia a dir poco confuso dal lascito della madre e non riesca a comprendere ciò che lei vuole che sappia e perché, segnando subito una distanza con la figlia femmina che sin da subito si sintonizza col messaggio. Il personaggio di Lucy, donna adultera, reietta nella sua comunità, condannata senza appello per aver avuto l’ardire di disubbidire alle regole sociali che volevano la donna relegata alla dedizione verso il marito e la famiglia e che non a caso Francesca cercherà dopo il suo addio a Robert instaurando un’amicizia per la vita. Le frasi di Francesca che rivelano il vissuto di una donna che, sia come sia, ha subito delle imposizioni neanche troppo velate, seppure suo marito sia un brav’uomo che l’ha davvero amata. Ad un certo punto Robert le domanda “Da quanto sei sposata?” e lei riesce solo a rispondere…”Da tanto tempo” lasciando intendere che quel tempo non aveva la specialità necessaria per essere contato. Lei era un’insegnante, appassionata capiamo dal suo racconto, ma ha lasciato la professione per la famiglia, “Non è quello che sognavo da ragazza”. Ed infine la verità più difficile da accettare per le madri man mano che gli anni passano. Quando i bambini sono piccoli ci si costruisce una vita piena, fatta di piccole cose in cui si scorge il senso, ma una volta cresciuti se ne andranno, lasciando alla madre le giornata svuotate anche di quelle piccole cose e reinventarsi un senso non è facile come a dirsi.

Anche il marchio della regia che adotta Eastwood ricalca l’atteggiamento femminile verso le cose, le situazioni. Più che quello che si dice, è quello che non si dice, più che l’azione è l’indugiare sull’immobilità. L’accettazione della delusione con un senso materno verso le cose che si è cercato di preservare, la vive anche Robert che non è per nulla un vagabondo rubacuori e che non ha scelto la fotografia solo come un mero mestiere. Tra gli oggetti che lascerà a Francesca c’è un album di fotografie scelte con l’anima che è quello che avrebbe voluto fare ma che non ha realizzato, la fotografia come arte. La scena dell’incontro sotto la pioggia, con quel mezzo sorriso straziante appena accennato da entrambi e gli sguardi che fanno il giro del mondo e ritornano. In tutto c’è una mano che non tocca ma che sfiora e accarezza.
IPDMC non parla solo d’amore (e di quale tra parentesi? Quello travolgente che prova Francesca per Robert o quello che non le fa girare la maniglia del pick up del marito?) ma affronta con una delicatezza tagliente a cui non si sfugge, il tema del tempo, della scelta, della rinuncia, dell’addio e lo fa in special modo dall’ottica di una donna. Spiega Francesca in una scena del film, mentre i due personaggi si trovano in cucina, il nido dell’amore famigliare per antonomasia, come quando ci si sposa e si hanno dei figli, una parte di sé si ferma, si fa da parte perché non è quello il luogo in cui può realizzarsi. Questa parte di Francesca è quella che Robert vede e fa riaffiorare. La vediamo infatti trasformarsi, nel procedere del film, da casalinga un po’ rassegnata e ordinaria a donna che riscopre il suo corpo (scena dello specchio) e la sua sensualità. Il desiderio risvegliato dall’incontro tra Robert e Francesca rivela per un fugace lasso di tempo una vita altra, un se stessi altro, come vedere da uno spioncino un altro universo in cui saremmo potuti essere quegli adulti che sognavamo da ragazzi.

Ma il tempo, tema protagonista anch’esso, è andato oltre e l’incombenza del reale, come la mosca che ad un certo punto del film si posa sul braccio di Francesca, non è evitabile e ci scaraventa con i piedi a terra. Tuttavia la dolorosa rinuncia fatta da Francesca con la consapevolezza di lasciare un messaggio di sacrificio e d’amore per la vita ai figli, avrà l’effetto di spingerli a cercare di vivere la propria vita e le proprie relazioni d’amore senza accantonare sé stessi, né gli altri, finché il tempo che passa lo permetterà. Questo è il lascito più bello del loro amore per chi verrà dopo.
Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, mi sono limitato al titolo che è un lungo scherzo con mio padre (storia vera), ma il resto è tutta farina del suo sacco, se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!


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