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Il braccio violento della legge (1971): a cento miglia all’ora, dritti nella storia del cinema

Nella vita avere una testa molto dura tante volte aiuta, ne
sono convinto, sbaglia una volta,
sbaglia ancora e ancora e poi sbaglia meglio e invece di abbandonarti ai
fallimenti impara, può succedere che finirai ad entrare a far parte della
storia del cinema, com’è successo all’uomo soprannominato… Hurricane Billy,
benvenuti al nuovo capitolo della rubrica.

Più o meno intorno al 1970, William Friedkin era un
promettente regista di 35 anni con quattro flop di fila al botteghino, sapete
come dicono, no? Di solito quando il lavoro va male l’amore procede a gonfie
vele, per il nostro Billy era così visto che in quel periodo usciva con
l’adorabile Kitty, tra di loro va tutto alla grande e una sera la ragazza vuole
presentare Billy alla sua famiglia, problema (nemmeno tanto se sei un
appassionato di cinema o forse sì): Kitty di cognome fa Hawks, perché figlia
del Maestro Howard Hakws, il
prediletto dell’altro regista amante della pallacanestro proprio come il nostro
Hurricane Billy.

La cena procede alla grande, anche se non oso immaginare
cosa passasse nella testa di Friedkin quella sera, non solo devi andare a cena
dai genitori della tua ragazza, ma uno di loro è uno dei più grandi registi della storia del
cinema, siccome la vita a volte è sceneggiata meglio che tanti film, dopo
cena i maschietti si siedono in soggiorno, per parlare del loro comune amore,
con buona pace di Kitty: il cinema. I due chiacchierano amabilmente e ad un
certo punto il nostro Billy fa la domanda, anzi LA DOMANDA: «Maestro, secondo
lei a questo punto della mia carriera, cosa dovrei fare?». Howard Hawks con la
calma con cui gestiva i suoi set beve un sorso di quello buono, tira un’altra
boccata al sigaro di marca e poi cambia la vita di Friedkin con tre parole:
«Fai un inseguimento» (storia vera).

Un anno dopo, Friedkin era sul retro di quella macchina, ma andiamo per gradi.

Hollywood non è stata gentile con William Friedkin, ma cosa
pretendete da un ex fienile in California dall’affitto economico, scelto da
Cecil B. DeMille per girare il suo “The Squaw Man” (1914), il punto esatto in
cui è nata la Mecca del cinema americano è stato abbattuto per far posto ad una
palestra attrezzata la cui sauna era molto frequentata dal nostro Billy qualche
anno dopo, anche perché era il posto migliore per mantenere i contatti, fu
proprio qui tra una sudata e l’altra che Friedkin conobbe Philip D’Antoni,
l’uomo che aveva prodotto quel capolavoro di “Bullitt” (1968), film che il
nostro Billy, ovviamente, adorava come tutte le persone di buon gusto
cinematografico. Quando D’Antoni gli disse di aver acquistato i diritti su “The
French Connection”, la storia del più grosso sequestro di eroina della storia
degli Stati Uniti, il nostro Billy sperava in qualcosa di un po’ meglio, ma
decise comunque di prendere un aereo per New York per conoscere Eddie Egan e
Sonny Grosso, i due pittoreschi detective, una vera coppia di strambi sbirri in carne e ossa che
avevano seguito l’indagine.

Questa Bara ama gli Strambi Sbirri e questi due sono leggendari.

Egan era un omone, capelli ricci sormontati da un cappello pork pie, il suo soprannome era Popeye
come il marinaio in fissa con gli spinaci dei cartoni animati, anche se nella
versione doppiata del film è diventato “Papà”, per provare a rispettare il
labiale.  Grosso, invece, era scuro,
tendente al nervoso e attento ai dettagli, ben riassunto dal suo soprannome
“Cloudy”, nuvoloso, anche se poi nel film qui da noi lo chiamano tutti
“Tristezza” che, per certi versi, è un nomignolo ancora più azzeccato. I due si
compensavano alla grande come solo le grandi coppie di strambi sbirri possono
fare, si erano fatti le ossa nei quartieri peggiori di New York e per molti
erano i migliori poliziotti di strada mai visti. La loro tecnica? Rodata ed
aggressiva, ad esempio quando interrogavano un sospettato, Eddie lanciava
addosso al malcapitato frasi per distrarlo, mentre Sonny faceva le domande, i
dialoghi sembrano più assurdi di quelli del mentore di Billy, Harold Pinter. Ad esempio, una delle
frasi di culto di “Il braccio violento della legge” era proprio farina del
sacco di Egan che incalzava sospettati con frasi come «Ti sei mai scaccolato i
piedi a Poughkeepsie?», in cui Poughkeepsie era una nota prigione locale e il
riferimento, nemmeno velato, era a qualche attività omossessuale dietro alle
sbarre, anche se il doppiaggio è stato ancora più esplicito trattandosi di un
film che parla di eroina, trasformando tutto in: «Ti sei mai punto i piedi
nel Bronx?».

Da “Papà” Doyle a “Babbo Bastardo” il passo è breve.

Il colpo vero questa coppia di gatti senza collare lo
fecero una sera, usciti a berne un paio al Copacabana, cominciarono a tenere doppio
un tavolo pieno di soggetti ben vestiti, accompagnati da mogli e fidanzate,
tutti intenti a spendere fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti
come se non fossero loro. Non ci voleva uno sbirro per capire che quei soldi
non erano la liquidazione dopo una vita da ferrotranviere, ma Egan e Grosso
sono due bravi poliziotti (che per altro compaiono in piccoli ruoli nel film) dai
modi ruvidi e iniziano a pedinare i sospettati, imbattendosi così in Pasquale
“Patsy” Fuca e sue moglie che spostavano droga nel bagagliaio della loro auto,
sperando di fare il salto da mezze tacche a pezzi grossi del narcotraffico, ma
l’eroina da dove arrivava? Regola numero uno del buon poliziotto: cerca i soldi
e troverai la fonte.

“Laggiù all’angolo fanno una pizza al taglio che è la fine del mondo”

La fonte erano dei pezzi grossi di Marsiglia, Francois
Scaglia, un corso noto come l’esecutore e tutta l’organizzazione che importava
l’eroina negli Stati Uniti nascosta dentro auto di lusso, una Buick che poteva
contente fino a cinquanta chili di droga e visto che i tossici in giro per le strade
della Grande Mela erano rimasti a secco con la vena urlante, il piano era
quello di inondare la città, un affare da trenta milioni di fogli verdi con
sopra facce di ex presidenti spirati. Ma William Friedkin sperava di ottenerne
molti di meno per poter portare al cinema questa storia.

Per scrivere la prima bozza di sceneggiatura venne
contattato Alex Jacobs quello di “Senza un attimo di tregua” (1967), ma il
risultato finale al nostro Billy, faceva platealmente schifo e in questa
rubrica dovreste aver già intuito che Friedkin il suo parere lo ha sempre
espresso nel modo più schietto e diretto possibile. Per questo venne assunto Ernest
Tidyman che aveva già sceneggiato un caposaldo della blaxploitation come
“Shaft il detective” (1971), il tutto mentre D’Antoni cercava di piazzare il
film a tutti, incassando il no secco di tutti, dalla MGM in giù. Gli unici
interessati erano i tipi della 20th Century Fox, leggermente più illuminati di
come gestiscono i film oggi, erano guidati da Dick Zanuck, a cui avanzava un
milione e mezzo di dollari ritagliati dal suo budget per la produzione, troppo
pochi secondo il nostro Billy che da sotto il tavolo si beccò un calcio negli
stinchi da D’Antoni e portò a casa i soldi (storia vera). Quindi era fatta? Più o
meno, ora ci volevano degli attori.

Eddie Egan non è mai stato così stiloso (cinema 1 – realtà 0)

Paul Newman magari no, eh Billy? Da solo chiederebbe più
delle metà dei soldi disponibili, quindi nell’ottica del risparmio,
l’illuminato Zanuck suggerì: «Non avete bisogno di attori famosi, avete bisogno
di attori bravi, con uno sconosciuto il pubblico s’immedesimerà di più». Per
questo la prima scelta per “Papà” Doyle era il suo quasi sosia Peter Boyle che, però, non se la sentiva
di fare un altro film così violento dopo “La guerra del cittadino Joe” (1970) e
anche l’idea di arruolare il giornalista Jimmy Breslin per il ruolo di “Tristezza”
Russo naufragò presto. Le seconde linee? Roy Scheider non fece nemmeno il
provino, lavorava nei teatri off-brodway in parti infime, tipo la suora che
fuma il sigaro in “Il balcone” (storia vera), Friedkin lo scelse per il ruolo
per le sue movenze e l’intelligenza dell’attore, in linea di massima i due
insieme qualche bel film lo avrebbero anche fatto.

Buongiorno tristezza, amica della mia malinconia (cit.)

Mancava il “Papà”, però, che venne scelto un po’ per caso e
un po’ per esigenza, Gene Hackman condivideva l’appartamento con Robert Duvall
e Dustin Hoffman, ma dei tre affittuari, lui era quello che non aveva ancora
sfondato, qualche piccolo ruolo in “Gangster Story” (1967) e poco altro, ma poi
a Friedkin non piaceva, troppo piatto, troppo distante dal vero Eddie Egan, ma
la produzione era spalle al muro e il nostro Billy, un regista di scuola Clouzot. Hackman aveva problemi con
l’autorità derivati da una vita insieme ad un padre violento e non
era per niente a suo agio nel calarsi nei panni di un personaggio che
utilizzava la “Parola con la N” come intercalare, lavorando tra gli spacciatori
per le strade, come fare? Proprio come faceva Clouzot, il nostro Billy ogni
volta che dirigeva Gene Hackman gli urlava contro, metà delle reazioni nervose
e incazzate di “Papà” Doyle nel film erano rivolte al regista, sembra
incredibile perché Eugenio Mazzatore si è costruito una carriera da tipo tosto
al cinema, ma un po’ lo deve anche a Billy Friedkin che lo ha aiutato a calarsi
nei panni di un personaggio così controverso.

“Friedkiiiiiiiiiiiiiiiin dove sono i freeeeeni!!”

La verità è che William Friedkin è ricordato e (giustamente)
amatissimo per un solo film, quello che arriverà la prossima settimana e spero
vogliate dedicare un secondo al vostro amichevole Cassidy di quartiere, che nel
giro di due settimane dovrà affrontare due pietre miliari perché il nostro
Billy in quel periodo della sua carriera, era più scatenato dell’uragano del
suo soprannome. Ma se devo essere onesto, il mio film preferito del regista di
Chicago è proprio questo, essenzialmente un B-Movie, un poliziesco di Strambi
Sbirri portato al massimo: il massimo del realismo (quasi documentaristico), il
massimo dell’intensità della recitazione, un film che ti fa sentire il freddo
addosso, come quando Popeye e Cloudy stanno fuori al gelo di New York a
sbocconcellare la pizza a fette, mentre gli spacciatori dentro fanno una cena
di lusso. Il titolo italiano di “Il braccio violento della legge” è inutilmente
lungo come da moda nostrana degli anni ’70 e trova un vero senso solo
nell’enigmatica scena finale del film, quello per cui oggi verrebbe demolito su
“Infernet”, eppure rappresenta uno spaccato dell’America in quel momento
storico e anche il massimo dell’azione possibile, quando il cinema di genere
diventa d’autore mette d’accordo tutti, infatti “The French Connection” è senza
ombra di dubbio un Classido!

Friedkin ha dovuto combattere per il suo film, di pura
testardaggine e voglia, non solo si è guadagnato sul campo il soprannome di
“Hurricane Billy” (per il suo modo da tarantolato di muoversi e agire sul set),
ma ha saputo utilizzare tutto quello che aveva imparato fino a quel momento
oppure ribaltando a suo vantaggio i problemi, qualche esempio? “Il braccio
violento della legge” ha un taglio estremamente realistico, dovuto in parte
alla Owen Roizman, ma anche all’operatore, Enrique “Ricky” Bravo, un rifugiato
cubano che aveva fotografato la rivoluzione sull’isola accanto a Fidel Castro
prima di scappare negli Stati Uniti. Siccome ai tempi il monitor chiamato video
assist, quello che permette di vedere il girato non era stato inventato, Friedkin
doveva fidarsi del giudizio del suo operatore che imparò presto a non smettere
mai di girare, anche quando gli attori si sovrapponevano, perché magari in una
scena “sbagliata” poteva esserci il tipo di realismo che Friedkin (arrivato dai
documentari) cercava, come spiegarlo all’esule cubano dal marcato accento
spagnolo? Facile: «Ricky, tu continua a girare, Fidel ti diceva per caso cosa
avrebbe fatto prima di farlo?» (storia vera).

Cosa vi dico sempre? Ogni gran film si merita una scena in metro e questa è una delle migliori mai viste.

I problemi sul set sono stati tanti, avete presente
quando non ricordate il nome di un attore che avete visto in un film? Oggi
andremmo a controllare su Google, ma nel 1971 non si poteva fare, quindi per il
ruolo del cattivone Friedkin voleva un attore che aveva visto in “Bella di
giorno” (1967) che il suo compare Bob Weiner confermò essere per forza Fernando
Rey. Quando Billy andò a prendere l’attore all’aeroporto JFK si trovò davanti
uno spagnolo dal marcato accento, con un pizzetto che lui considerava ridicolo
e che aveva recitato con Luis Buñuel sì, ma non in “Bella di giorno”. Cosa me
ne faccio di un cattivo spagnolo! Il film si chiama “The French Connection” non
“The Spanish Connection” chi era quello di “Bella di giorno”? Era Francisco
Rabal che non parlava una parola di inglese e non era nemmeno disponibile, ma
beccami gallina se Fernando Rey grazie a questo film, non ha scolpito il suo
volto (e il pizzetto che non piaceva a Billy) nell’immaginario collettivo, il
salutino che fa a “Papà” Doyle in metropolitana, vogliamo parlarne? Una scena
tesissima, senza dialoghi, in cui Hackman sale e scende dal vagone cercando di
non farsi vedere dalla persona che sta pedinando, quando dico che tutti i
grandi film dovrebbero avere una bella scena in metropolitana, lo dico anche
per titoli come “Il braccio violento della legge” che, a ben guardare, di grandi
scene con binari ne ha ben due e la seconda davvero clamorosa.

“Vi saluto con l’altra mano” (cit.)

Il film riprende molti dei fatti della vera indagine con
realismo quasi ossessivo, basta dire che per la scena dell’analisi della droga,
pura al 90%, venne utilizzata della vera eroina e se vi sembra impossibile
oggi, a cinquant’anni dall’uscita di questo classico della storia del cinema è
solo perché nel frattempo la settima arte si è fatta pavida (oppure a
migliorato gli standard di sicurezza sul set, fate voi), eppure resta la prova
che nel mondo del cinema, dove tutto è finzione, più cose reali fai, più il
risultato finale sarà riuscito e duraturo nel tempo. Ma trattandosi di cinema
allo stato puro, “The French Connection” sceglie di aggiungere dramma al
dramma, seguendo il consiglio del Maestro Howard Hawks, per raccontare questa
storia di ossessione di un uomo al limite dome “Papà” Doyle, Friedkin da spazio
alle immagini, all’azione che sovrasta le parole, il trionfo dello “Show, don’t
tell” trasformato in motori rombanti e gomme che stridono sull’asfalto.

Per la coreografia di uno dei più clamorosi inseguimenti mai
visti al cinema, non sono stati fatti storyboard o bozzetti, ma solo una passeggiata,
una lunghissima passeggiata per le strade di New York tra il nostro Billy e
D’Antoni avvolti nel cappotto intenti a pensare ad una soluzione: li facciamo
inseguire in auto? No l’ho già fatto in “Bullitt”. Allora a piedi? Non sarebbe
intenso allo stesso modo. Il fischio della metropolitana alle loro spalle diede
l’idea, visto che era già stata girata una scena in metro, perché non la
sopraelevata? Popeye ruba un’auto ed insegue il treno che corre sui binari
della sopraelevata schivando auto, passanti, madri con il passeggino, tutto a
rotta di collo, tutto pedale a tavoletta. Non avendo il budget per girare lo
scontro tra vagoni, Friedkin riprese la scena dello sgancio tra le carrozze a
velocità rallentata, per poi montarla al contrario e a velocità doppia (storia
vera), un trucchetto da artista della settima arte che permetteva di
risparmiare ottenendo l’effetto desiderato, ora bisognava solo girarla questa folle scena, ma soprattutto tornare indietro, perché nel passeggiante processo
creativo con D’Antoni, i due avevano fatto a piedi cinquanta isolati (storia
vera). Me li immagino tornare a casa, in metro questa volta.

Ci sono modi meno dolorosi per morire, ma solo questo ti fa entrare nella storia del cinema.

Il giorno dopo Billy Friedkin spiegò la sua idea alla
troupe, vennero girati i primi piani degli attori, con Hackman impegnato a
sbraitare al volante di un’auto ferma, ma le chiacchiere stanno a zero, per
risultare credibile l’inseguimento, qualcuno quella macchina doveva guidarla.
Quel qualcuno era Billy Hickman, uno stuntman esperto che la sera prima al bar
si era fatto raccontare tutta la dinamica dal regista, complice qualche
bicchiere di troppo a Friedkin salì forte il testosterone: ah, quindi caro
Hickman, tu dici che non ho le palle di stare in auto con te mentre guidi come
un pazzo, senza permessi lungo le strade di New York? Sfida accettata. La
mattina dopo Friedkin con il mal di testa non si ricorda molto del dialogo al
bar, ma Hickman sì, sta di fatto che vennero mandati via tutti quelli non
indispensabili per girare la scena, rimasero solo gli operatori per i contro
campi, Hickman alla guida e Friedkin accucciato sui sedili posteriori, macchina
da presa in spalla, cinquanta isolati, a qualcosa come 100 miglia all’ora,
evitando semafori rossi, auto da ogni direzione, in equilibrio di quattro
pneumatici protetti solo dal talento alla guida di Hickman e dagli Dei del
cinema che avevano capito che non si poteva
patteggiare con il bruciante desiderio di fare cinema di Hurricane Billy.

Arte, espressa a colpi di sterzo e sgommate.

Per proteggere il suo film, William Friedkin le ha davvero
fatte tutte, anche sottoporre lo stesso identico montaggio bocciato dopo la
prima proiezione di prova da Elmo Williams, montatore di “Mezzogiorno di fuoco”
(1952) che lo approvò anche se Billy aveva deliberatamente ignorato tutti i
suoi consigli (storia vera). Il titolo? Quando la 20th Century Fox propose di
chiamare il film “Popeye”, il regista di Chicago ricordò a tutti dell’esistenza
di un marinaio dagli avambracci prominenti in fissa con gli spinaci, poi bocciò
anche la proposta di chiamare il film “Doyle”: «Fa schifo, il film si chiama “The
French Connection” non mi frega se pensate che sembri un porno o un film
straniero, alle persone piacerà», avrebbe avuto ancora ragione la testardaggine
di Friedkin.

Talmente iconico, da diventare un modo di dire negli Stati Uniti.

“Il braccio violento della legge” arrivò in un momento in cui
“Easy Rider” (1969) aveva cambiato tutto, ora i registi si rifacevano al
neorealismo italiano e alla nouvelle
vague
francese, Dennis Hopper e un branco di figli dei fiori avevano
modificato lo scenario, l’ispettore Callaghan ammazzava Scorpio a sangue freddo, non era più tempo di eroi, ma
al massimo di antieroi con un’ossessione come “Papà Doyle”. Le persone di
colore amavano il realismo, perché finalmente si trovarono davanti un film dove
gli sbirri usavano il linguaggio (e la “parola con la N”) con cui venivano
chiamati loro per strada e anche quel finale, che oggi verrebbe massacrato
dagli Youtuber lasciava in sospeso quell’ossessione, uno sparo solitario per
uno dei più grandi film di genere della storia del cinema. Finalmente William
Friedkin aveva firmato il suo primo enorme successo al botteghino e quando
piove, grandina, la diga del successo per Hurricane Billy ormai era aperta.

Arrivarono attestati di stima da Don Siegel e persino una
telefonata di congratulazioni da Sam Peckinpah, “Bloody Sam” disse: «Gran bel
film, ma proprio quest’anno lo dovevi fare?» visto che mise in ombra anche il
suo Cane di paglia, un film che
portava in scena uno degli inseguimenti più memorabili della storia del cinema
finì con una corsa, nell’auto di uno sconosciuto buon samaritano, che guidò nel
traffico di Los Angeles per portare William Friedkin tutto in tiro, fino alla
cerimonia degli Oscar, visto che la limousine affittata era rimasta a piedi
(storia vera). Quella sera sapete chi c’era in prima fila quando il film si
portò a casa cinque statuette fatte a forma di zio Oscar? (Miglior film a
Philip D’Antoni, migliore regia a William Friedkin, miglior attore protagonista
a Gene Hackman, migliore sceneggiatura non originale a Ernest Tidyman e miglior
montaggio a Gerald B. Greenberg) In un tavolo d’onore stava seduto l’ex datore
di lavoro di Friedkin, Sir Alfred Hitchock che sul set di “Alfred Hitchcock
presenta” lo aveva rimproverato perché non indossava la cravatta. Passandogli accanto il nostro Billy, che quando
distribuivano il carattere era il primo della fila, fece schioccare l’elastico
del suo papillon dicendo: «Adesso ti piace la mia cravatta Hitch?», ovviamente
Hitchock non ricordava niente, ma Billy sì: fallisci, fallisci ancora, fallisci
meglio e prima o poi arrivi a vincere l’Oscar.

Un altro primato di Billy? Essere il primo regista premio oscar a beccarsi una rubrica sulla Bara Volante.

Cosa fare dopo un trionfo così: vendere l’anima al diavolo
di Hollywood oppure leggere un bel libro, magari uno scritto da un altro Bill
(Blatty). Pregate per me, la prossima settimana questa Bara dovrà affrontare
forse l’horror più famoso della storia del cinema, non mancate!

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