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Il bambino d’oro (1986): grosso guaio in Tibet

Penso sia sempre un’esperienza interessante rivedere i
film dell’infanzia da adulti (o presunti tali). Un titolo che per anni si è
giocato il podio di pellicola più replicata da Italia 1 con Grosso guaio a Chinatown é stato sicuramente “Il bambino d’oro”, e non ho citato il capolavoro di Carpenter a
caso, ma andiamo per gradi.

La storia comincia con Dennis Feldman, fotografo
professionista intenzionato a sfondare nel mondo del cinema, dopo un corso come
sceneggiatore Feldman firmò la commedia “Just One of the Guys” (1985), per poi
gettarsi anima e cuore su un progetto che sentiva molto più suo, una
sceneggiatura intitolata “The rose of Tibet” che sulla carta avrebbe dovuto
essere una sorta di classico racconto di Raymond Chandler in chiave moderna, ma
con alcuni elementi sovrannaturali e ovviamente il Tibet come sfondo, altrimenti si sarebbe intitolato “The rose” e basta. La Paramount
Pictures si accaparrò il lavoro di Feldman per trecentomila fogli verdi con
sopra le facce di altrettanti ex presidenti passati a miglior vita. In fondo il Tibet ha sempre il suo fascino.

L’ispirazione a Raymond Chandler spiega perché il protagonista del film si chiama Chandler
Jarrell, infatti per interpretarlo, il piano iniziale era chiarissimo: qui ci
vuole Mel Gibson! (Storia vera). In effetti se vuoi un detective alla Raymond
Chandler, “Mad Mel” sarebbe stato piuttosto adatto, ma con il rifiuto del divo
di Arma Letale la Paramount decide di
cambiare completamente il tiro, seguendo l’esempio dei Re mida di Hollywood Don
(Simpson) & Jerry (Bruckheimer), che avevano fatto i soldoni con un cambio
di stampo cestistico molto simile, via Sylvester Stallone e dentro Eddie Murphy,
risultato finale? Beverly Hills Cop è
diventato un successo clamoroso al botteghino.

“Gira la ruota ed esce un bel… Eddie Murphy! Bravi avete vinto me come protagonista”

Già Eddie Murphy, in quel periodo l’uomo con la risata
(di Tonino Accolla) stava sulla cresta di un’onda altissima e poteva fare
letteralmente il bello e il cattivo tempo. Pare che il regista George Miller (fate voi il giochino dei
sei gradi di separazione con Mel Gibson), abbia rifiutato di dirigere il film
perché Murphy lo ha lasciato a fare la muffa in sala d’attesa, qualcosa come
quattro ore, in clamoroso ritardo sull’orario concordato per la riunione
preparatoria (storia vera).

A chi lo facciamo dirigere questo film adesso?
Facilissimo, all’uomo che con Starman
era tornato ad essere ben visto dagli studi di Hollywood, come abbiamo visto il
Maestro John Carpenter in quel periodo è stato associato a titoli pazzi, tra cui proprio Il bambino d’oro, il nuovo titolo del film cambiato in corsa dopo le modifiche
eseguite alla trama per renderla beh, più vicina alle classiche commedie di Eddie
Murphy.
Cosa fece John Carpenter a quel punto? Quello che fa di
solito, un’allisciata ai baffi, una boccata di sigaretta e un cordiale ma
argomentato rifiuto, la sua motivazione? Il soggetto era valido ma la presenza
di Murphy? Troppo ingombrante. Fu così che Carpenter passò quindi alla
concorrenza, dodici settimane di lavoro intenso per girare Grosso guaio a Chinatown e poterlo mandare nelle sale nel luglio
del 1986, cinque mesi prima dell’uscita del film con Eddie Murphy.

“Di un po’, questo bruttone qui dietro vale come scimmia in un film? Sembra l’anello mancante”

Scelta saggia se valutata sulla lunga distanza, ma
disastrosa nell’immediato, perché Jack Burton riuscì a divorarsi le tre bufere
in un sol boccone, ma venne travolto al botteghino dallo strapotere di Eddie
Murphy. “The Golden Child” portò a casa poco meno di ottanta milioni di
dollari, contro gli undici del film di Carpenter. Ma Giovanni Carpentiere anche
quella volta ha avuto ragione, perché il tempo ha messo in chiaro che razza di
capolavoro era Grosso guaio a Chinatown,
tanto che anche gli effetti speciali invecchiati sono diventati un’arma in più
di una pellicola oggi giustamente considerata di culto, mentre “Il bambino
d’oro” rivisto oggi, non è invecchiato altrettanto bene.

Lo spunto iniziale è ancora ottimo, ma tutto il secondo
atto del film rallenta paurosamente, vivendo e morendo solo sulle gag, che
ruotano ovviamente tutte attorno ad Eddie Murphy, vero mattatore del film tanto
da soffocarlo, infatti senza di lui la trama non decolla… John Carpenter aveva
ragione, come sempre!

“Posso portarti a Chinatown per provare a domare la lama rovente?”, “Non ho gli occhi verdi mi dispiace, inoltre mi aspettano in Tibet”

Il regista Michael Ritchie (quello del non proprio
memorabile Fletch) sa benissimo di
essere stato scelto per la sua capacità di gestire i comici sul grande schermo,
ma il film è soggetto a cambi di tono che lo ammetto, da bambino me lo
rendevano davvero attraente.

Nella prima scena facciamo subito la conoscenza del bimbo
del titolo, una sorta di piccolo Buddha in grado di riportare in vita
pappagalli morti con la sola imposizione delle mani (qualcuno avvisi i Monty
Python, questo Bonzo ha appena rovinato uno dei loro sketch più famosi!), oppure trasformare lattine di Pepsi vuote in
piccoli ometti ballerini, grazie anche agli effetti speciali della IL&M, che
quando usati per queste piccole magie cinematografiche, sono ancora in grado di
incantare, come fanno con il grosso sgherro interpretato dal mitico Randall
‘Tex’ Cobb.

Roba che nemmeno la Pixar si può sognare, lo sponsor ballerino!

Chi non si lascia intortare dai poteri del Messia
tibetano è il cattivissimo Sardo Numspa, interpretato dalla faccia da schiaffi
di Charles Dance, che per quelli della mia leva è il cattivo di questo film e
di Last Action Hero, mentre per i più
giovani Tywin Lannister di Giocotrono.
Insomma uno destinato a beccarsi un Bad to the bone tutto suo da qui a breve.

Se non si fosse capito, questo è il momento degli applausi per il notevole cattivo.

Sardo rapisce il ragazzo per conto del suo (oscuro)
signore e per motivi che non sono proprio chiarissimi, se non imputabili ai
soliti cattivi che fanno cose da cattivi, ma rispettano la profezia, che recita
più o meno che il bambino d’oro verrà salvato da un uomo che è tutto tranne che
un angelo, anche se proviene dalla città degli angeli. Se non fosse ancora
chiaro, ci pensa la locandina del film a togliere ogni dubbio, con una scritta
gigante che recita “Eddie Murphy è il prescelto”, giusto per non gonfiare
ancora un po’ il super ego dell’attore.

Il Chandler Jarrell di Eddie Murphy è un investigatore
privato brillante ma spiantato, perché dedito al ritrovamento dei bambini
scomparsi, non potete mancarlo, nel caldo di Los Angeles va in giro con uno
strano (ma caratteristico) berretto di pelle, prendendosi gioco di tutti, anche
di chi consulta riviste tipo “Porcello 8000” nelle edicole per strada.

“Ah, lettura impegnate oggi vedo eh?”

Jarell è uno che va dritto al sodo, sulle tracce di una ragazza scomparsa e ospite in un
programma televisivo, si libera dell’invadente presentatore prendendolo a male
parole, insomma non di certo un santo ma uno che tiene molto al suo lavoro. A convincerlo di accettare questa stramba missione in Tibet («Il Tibet è un po’
fuori dal mio territorio») ci pensa la bella e serissima Kee Nang, interpretata
dalla bellissima Charlotte Lewis, portatrice sana di due bocce clamorose sotto
la camicetta, a mio avviso il vero motivo per cui Chandler Jarrell alla fine
finisce per accettare il lavoro…

… Invoco il vostro perdono, mi sono fatto influenzare
dalle battutacce in stile Eddie Murphy! OK torniamo al film.

“Pensi che dovrei mettere un avviso del tipo: questo post contiene battutacce di Cassidy? Sai di ‘sti tempi”

L’indagine si incrocia con il precedente lavoro di Chandler,
che era alle costole di una banda di rapitori di bambini che costringeva i
piccoli a nutristi con un disgustoso pappone di farina d’avena e sangue umano,
un elemento quasi horror rimasto dalla prima stesura della sceneggiatura di Dennis
Feldman, che sul me stesso bambino (ma non d’oro) che guardava a ripetizione
questo film su Italia 1, piaceva un sacco perché dava al film quel tocco
macabro che ho sempre gradito. Ok, non sono mai stato un bambino d’oro, ma un
bambino strano sì.

I punti di contatto con Grosso guaio a Chinatown sono evidenti, anche qui abbiamo uno
scanzonato eroe americano che entra in contatto con una cultura orientale che
ignora e non comprende (vabbè, è americano che pretendete?). Anche qui la
spalla è spesso più pronta dell’eroe ad affrontare certe situazioni, infatti
nella rissa con i motociclisti rapitori, Kee Nang picchia e si appende alle
tubature, sulle note di “Body Talk” dei Ratt, esibendosi anche in un (castissimo) numero da “Miss maglietta
bagnata”. Ok, prometto di non fare più riferimenti alle grazie di Charlotte Lewis!

“Sette anni in Tibet” lo ricordavo un po’ diverso.

In comune con il film di Carpenter abbiamo anche due attori
presenti nel cast, James Hong (il diabolico David Lo Pan di “Grosso guaio a Chinatown”) qui è il Doctor
Hong, custode di Kala, una stramba donna serpente tutta braccia che sciorina
profezie al protagonista da dietro un paravento, per altro impressionandolo
parecchio («Che fai sabato prossimo Kala? Potremmo fare Kala Kala insieme»).

“Hey ci stai Kala Kala con me? Facciamo Kala Kala insieme? Dai!” (quasi-cit.)

Victor Wong invece qui interpreta un altro personaggio
magico come nel film di Carpenter, il vecchio Monty Hall che prima scuce dei
soldi a Murphy appena sbarcato in Tibet, ma poi si rivela essere il santone che
aiuterà l’eroe nel suo percorso di illuminazione. Ci sarebbe quasi il materiale per un bell’incontro a fumetti tra Jack Burton e Chandler Jarrell: BOOM! Studios? La palla è nel vostro campo.

“Poi c’è… il sacchetto dei sei dem… No, scusate mi sono confuso”

Quello che balza agli occhi rivedendo oggi “Il bambino
d’oro”, oltre al calo di ritmo del secondo atto, sono i passaggi della trama
poco chiari, sacrificati rispetto ai piani originali di Dennis Feldman, per
lasciare più spazio possibile ad Eddie Murphy che diventa così l’unico traino
del film.

Ho sempre trovato abbastanza clamoroso che il bambino del titolo non
abbia alcuna caratterizzazione (basta dire che ad interpretarlo è una bambina,
sindrome di Baby Yoda ante litteram), che ad un certo punto si ritrova al centro di un non ben precisato piano di scambio, in
favore di un pugnale in grado di ucciderlo, ma solo se indebolito prima bevendo
del sangue. Insomma i tagli abbastanza brutali si notano, ma per fortuna i
passaggi esilaranti sono così ben confezionati da risultare ancora uno spasso.

“Piccolo Buddha” lo ricordavo un po’ diverso.

Nel mezzo di un inseguimento Eddie Murphy terrorizza una
famigliola intenta a fare una grigliata, giustificandosi che voleva solo le
patatine, come se fosse un Bill-ruba-patatine-Murray qualunque. Oppure il
passaggio della dogana in Tibet, un momento di pura improvvisazione in cui Eddie
Murphy fa emergere tratti dal suo personaggio più famoso Axel Foley, prendendo
per il naso tutti gli sveglissimi soldati, che in teoria dovrebbero fermarlo.

Alla prossima dogana da attraversare ci proverò anche io (se non mi vedrete più scrivere qui sopra, grazie di tutto è stato bello)

Anche se il passaggio più spassoso del film resta la
prova in stile Indiana Jones da
superare per impossessarsi del pugnale, un percorso ad ostacoli in equilibrio
precario sopra un pavimento senza fondo, tenendo in mano un bicchiere pieno
d’acqua. Tra la prova della monetina lasciata cadere nel vuoto («C’è il fondo,
non si vede ma c’è il fondo!») e la reazione finale di Murphy («Ora spegni la
giostra e accendi la luce!»), si ride ancora abbondantemente.

Il problema sono anche gli effetti speciali invecchiati
maluccio, che per “Grosso guaio a
Chinatown”
sono diventati con il tempo una marcia in più alla grottesca
avventura di Jack Burton, mentre qui il demone in CGI mostra solo il fianco
senza riuscire più a risultare davvero minaccioso, quando invece dovrebbe,
perché tutto l’ultimo atto del film abbraccia dinamiche da film d’azione, con
l’eroe motivato dalla morte di una persona cara, pronto all’ultima carica, ma resta
essenzialmente un film comico proprio per il tono imposto dalla presenza di
Murphy.

Lo ammetto, questa immagine serve solo per acchiappare qualche click in più.

Michael Ritchie di suo non riesce a gestire al meglio le
varie anime della pellicola, quindi lascia il palcoscenico a Eddie Murphy che
si prende tutto lo spazio, la prova che “The Golden Child” avrebbe dovuto essere
una sorta di incrocio tra Ghostbusters
(un altro film rifiutato da Murphy per altro) e un film d’azione degli anni ’80
è il suo finale, che è quello classico del periodo: l’eroe che si allontana
camminando verso l’orizzonte, abbracciato alla sua bella e scambiando battute
con il suo compare. Un classico che abbiamo visto in Resa dei conti a Little Tokyo, Arma non convenzionale e a ben guardare un po’ anche in Carabina Quigley, questo giusto per citare titoli che sono sbarcati
su questa Bara negli ultimi tempi.

“Questi sono matti, guarda che oggetti pericolosi mi tocca utilizzare, io avevo chiesto solo un tagliaunghie”

Insomma, “Il bambino d’oro” ancora oggi è uno di quei
film di Eddie Murphy che non vengono citati così spesso quando si parla dei
suoi grandi titoli, pur avendo incassato un botto di soldi. Padre Tempo, che è
il miglior critico cinematografico del mondo (scusa Roger Ebert!) ha confermato
che Carpenter era stato veloce di riflessi nell’abbandonare il Tibet in favore
di Chinatown, eppure non farei cambio con niente, lo spasso di vedere e
rivedere questo film, nelle repliche di Italia 1 da bambino è stato tutto tempo
ben speso, uno mica finisce a svolazzar su una Bara Volante per niente
altrimenti!

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