
Ci sono compleanni che suonano come chiamate alle armi, un film compie sessant’anni, l’altro venti, di colpo mi ritrovo davanti a due storie che parlano la stessa lingua pur vivendo in mondi lontanissimi: Uno è polvere dell’Ovest, fucili, John Wayne che attraversa lo schermo come una montagna che cammina. L’altro è Detroit, giacche pesanti, giustizia sporca, fratelli che tornano a casa. Eppure, messi uno accanto all’altro, questi due titoli sono parenti stretti, remake separati da quarant’anni perfetti per uno dei Versus della Bara, cominciamo!
I quattro figli di Katie Elder (1965)
Sessant’anni sulle spalle e non sentirli, o meglio sentirli tutti, come si sentono le cicatrici vecchie ma ancora visibili. Il film di Henry Hathaway appartiene a un’epoca in cui gli uomini duri erano solo questo, al massimo pilastri, tra colpi di pistola e orgoglio. Questo è un western classico sin dalle prime inquadrature eppure ciò che lo tiene ancora in piedi oggi non è la polvere del genere, ma la malinconia intrinseca in una storia che sa di classico, che più classico non si può.

I quattro fratelli Elder tornano a casa per il funerale della loro madre, Katie, figura semplice e enorme, mai vista in scena e proprio per questo collante di storia e pesonaggi. Attorno a quella tomba si raccoglie un’America che sta cambiando: l’ondata dei nuovi tempi, le colpe e i rimpianti, quel senso di non essere stati presenti quando serviva davvero. John, Tom, Bud e Matt portano tutti addosso una storia diversa, ma è evidente sin da subito che nessuno di loro è davvero pronto a fare i conti con ciò che hanno lasciato. Per altro, anche se la coppia Wayne e Dean Martin altrove ha sfornato classici più consistenti di questo, mi esalta sempre rivederli insieme, dentro poi metteteci i soliti e solidi George Kennedy e Dennis Hooper in ruoli da cattivi e il gioco è fatto.
Il film usa la vendetta più come percorso che come arrivo, prima di scoprire gli assassini del padre, prima di capire quanto marcio sia diventato il loro vecchio mondo, gli Elder devono guardarsi negli occhi. C’è l’ironia strutturata dei western dell’epoca, ma anche un’ombra che non si scioglie mai del tutto, perché l’idea di aver tradito la memoria della madre pesa più di qualsiasi proiettile. Nonostante la trama segua binari noti, è l’intreccio dei caratteri a rendere il film vivo: fratelli testardi, fallibili, spesso in conflitto, ma incapaci di tirarsi indietro quando la polvere si alza.

Su tutto c’è il Duca John Wayne, naturalmente, a incarnare quel tipo di eroe massiccio che non esiste più, il film vive anche del suo carisma, della sua fisicità, dell’aria da “Ultimo cowboy”. Per questo, sessant’anni dopo, “I quattro figli di Katie Elder” non è soltanto un solido Western ma la fotografia di un mondo al tramonto, poco importa che tra Wayne e l’attrice che interpreta la signora Elder ballassero sei anni di differenza, non sarà il film del Duca più famoso, ma uno di quelli che riguardo più spesso.
Four Brothers – Quattro fratelli (2005)
Vent’anni invece sono pochi, ma bastano per capire che alcuni film non cercano di essere eleganti, cercano di essere dritti e giusti. “Four Brothers” è questo, John Singleton prende il cuore di un vecchio western — fratelli che tornano, madre morta, ingiustizia, vendetta — e lo trapianta nella carne viva della città e del suo cinema urbano. Detroit al posto dell’West, cappotti al posto dei cappelli a tesa larga, pistole automatiche al posto dei Winchester, ma l’anima è la stessa, una famiglia che si ricompone solo quando il sangue chiama, anzi, pur avendo un fratello più in vista degli altri, la versione di Singleton risulta più corale.

La storia è diretta: la madre adottiva dei quattro protagonisti viene uccisa durante una rapina dai contorni troppo puliti per essere credibili. Bobby (Mark Wahlberg), Angel (Tyrese Gibson dalla “Fast saga”), Jeremiah (André 3000 che qui non canta) e Jack (Garrett “Pereonaggio non giocate” Hedlund) tornano a casa come quattro ferite aperte, e da subito capisci che questo non sarà un viaggio di redenzione, ma di scavo e di spari. Singleton non finge che questi ragazzi siano eroi, li mostra impulsivi, spezzati, a volte persino egoisti, ma nella loro disfunzione c’è un legame che non si discute, la stessa fibra che univa gli Elder sessant’anni fa.
La città in questo film è un personaggio: grigia, feroce, piena di angoli morti, gelida e ruvida, ma è proprio lì che l’idea funziona, lo dico apertamente: prendere l’ossatura dei grandi western e trapiantarla in un contesto urbano contemporaneo è qualcosa che il cinema dovrebbe fare molto più spesso. Un modo per far respirare un genere antico senza snaturarlo, per ricordare che dietro ai cappelli e ai cavalli c’era sempre, in fondo, una storia umana replicabile ovunque, Singleton lo fa con un’energia che ancora oggi sorprende.
Ci sono momenti che colpiscono: la cena del Ringraziamento, sospesa tra affetto e minacce latenti, il modo in cui la vendetta si intreccia alle difficoltà economiche e ai rancori taciuti, le alleanze fragili che crollano e si ricostruiscono nella stessa scena. Il finale poi è teso, Singleton si gioca una sparatoria in odore di scena d’assedio bella tirata che apre il campo al finale, “Marky” Mark Wahlberg qui, perfettamente a suo agio in un ruolo che poi ha ripetuto spesso, anche troppo, ma che Singleton aveva capito fosse giusto per lui, anche se non è il Duca.

Vent’anni dopo, “Four Brothers” continua a essere un film più ruvido che perfetto, ma bello dritto, simile al suo “parente” del 1965, due film, due epoche, due modi di raccontare lo stesso nodo emotivo. I fratelli Elder e i fratelli di Detroit vivono in universi diversi, ma condividono la stessa legge non scritta: puoi scappare da tutto, tranne da chi sei per davvero, la famiglia, sopratutto con i suoi contro e alcuni pro, te lo ricorda.
Se poi si facessero più Western contemporanei così è magari rifacimenti, non per forza solo di film famosi o famosissimi, io sarei molto più contento, intanto ci tenevo a questo Versus, un post con titoli che interessano solo a me ogni tano mi piace giocarmelo.


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing