
C’è del marcio… in Danimarca? No, in America, per la precisione a Langley. Il nostro agente sotto copertura Quinto Moro ha inviato un rapporto dettagliato.

Robert Redford ci ha lasciati a mezzo secolo esatto di distanza da quello che è stato uno dei film più rappresentativi della sua carriera “da solista”. Se molti dei suoi ruoli più iconici sono arrivati in coppia con altri grandi di Hollywood, è innegabile che “I tre giorni del condor” sia il suo one-man-show, nonostante circondato da grandi nomi.
Questo thriller di spionaggio arriva a metà esatta della decade d’oro di Redford, costellata di film iconici. Nel mucchio di successi, quello del “Condor” Joseph Turner risulta quasi un animale strano, ma messo in prospettiva di una carriera e del momento storico è tra i più interessanti da riscoprire oggi.

“I tre giorni del condor” per me è il prototipo del film di spionaggio, figlio di un occidente sotto la cortina di ferro, ma soprattutto dell’America spaesata dalla grande crisi petrolifera che aveva appiedato mezza nazione, lo scandalo Watergate, l’opinione pubblica lacerata dal fallimento in Vietnam. E la minaccia rossa sempre sullo sfondo, così come le tensioni in medio oriente.
(Perciò smettiamola di frignare ché il mondo sta andando a scatafascio, era bello incasinato anche prima. Guardate i film degli anni Settanta e pensate a che realtà li aveva prodotti!)
Il film doveva dirigerlo Peter Yates con Warren Beatty protagonista, uno che ha perso o rifiutato più ruoli iconici di quanti ne abbia interpretati. Fra i suoi tanti what if, proprio Redford ne ha beneficiato spesso ma stavolta fu di Dino De Laurentiis che, potendo ingaggiare il nome più caldo del momento, non ci pensò due volte a silurare sia Beatty che Yates. La condizione di Redford infatti era che la regia andasse all’amico Sydney Pollack.
Pollack non si lasciò sfuggire l’occasione, attirato dall’idea di girare un thriller e più interessato all’ambiguità dei personaggi che al tema politico, e gli seccava che la critica mettesse tutto in relazione al clima politico dell’epoca – che poi fu la ragione del successo commerciale del film, visto che era uscito con un tempismo a dir poco perfetto (certa gente non è mai contenta, eh Sydney?)

Il film ha contribuito a definire un genere, il thriller fatto di paranoie, con lotte intestine ai servizi segreti, e intrighi internazionali del tipo più sporco, coi morti ammazzati per calcolo e non per cattiveria. Lo script gioca di fantapolitica ed è in bilico tra speranza e cinismo, lontano dall’odierno filone spionistico che sopravvive solo nell’intrattenimento più chiassoso e rassicurante, con cattivi identificabili e spesso banali opposti a figure cristologiche e infallibili alla Ethan Hunt o James Bond, per non parlare dei più scanzonati e scazzottanti Kingsman.
L’idea delle spie non è universale ma figlia dei tempi, come il concetto stesso di eroe, di cui il “Condor” di Robert Redford sembra quasi un’antitesi. Al di là del nome in codice figo, Joseph Turner è un impiegato d’ufficio, uno che legge libri (e fumetti, uno di noi!) per cercare schemi nascosti, intrighi, idee creative da riciclare nelle operazioni sul campo, e poi scrive rapporti da mandare a mamma CIA. L’arma di Redford non sono le palle d’acciaio né l’abilità con la pistola, che usa solo per necessità. Il suo mestiere è leggere, osservare, capire, e nel momento in cui si ritrova travolto dagli eventi, il cervello è la vera arma, la via di salvezza dagli ingranaggi di un sistema corrotto.

La storia inizia in una fredda mattina d’inverno, quando il “Condor” Joseph Turner va a comprare la colazione (sotto la pioggia povera stella) e rientrando trova i colleghi dell’ufficio morti ammazzati. Lui è l’unico sopravvissuto. Per molti sarebbe la realizzazione di un sogno, per il nostro è l’inizio di un incubo. Turner non si salva perché è più furbo degli altri, ha solo avuto fortuna. Non è un uomo d’azione, quando avvisa i superiori è in preda al panico, poi inizia a sentire la paranoia che sale, e finisce per rapire una sconosciuta e occuparne l’appartamento pur di trovare un rifugio sicuro.
La donna in questione ha il faccione pallido e gli occhi da cerbiatta di Faye Dunaway. Il rapporto tra i due è intrigante, ma forzato nello sviluppo, con una notte di passione che oggi varrebbe la gogna mediatica al film e al divo. La Dunaway però non è la Bond-girl che cade tra le braccia del fascinoso agente segreto, è costretta a subire gli eventi, salvo prendersi i suoi momenti di rivincita («Quell’altra era consenziente o in servizio obbligatorio come me?»). E vuoi non metterci un po’ di Sindrome di Stoccolma? Dopotutto quello è Robert Redford, l’eroe romantico tutto da sognare per il gentil sesso dell’epoca, col suo capello biondo spettinato, il mascellone, i modi all’occorrenza rudi sopra un cuore così tenero che si taglia con un grissino. Certo se questa specie di trama romantica si fosse fermata uno o due passi indietro avrebbe giovato al film. Io do la colpa a Sydney Pollack, lui più di tutti ha contribuito a costruire l’immagine di Redford come eroe romantico che scioglieva i cuori (dalla Streisand o Meryl Streep).

La vicenda scorre ad orologeria, tempi serrati, tanti sospetti e poche rivelazioni sulla strage e sul perché Turner sia braccato. Con tutto quel suo leggere ha scoperto qualcosa, ma tutto resta fumoso, senza spiegoni.
Man mano che il minutaggio avanza, Turner riprende il controllo della situazione, schiva qualche pallottola, e siccome ogni eroe ha bisogno di un degno rivale, il sicario Joubert glaciale e flemmatico fatto a forma di Max Von Sydow alza l’asticella della tensione. Tra i due è curioso come sia più il sicario ad avere l’anima dell’avvoltoio, mentre al protagonista tocca il ruolo della lepre.
Condor è un tipico bravo ragazzo, sveglissimo certo, ma con l’ingenuità di chi fa parte del sistema e fa l’offeso scoprendolo così torbido. È lo specchio della perdita dell’innocenza di un’America spossata dagli eventi, che ancora crede in un mondo in bianco e nero, salvo poi annaspare in un grigiore soffocante. Com’è grigia e gelida la New York fotografata da Owen Roizman, da qui in poi pretoriano fisso di Pollack (ma potreste ricordarvi di lui per qualche filmetto appena famoso di William Friedkin o per un western di Lawrence Kasdan).

Dopo le varie traversie, le fughe, gli agguati scampati, gli incontri-scontri fra Turner e chi gli dà la caccia sono l’apice del film. Per paradosso, il meno interessante è l’incontro col bastardo che ha inseguito per tutto il tempo, il vecchio in pantofole che comanda gli omicidi dalla sua casa di lusso. Ma il finale è tanta roba, reso memorabile dal faccia a faccia col sicario e col capoccia della CIA.
Il killer Joubert non è un cattivo perché sì, ma uno strumento in mano a figure di potere machiavelliche, uno che ha imparato a vivere schierandosi solo col miglior offerente. Von Sydow ha amato il personaggio per la sua complessità, dandogli una dimensione sia sinistra che umana, sorniona. C’è poi il capoccia CIA interpretato da Cliff Robertson, che nel suo monologo finale smonta ogni moralismo col suo «La gente vuole solo che noi provvediamo» e non importa come.

Benché tratto da un romanzo (dove i giorni erano sei, ma a Hollywood si stringe), lo script prende una sua direzione rimestando nelle paranoie e delle paure dell’America post-Watergate. Pollack sforna un thriller che per stile e atmosfera ci portano dritti in zona De Palma (riuscite ad immaginare un complimento migliore?). Non ci sono fasi di stanca, il ritmo è costante. I piani sequenza, i primi piani, le pause, tutto cucito da un montaggio perfetto, con silenzi e dialoghi in cui non si spreca una parola: tutto porta avanti la storia o dice qualcosa dei personaggi.
La “rivelazione” finale fa quasi sorridere il pubblico odierno, che il feticismo tutto americano per colpi di stato e invasioni a scopo petrolifero lo conosce bene. Ma la chiusura sul marciapiede del New York Times fa sempre il suo effetto, un finale aperto tra cinismo e speranza, con quell’inquadratura dell’eroe confuso tra la folla e la zoomata in stile “400 colpi”. E fa effetto pensare che appena un anno dopo, dal Times Robert Redford sarebbe passato al Washington Post, per continuare a smascherare il sudiciume dell’America nixoniana. Ma questa è un’altra storia.
P.S. Scommetto che Tony Gilroy nello scrivere la saga di Jason Bourne avrà visto questo film non meno di centoventicinque volte. Così, a sensazione.
Ed ora, il parere non richiesta da quel corvo spiumato di Cassidy
Nel passaggio da libro a film, Hollywood ha velocizzato il tutto facendo sparire tre giorni e sì, io sono uno di quelli che sogna di entrare in ufficio come fa Roberto Fordrossa qui, trovando tutti i colleghi secchi defunti. Di suo questa pietra miliare rientra nei grandi film americani politici degli anni ’70, per capire il suo lascito, dovete rivolgervi a qualcuno che quel tipo di cinema lo amava molto (e li citava nelle sue opere) e che proprio del Condor si è ricordato, quando ha voluto fare la sua versione di quella tipologia di film. Tutto questo per dirvi che, trattandosi di un film di Natale a tutti gli effetti, inizio ad esporre gli addobbi e faccio rientrare “I tre giorni del Condor” nel club di cui fa parte, quello dei Classidy!

Considerate pure questo post l’omaggio della Bara ad uno dei suoi grandi eroi cinematografici, la perdita di Robert Redford è incalcolabile, quindi un enorme grazie a Quinto Moro per essersi fatto carico del commento dell’omaggio. Se volete sapere altre cose torbide e misteriose sul suo conto potete infiltrarvi QUI.


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing