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I soliti sospetti (1995): la regola del gioco è che non hai idea di chi stia giocando

Ci sono film che guardi perché vorresti capirli, e film che guardi perché capirli è l’ultimo problema, poi ci sono quelli come “I soliti sospetti”, che ti intrappolano in una ragnatela di parole, omissioni e sguardi che mentono meglio di come fanno tutti, personaggi compresi.

Bryan Singer dirige una storia apparentemente semplice: cinque criminali si incontrano per un colpo, un interrogatorio, una nave esplosa e il nome di un criminale leggendario, così tanto che molti dubitando della sua esistenza: Keyser Söze. Ma non è tanto il “che cosa” quanto il “come” che ti colpisce, perché tutto il film è costruito attorno a una narrazione che sembra lineare e chiara fino a quando non ti rendi conto che ogni parola, ogni sguardo e ogni silenzio sono manipolatori, ingannevoli e in grado di ribaltare la tua percezione della storia in qualsiasi momento.

«Raga, chi ha mollato?»

Il film inizia e finisce con un interrogatorio: Roger “Verbal” Kint (un Kevin Spacey già capace di dominare la scena con la sua calma glaciale e quel sorriso che non promette nulla e allo stesso tempo dice tutto) seduto davanti agli agenti dell’FBI, racconta una storia. Ma la vera narrazione sta fuori dal racconto, perché Singer, assieme a Christopher McQuarrie, hanno costruito un labirinto visivo e verbale in cui ogni parola può essere vera, falsa o solo metà di entrambe, insomma, il cinema nella sua condizione ideale.

Il cast è uno dei punti forti del film e vale la pena soffermarsi sui volti che lo compongono, perché ciascuno di essi aggiunge una sfumatura o un’ombra che contribuisce a rendere il film più profondo di quanto le scene potrebbero far pensare a un primo sguardo. Benicio del Toro esplode sullo schermo con tuttobil suo carisma da tamarro, che io ricordi, il mio primo incontro con uno dei miei attori preferiti, la sua presenza domina senza sforzo, generando sospetti, perché quella faccia, calamita per schiaffi, non passa inosservata.

In realtà lo avevo già visto in un paio di film, ma questo resta l’esordio ufficiale.

Stephen Baldwin, uno dei pochi Baldwin a sfiorare il successo con la sola aura di un cognome noto, si fa notare proprio per il suo essere quasi famoso, mentre Gabriel Byrne, che in quegli anni sembrava apparire ovunque – nei film dei Coen e in ruoli che avrebbero potuto definire la sua carriera – conferisce al film una solidità e un fascino quasi da condannato, un volto che oggi, purtroppo, il grande pubblico ricorda poco, ma che all’epoca era onnipresente e capace di occupare lo schermo semplicemente stando lì e lasciando che la sua presenza parlasse per lui. Poi mettiamoci uno che ho sempre amato ritrovare nei film, Pete Postlethwaite, con il suo personaggio il cui nome fa sorridere i fan di fantascienza Trekker – Kobayashi – trasforma un ruolo secondario in qualcosa di memorabile: il suo modo di muoversi, parlare e osservare, a metà tra l’umorismo ironico e la minaccia sottile.

Se ci fosse stato anche un personaggio di nome Maru sarebbe stato il paradiso dei Trekker.

Kevin Spacey, da lì a pochi anni sarebbe diventato un nome ricorrente agli Oscar, ma qui già domina ogni scena con una precisione che si ripete ad ogni visione, perché se un film si basa solo sul colpo di scena, allora non è per forza una gran film, anzi, questo lo si può rivedere all’infinito anche solo per la sua prova.

And the winner is… (cit.)

La genesi del film è altrettanto sfiziosa per chi come questa Bara ama e i retroscena cinematografici: Bryan Singer, giovane e ambizioso, doveva convincere gli studios che un thriller, costruito quasi esclusivamente su flashback, conversazioni e tagli di montaggio studiati nei minimi dettagli, potesse risultare altrettanto coinvolgente quanto qualsiasi film d’azione costoso. Il budget, circa sei milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, era ridotto anche per gli standard dell’epoca, e questo costringeva a soluzioni creative: niente inseguimenti lunghi, nessuna esplosione spettacolare in primo piano, ogni elemento doveva essere funzionale alla narrazione. Singer e McQuarrie capirono subito che la forza del film stava nel dettaglio, nell’illusione, nel ritmo della narrazione e nei silenzi calibrato, perfetti per creare un clima di (solito) sospetto che non si allenta mai.

Mi dispiace Stephen, sei il secondo fratello Baldwin in un Classido,

Il montaggio e la regia contribuiscono a un senso di inquietudine costante, i flashback non sono casuali, ma strumenti studiati per destabilizzare lo spettatore, e ogni cambio di prospettiva, ogni taglio improvviso, è calibrato per far dubitare chi guarda, per spingere a riconsiderare tutto ciò che si credeva certo, ed esempio io vado pazzo per l’introduzione quasi leggendaria data al mitologico cattivo:«Keyser Söze mostrò a quegli uomini di ferro cosa voleva dire avere una volontà di ferro», a volte basta questo a creare un’icona cinematografica, Classido? Potete contarci!

Uno degli aspetti più affascinanti del film a trent’anni della sua uscita? La sua influenza culturale: pur senza ricorrere a grandi effetti, “I soliti sospetti” ha introdotto il twist narrativo come elemento centrale del thriller moderno, almeno per il grande pubblico, aprendo la strada a film come Fight Club e Il sesto senso, in cui la storia deve essere rivista alla luce di un dettaglio nascosto o di una rivelazione finale. Proprio per questo, scavandosi a fuoco nella mente degli spettatori anche a trent’anni dalla sua uscita, “I soliti sospetti” è un titolo di culto.

La cultura popolare non è stata immune al suo fascino: se vi piace anche a voi Caparezza, conoscete già il finale, mentre il pubblico di tutto il mondo continua a ricordare il film come una delle ultime volte in cui un genere-drago amatissimo ha mosso la coda.

Uno che negli anni ’90 era proprio in rampa di lancio.

I soliti sospetti” non urla la propria genialità, ma la sussurra o al massimo, la tiene in serbo per spiazzati al momento opportuno. La macchina narrativa è molto ben oliata, i personaggi sembrano reali e insieme archetipici, e il gioco non finisce mai, infatti si ripete da trent’anni, perché la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, a ben pensarci, un trucco di gran cinema, come questo film insomma.

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