
Ancora una volta venerdì, sapete cosa vuol dire no? Tocca ad un nuovo capitolo della rubrica monografica, non perdiamo altro tempo, bentornati a… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Dopo l’esperimento acerbo e quasi clandestino di Paura e desiderio, il giovane Stanley Kubrick torna nel 1955 con un film che sembra provenire da un altro pianeta rispetto agli standard hollywoodiani dell’epoca, “Il bacio dell’assassino”. Non perché sia un capolavoro conclamata ultra citato, sia chiaro, ma perché è già evidente che dietro la macchina da presa non c’è un regista qualsiasi, c’è un tipo ostinato, curioso e incredibilmente determinato a fare cinema anche quando i soldi semplicemente non esistono.
Quando dico “non esistono”, non è una figura retorica, il film nasce con un budget di circa settantacinque mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, una cifra che già negli anni ‘50 equivaleva più o meno a quello che oggi potrebbe spendere qualunque influencer per un servizio fotografico semi professionale sulle balle di fieno di un campo arato da poco. Gran parte di quel denaro arrivò grazie a Morris Bousel, un farmacista del Bronx che decise di prestare soldi al giovane Kubrick e che, per riconoscenza (o forse per contratto), finì accreditato come co-produttore, insomma, improvvisazione pura. Kubrick non aveva quasi nulla, nessuno studio alle spalle, nessun grande nome, aveva però due cose fondamentali: una testardaggine feroce e una macchina da presa.

La trama, sulla carta, è quella di un classico noir urbano, il protagonista è un pugile, nemmeno particolarmente vincente, Davey Gordon (Jamie Smith), un uomo che vive sospeso tra incontri malpagati e un senso di fallimento imminente, anche perché ventinove anni per un pugile sono quasi una data di scadenza. Nella stanza accanto alla sua pensione abita Gloria (Irene Kane), una ballerina intrappolata in una relazione con un boss locale, non proprio il principe azzurro, potete immaginare come continua, secondo i canoni del noir ma con più incontri di boxe e beh, manichini, ma il punto non è la storia, il punto è come Kubrick decide di raccontarla.
Con questo film il regista comincia a fare qualcosa che diventerà uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero giocare con la luce. L’ex fotografo che è stato messo sulla mappa geografica, passato al professionismo grazie allo scatto del venditore di giornali sconsolato il giorno della morte di Franklin Delano Roosevelt, qui inizierà a utilizzare la fotografia cinematografica come vero strumento espressivo, non solo come un requisito tecnico, un trionfo di ombre nette, luci urbane che sembrano inghiottire i personaggi e chiari/scuri che in un noir, non possono mancare mai.

Va detto che questa ricerca visiva nasce anche da una necessità pratica, Kubrick non poteva contare sui permessi di ripresa, per questo girava spesso per strada con cineprese portatili. Alcune scene venivano riprese letteralmente dal cassone di un camioncino in movimento, un metodo che oggi verrebbe celebrato come guerrilla filmmaking ma che all’epoca era semplicemente il risultato di non avere alternative, ma solo una gran voglia di fare Cinema.
Il cast, di riflesso, presenta gli stessi tratti produttivi, l’unico attore con una certa esperienza era Frank Silvera, che accettò di interpretare il villain Vincent Rapallo a una condizione molto precisa, ovvero essere accreditato per primo nei titoli (storia vera). Nonostante questo, anche il suo salario rimase piuttosto modesto, perfettamente in linea con quello di una troupe che stava lavorando più per entusiasmo che per denaro.

La protagonista femminile era invece la debuttante Chris Chase, accreditata con lo pseudonimo Irene Kane, la sua esperienza non fu esattamente rilassante, tanto che in una lettera alla sorella – citata anni dopo in una biografia su Kubrick – l’attrice raccontò di essere completamente confusa dai numerosi finali che il regista continuava a girare, tanto da non sapere più quale fosse quello ufficiale. La ragione di questo caos sta nel fatto che la United Artists, distributore del film, pretese un lieto fine, potete immaginare quanto fosse felice Kubrick di tale imposizione, se cercate il motivo per cui il regista ha successivamente cercando soggetti (tratti da romanzi) su cui aveva il completo controllo anche da questo punto di vista, va cercato interamente qui.
Le difficoltà non si fermarono qui, inizialmente Kubrick voleva registrare il suono in presa diretta, seguendo la prassi standard di Hollywood, problema: il microfono interferiva con il suo sistema di illuminazione. Dopo essersi irritato a sufficienza (aprire il vocabolario alla voce: incazzato come una iena), il regista prese una decisione drastica, licenziò il tecnico del suono Nat Boxer e decise che l’intero film sarebbe stato doppiato in post-produzione, proprio come aveva fatto con Paura e desiderio. Con buona pace di Chris Chase che rifiutandosi di doppiare i propri dialoghi, si ritrovò in sala con la voce di un’altra, nello specifico l’attrice radiofonica Peggy Lobbin (storia vera).

Anche se il momento più ricordato di questo film resta la sequenza del combattimento nel deposito di manichini, due settimane di riprese per una scena relativamente breve, ma visivamente capace di colpire lo spettatore, sarà per via dei pugni che volano, chissà. Durante le riprese vennero distrutti manichini per un valore irrazionale, soprattutto per una produzione così povera, eppure Kubrick era pronto a tutto pur di perseguire le sue idee visive.
Nonostante tutte queste difficoltà, chi lavorò al film ricorda un Kubrick sorprendentemente gentile e premuroso, non il tiranno perfezionista che diventerà famoso (o famigerato) negli anni successivi, ma un giovane regista che trattava il cast con grande rispetto. Pare che in più di un’occasione abbia accompagnato alcune attrici a casa in macchina, consapevole che quella produzione minuscola non poteva offrire grandi guadagni, per lo meno che se la passino bene no?

Del resto, nessuno si illudeva davvero di fare soldi con “Il bacio dell’assassino”, o meglio, quasi nessuno. Kubrick, in fondo, era l’unico ad aver investito direttamente nel progetto malgrado la precarietà ad alti livelli, tanto che ogni venerdì Kubrick scioglieva temporaneamente la compagnia di produzione per poter ricevere il sussidio di disoccupazione, pari a circa 30 dollari (storia vera).
“Il bacio dell’assassino” è il film di un regista ben più rodato di quello di Paura e desiderio, ma ancora non impeccabile, anche se va detto, pieno di intuizioni. Si intravede già l’occhio fotografico del Kubrick ex-fotografo per la rivista Look Magazine, la sua ossessione per lo spazio urbano, per la composizione dell’inquadratura, per l’idea che la luce possa raccontare una storia tanto quanto i personaggi.

Se Paura e desiderio era un esercizio sperimentale, “Il bacio dell’assassino” è il momento in cui Kubrick comincia davvero a capire cosa può fare con una macchina da presa, e questo, per un film da settantacinque mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, girato con cineprese portatili e manichini distrutti, non è affatto poco. Dalla settimana prossima invece, inizia a fare davvero sul serio, i primi due capitoli di questa rubrica sono stati energico riscaldamento (non a caso, questo è un film su un pugile), ma Kubrick e il suo cinema hanno iniziato seriamente a prendere forma quando per reazione a tutta questa mancanza di budget, hanno messo su… Una rapina. Ma di questo parleremo la settimana prossima, nel prossimo capitolo della rubrica, non mancate!


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