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I segreti di Twin Peaks (1990-1991): elyts ni kcab emoc ot gniog si ekil uoy mug taht

Ci siamo quasi, la profezia di Laura Palmer, quella con cui la bionda concludeva la seconda stagione («Ci rivedremo tra 25 anni») tra pochi giorni sarà realtà. Ma prima di acchiappare un’altra tazza di caffè e tagliarci una fetta abbondante di torta mi sembra giusto fare un doveroso ripasso di quella che ancora oggi è considerata la capostipite di tutte le serie tv di qualità, è il momento di raccontarvi come Twin Peaks abbia cambiato un po’ anche me. Sottofondo musicale fornito da Badalamenti in arrivo!

1990, un paesello nebbioso del Piemonte che per certi versi somiglia molto a Twin Peaks, ma senza la doppia cascata. Il piccolo e occhialuto me stesso di allora, era pronto ad affrontare il gioco più popolare durante le ore di intervallo scolastico noto come “Giocare a Twin Peaks”.

Voi direte: Come si gioca a Twin Peaks? È quello che mi chiesi io allora, anche perché sì, avevo sentito parlare di ‘sta roba che davano in tv, ma non è che ci avessi proprio prestato attenzione, anche se da lì a poco tempo, grazie ad un martellante tormentone, tutti eravamo impegnati a chiederci: Chi ha ucciso Laura Palmer?

«Ci vediamo tra 25 anni, una Domenica magari, tenetevi liberi»

Io sicuramente non ero stato, anche perché avevo visto sì è no dieci minuti della prima puntata della serie, a menare le danze del gioco era un mio compagno di classe particolarmente invasato con il programma tv. Oh! Tenete conto che davvero era stata trasmessa solo la prima puntata, quindi non sapevamo niente dei futuri sviluppi, avevamo solo questa specie di dittator… Ehm, cagacazz… Ehm… Compagno di scuola che ci assegnava i ruolo da impersonare per “Giocare a Twin Peaks”.

Breve inciso: poi chiedetevi come mai l’uso di droghe è così diffuso tra quelli della mia generazione, che mi dicono essere quella “X”. Nemmeno capaci di vincere siamo stati, giusto un pareggio abbiamo portato via.
Boh, insomma, ricordo poco di questo gioco, come ricordo poco della puntata, la serie la guardava la mia mamma, ma si è stufata quasi subito, anche perché mia madre di solito alle 21.30 è già in piena fase REM, quindi fate un po’ voi. Mi ricordo, invece, distintamente di aver fatto uno dei tanti errori letali della mia vita, ovvero durante l’assegnazione dei ruoli dichiarare di non aver visto per davvero “Twin Peaks”, dettaglio che mi ha fatto precipitare subito nella serie B dei giocatori. Senza sapere il perché o il percome mi tocca impersonare un personaggio che il cagacazz… Ehm, compagno di classe, considera secondario, del tutto minore: il padre di Laura Palmer. Venticinque e qualcosa anni dopo, fa molto ridere lo so.

«Sono interpretato da Chiii? Cassidy? Mai sentito nominare»

Ci tengo a rassicurarvi, la storia del “Giocare a Twin Peaks” passa presto di moda per varie ragioni: brutto tempo durante l’ora dell’intervallo, genitori che non concedevano ai bambini di guardare la serie tv, ma soprattutto l’imminente avvento di una miniserie televisiva che quella sì, VERAMENTE adatta ad un pubblico di bambini, s’intitolava “IT” ed era tratta da un romanzo di Stephen King, ma questa è un’altra storia (vera) di cui parleremo a breve.

Breve inciso numero 2: Twin Peaks e IT. Tenete a mente quel discorso sulla droga di cui sopra.
Ma io caparbio, anni dopo ci riprovo a guardarmi “Twin Peaks”, sono cresciuto, ho visto un sacco di film di David Lynch che mi hanno traumatizzato a vita, tipo Dune, “Elephant Man” e “Velluto blu”, mi piace Lynch! Eppure, mi manca ancora la serie per cui è meritatamente famoso. Cerco di approfittare delle repliche su Tele+ che di lì a poco sarebbe diventato Sky (oh! E’ la preistoria qui che sto raccontando!), armato di santa pazienza e del mio compagno di mille battaglie e tante VHS (se siete troppo giovani per ricordarle cercatele su Wikipedia, non posso spiegarvi tutti gli usi e i costumi della preistoria su!) il mio fedele videoregistratore provo nuovamente a vedere la serie.

Potrei stare a guardarlo per ore…

Come tutte le storie interessanti (quindi non questa), ci vuole una donna, oddio donna, ragazzina, visto che allora avevamo circa quindici anni e in un’uscita di quelle belle impacciate (ah, l’adolescenza! Quanta sfiga!) a me scappa che sto guardando “Twin Peaks”, non faccio in tempo ad aggiungere altro che la ragazzetta mi stacca subito un: «Bella! Non l’ho mai vista, ma so che alla fine l’assassino era…». Imparo dolorosamente il concetto di SPOILER, per la nuda cronaca non è mai seguita una seconda uscita, perché chiamarlo appuntamento mi sembra pure eccessivo.

“I segreti di Twin Peaks” riesco a vederlo per davvero solo nel 2013, mi divoro gli otto episodi che compongono la prima (straordinaria) stagione in un tempo ridicolo, per i ventidue della seconda, invece, fatico, fatico un casino, ma il finale vale tutta la fatica. Nel 2013 ormai avevo visto e rivisto tutti i film di David Lynch, compreso lo stranissimo e non del tutto riuscito (largo giro di parole) sequel della serie “Fuoco cammina con me” (1992), ho apprezzato tutti i film del regista con il ciuffo, tranne forse “Inland empire” (2006) che mi ha detto poco e non ho mai più rivisto, ma “Twin Peaks” è una rivelazione, la stele di Rosetta, grazie alla serie capisco qual’è la più grande caratteristica di Lynch, no non il surrealismo, ma una cosa che mi sta molto più a cuore: l’umorismo!
«Non capisco quello che dici Cassidy! Spiegati meglio!»

La serie nasce dal lavoro di David Lynch e Mark Frost che dopo vari tentativi di collaborare insieme con progetti tutti matti (“One Saliva Bubble” bocciato perché considerato simile a Una poltrona per due o una biopic sulla vita segreta di Marilyn Monroe che sarà comunque fondamentale per la serie), i due trovano il canale televisivo ABC ben disposto verso progetti sperimentali e bizzarri, il che vuol dire che stavano alla canna del gas e con degli ascolti ridicoli, in pratica l’unica occasione possibile per osare davvero.

La storia è arci nota, tanto da diventare un archetipo narrativo spesso replicato (titolo a caso? Broadchurch): la placida cittadina di Twin Peaks nello Stato di Washington viene sconvolta dal ritrovamento del cadavere avvolto nella plastica di Laura Palmer (Sheryl Lee, tanto bella quanto incapace a recitare, infatti interpreta un cadavere e poco altro) unica figlia dell’avvocato Leland Palmer (il grande Ray Wise) e allo stesso tempo una delle ragazze più popolari della città, popolari in vari sensi, visto che l’indagine condotta dall’agente speciale dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan che recita per la storia) rivela il lato oscuro della vita della ragazza, ma anche degli abitanti della cittadina.

«Tu prendi quelle alla crema, io quelle al cioccolato» , “«Affare fatto»

Grazie alle musiche soffuse ed ipnotiche di Angelo Badalamenti, Twin Peaks sembra una cittadina fuori dal tempo, una versione anni ’50 degli anni ’90, in cui ballano (nani) tavole calde, una passione sfrenata per il caffè e la torta di ciliegie, ma anche giganti, gufi, signore con portano ceppi di legno in braccio e, soprattutto, lo spaventoso BOB, interpretato da Frank Silva, attrezzista sul set della serie con ZERO esperienza di recitazione, finito nell’inquadratura (riflesso in uno specchio) per caso e apprezzato così tanto da Lynch da creare intorno alla sua faccia inquietante uno degli spauracchi più riusciti della storia dell’immaginario (storia vera!).

Ringraziate che nel 1990 non esistevano i televisori 3D.

Al pari di “Velluto blu” (1986), David Lynch ci mostra il torbido che si nasconde dietro la facciata pulitina e perfettina di una cittadina da cartolina, il tutto non facilmente collocabile all’interno di un genere preciso, l’atmosfera sovrannaturale e inquietante ha qualcosa di tanti horror, ma allo stesso tempo Lynch è bravissimo a cambiare di passo seminando qua e là pennellate grottesche, volutamente kitsch (basta guardare l’abbigliamento, le capigliature o bende sugli occhi a sbuffo) se non gag ripetute ed efficacissime, offrendo un ritratto melodrammatico su cui si muovono personaggi che sembrano quasi una parodia dei classici protagonisti della soap opera degli anni ’80.

Sì, perché il genio di Lynch è quello di fare puro surrealismo, elaborando classici del noir come “Vertigine (1944) di Otto Preminger (entrambe le protagoniste si chiamano Laura), ma sfruttando l’unico linguaggio che il pubblico televisivo dei primi anni ’90 era in grado di comprendere, anche perché era l’unico che conosceva al tempo, ovvero quello delle Soap Opera.
“Twin Peaks” sembra un “Peyton place” dopo aver scoperto la droga, il martellante tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” ricorda volutamente il “Chi ha sparato a JR?” di “Dallas” e non è certo un caso se i protagonisti della serie, sono tutti molto appassionati dalla telenovelas immaginaria (una serie nella serie) intitolata “Invito all’amore”, un ottimo esempio di metanarrazione postmoderna che sfrutta e sottolinea elementi della trama principale (qualcuno a cui hanno sparato, un tradimento e altri dettagli del genere) un po’ come faceva Alan Moore con “I Racconti del Vascello Nero” all’interno di quel capolavoro gigante di “Watchmen”.

La soap opera dentro la soap opera, della tv dentro la tv… Mi viene mal di testa!

Ma è l’umorismo quello che mi ha conquistato, David Lynch si diverte proprio a giocare con il formato e con lo spettatore, ad esempio Dale Cooper è tranquillamente seduto al tavolo di un locale a dialogare e dietro di lui, un quartetto vocale, tutto paglietta in testa e giacche a righe canta il tema musicale di Badalamenti facendo LORO la colonna sonora della scena, oppure a Shelley e Bobby in auto basta cambiare stazione radio per passare dal tema musicale più sinistro a quello allegrotto (sempre composto da Badalamenti) per cambiare subito l’atmosfera. Grazie a trovate come queste ho imparato ad amare sul serio quel geniale pazzoide di David Lynch.

Diventa veramente complicato scrivere di una serie come questa che ha rivoluzionato la televisione, imponendo quello che è oggi la normalità, ovvero che la qualità, la voglia di osare con storie fuori dai canoni e i nomi grossi (di attori e registi) si trovano più sul piccolo che sul grande schermo. Sono stati scritti libri e saggi su questa serie, solo con gli aneddoti di produzione potrei tenervi qui inchiodati ore, dovrò cercare di essere stringato (io? Ahahahah!) andando dritto al punto: il difetto de “I segreti di Twin Peaks” è la seconda stagione.
Chiedo scusa signora del ceppo, non volevo esprimere giudizi.

I primi otto episodi sono meravigliosi, psichedelici e uno migliore dell’altro, compreso il “cliffhanger” finale che t’incolla letteralmente allo schermo. Ancora oggi, tutti dovrebbero vedersi quella prima meravigliosa stagione, i problemi sono iniziati quando ABC ha preteso che David Lynch e Mark Frost rivelassero l’identità dell’assassino di Laura Palmer, secondo Frost un errore letale, perché quello era il mistero principale da cui si ramificavano tutti gli altri e così è stato, visto che le sotto trame della seconda stagione non hanno lo stesso mordente e non funziona nemmeno così tanto il personaggio di Windom Earle, assassino con dei conti in sospeso con Dale Cooper interpretato da un comunque ottimo Kenneth Welsh.

L’episodio in cui l’assassino viene svelato (vi guardate la puntata, da me non saprete nulla!) risulta piuttosto forzato, il resto è uno stanco trascinarsi fino all’ultimo episodio che merita un paio di discorsi.

«Fuggite! Andrà avanti a blaterare per ore!»

Dopo vari cambi di programmazione durante il palinsesto, compreso uno spostamento dal giovedì al sabato sera, per trasmettere in prima serata Codice Magnum (storia vera) i sempre meno (ma sempre più rumorosi) fan della serie hanno martellato di lettere, di pezzi degli scacchi e di ciocchi di legno la redazione di ABC. Nel tentativo di una conferma per la stagione numero tre, David Lynch che aveva lasciato quasi tutto nella mani del suo compare, torna indietro come Han Solo per dirigere il finale di stagione che da solo è una vera opera d’arte, non riesco a definirlo con toni meno entusiastici.

Le tende rosse della Loggia Nera sono sinistri drappeggio dietro i quali potrebbe comparire qualunque cosa, un’atmosfera da incubo, perché nessuno come Lynch sa mettere su pellicola l’ansia onirica dei brutti sogni (aggiungete questo tra i suoi multipli talenti), continuo caparbio sulla mia rotta assolutamente NO SPOILER, ma il finale ti colpisce come una secchiata gelata sulla schiena.
Si tratta del classico finale aperto che abbiamo dovuto imparare ad accettare come fine ufficiale della storia (come accaduto anche con Hannibal) per la bellezza di 25 anni, eppure malgrado la cancellazione preventiva è un finale con un suo significato anche molto efficace e funziona anche perché ruota intorno ad un protagonista che ancora oggi è uno dei migliori personaggi televisivi di sempre: Dale Cooper.

Dritto sparato tra i migliori personaggi del piccolo schermo di sempre!

Cooper, con il suo spaccato umorismo, la sua apertura mentale nei confronti del misticismo, è di fatto il modello su cui è stato costruito Fox Mulder di X-Files, inoltre è un personaggio che è stato su Kyle MacLachlan, di lui Lynch ha sempre apprezzato la capacità di risultare sinistro e un attimo dopo esplodere in un sorrisone da bambino felice, la passione per il Tibet del personaggio, invece, è farina del sacco di Lynch che si è appassionato alla causa Tibetana dopo aver incontrato il Dalai Lama (storia vera).

Qualcuno ha detto Fox Mulder? Anche se qui sembra più Dana Scully (bah più o meno).

Ma Dale Cooper in un attimo spazza via il tipico clichè dell’agente dell’FBI con la puzza sotto il naso, qual è la dinamica tipica di film e serie tv vista fin troppe volte? Quella per cui gli agenti dell’EFFEBIAI vedono i poliziotti locali come degli zotici trattandoli di conseguenza, basta vedere come Dale tratta il suo collega l’agente Albert Rosenfield (il grande Miguel Ferrer) per capire che Cooper è di un’altra pasta, lui si innamora di Twin Peaks e si integra subito con gli abitanti, stringendo amicizia con lo sceriffo Harry S. Truman (sì, come il Presidente della bomba, però interpretato da Michael Ontkean) e si lascia anche tentare dalla bellezze locali, Audrey Horne (Sherilyn Fenn) prima e Annie Blackburn (Heather Graham) poi.

Time out Cassidy! Tutta la mia enorme solidarietà all’agente Dale nel resistere alla tentazione della giovane Audrey, perché ai tempo Sherilyn Fenn era davvero bella bella in modo assurdo, peccato che la sua carriera non sia andata proprio benissimo. Fine del Time Out .

Tanto posso scrivere qualunque così qui sotto, nessuno mi sta guardando lo so.

Me fatemi dire SPOILER giusto per sicurezza prima di riprendere il gioco… Sempre senza rivelare nulla, il finale de “I segreti di Twin Peaks” è in linea con la tematica di tanti altri film di David Lynch, che spesso parlano di personaggi che perdono la loro purezza, quindi in questo senso è una fine tronca, che ti lascia stordito, ma a mente fredda ha una sua logica, almeno fino ad ora. Vedremo come con la terza stagione Lynch porterà avanti il discorso, mi aspetto di tutto e sono sicuro non basterà perché quando c’è di mezzo il regista con il ciuffo, non si può davvero essere preparati sul serio. FINE SPOILER, non vi ho rovinato la visione, vero?

Mi mettono ansia anche in foto quelle tende.

Aggiungo solo un’ultima riflessione, qualche giorno fa Lynch ha dichiarato che “Inland Empire” è stato il suo ultimo film (ok, che non mi è piaciuto tanto David, ma non fare così, dai!), si potrebbe fare una lunghissima riflessione sulle sue parole, per ora posso dire che sono d’accordo con il regista: il cinema ha da tempo perso la voglia di osare. Quindi spero che la terza stagione di Twin Peaks sarà una bomba, anche solo perché oggi come oggi, i soldi, gli attori e la voglia di osare con soggetti anche radicali, si trovano più sul piccolo schermo che su quello grande, un’inversione di tendenza che è stata iniziata proprio da David Lynch con “I segreti di Twin Peaks”, questo ritorno potrebbe essere la quadratura del cerchio, in fondo lo sapevano già: quella gomma che ti piaceva tanto sta tornando di moda.

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